La chimica in tribunale
Nel 1989 Thomas G. Waddell and Thomas R. Rybolt pubblicarono nel Journal of Chemical Education il racconto “Sherlock Holmes and the Yellow Prisms”, il primo della serie “The Chemical Adventures of Sherlock Holmes”. Negli anni successivi le storie sono diventate 17, l’ultima delle quali è “Autopsy
in Blue”, pubblicata nel 2004. A grande richiesta, il Journal of Chemical Education ha raccolto in un unico volume le 17 storie, modificandole in modo da avere un unico format di facile utilizzo per gli insegnanti e per gli studenti, la cui versione non contiene le soluzioni. Il volume ha una rilegatura ad anelli che rende particolarmente agevole la produzione di fotocopie. I quindici racconti, molto diversi tra loro per i contenuti e la chimica illustrata, sono scritti secondo alcune regole comuni: un riquadro iniziale indica gli argomenti di chimica che saranno coinvolti; ad esempio, la storia “Sherlock Holmes and the Yellow Prisms” pone un problema di analisi qualitativa organica, mentre l’ultima, “Autopsy in Blue”, coinvolge l’analisi qualitativa inorganica e la chimica forense relativa ad alcune sostanze medicinali. Ogni storia finisce chiedendo al lettore “Can You Solve the Mystery?”. Un ulteriore riquadro finale riporta i punti salienti che possono guidare lo studente verso la soluzione. Sherlock Holmes risolve il mistero nella pagina successiva, che solitamente include reazioni, calcoli stechiometrici, e diagrammi.
Perché vi sto dicendo questo? Non solo per invogliarvi a leggere questa interessante raccolta del JCE e in generale le avventure di Sherlock Holmes (come abbiamo già detto, intrise di chimica), ma anche per ricordare uno Sherlock Holmes nostrano, il grande chimico Francesco Selmi vissuto nel diciannovesimo secolo. Selmi era un uomo di vasta cultura, stimato da personaggi del calibro di Cavour. Condusse una vita attivissima sul piano politico (fu coinvolto nei moti del 1848), letterario (grande studioso dell’opera dantesca ed esperto di filologia) e scientifico (fondatore della moderna tossicologia; cofondatore, con Thomas Graham, della chimica colloidale). La carriera di Selmi come tossicologo culminò con la scoperta delle ptomaine o “alcoli cadaverici”, il cui studio è riportato in una monografia del 1878.
Le ptomaine sono composti organici azotati dal caratteristico odore fetido prodotti dalla putrefazione batterica delle proteine animali e vegetali. Esse sono: la cadaverina, la putrescina, la neurina, lo scatolo e l’indolo. Solitamente le prime due sono le più facili da ricordare per il nome particolarmente macabro … Le formule della cadaverina e della putrescina sono riportate in basso:
Come vedete si tratta di semplici diammine, la prima con cinque, la seconda con quattro atomi di carbonio. Entrambe sono prodotte dalla rottura degli amminoacidi negli organismi sia vivi che morti, anche se per questi ultimi il processo è più veloce ed evidente. La scoperta delle ptomaine procurò a Selmi fama internazionale: nel 1880 fu addirittura istituita dal Ministero della Giustizia una commissione nazionale per la prova di veneficio di cui lo scienziato fu nominato presidente. Agli studi di Selmi si deve la salvezza di molti accusati ingiustamente di avvelenamento, in base a prove scientifiche fino ad allora empiriche ed inesatte. Selmi infatti affermò che, in base ai suoi studi,
Il fatto che i visceri in putrefazione di persone anche sane contengano basi di origine interna somiglianti alle basi vegetali che si sogliono più comunemente somministrare a scopo di veneficio deve rendere molto cauto il tossicologo nel caso di perizie legali.
Già nel 1872 Selmi presentò all’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna un’esposizione dettagliata dei suoi studi fatti su sostanza organica appartenente ad organi umani di persone morte naturalmente, delle differenza riscontrate con gli alcaloidi vegetali, sulla loro azione fisiologica e evidenziò come
il fatto che queste sostanze organiche possano simulare la presenza di un alcaloide venefico può dare origine ad abbagli gravissimi in campo legale a chi operasse con poca considerazione e scarsa oculatezza.
All’inizio la maggior parte dei tossicologi italiani non credette a Selmi, cosa che lo spinse a cercare prove ancora più stringenti delle sue convinzioni scientifiche. Morì nel 1881 vittima della sua instancabile attività di ricerca: si infettò nel dissezionare un animale morto per studiare le tossine del tifo.
Per approfondire
Il dott. Gianmarco Ieluzzi dell’Università di Torino, nel 2008 mi fornì gentilmente la sua presentazione su Francesco Selmi nel corso di un convegno a cui entrambi partecipammo in qualità di relatori, tenuto presso l’Università di Camerino. La presentazione si trova anche in rete, il titolo è Francesco Selmi e le origini della chimica tossicologica.





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Per lo stesso motivo le nanoparticelle destano preoccupazione nella comunità scientifica; lo sa bene Robert F. Service, che ha intitolato un suo articolo: 



