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storia della scienza

Paolo Rossi e la storia delle idee

27 Gen. 2012 | categoria filosofia della chimica, libri, storia della chimica | Leggi tutto | 3 commenti

L’intervista al filosofo Paolo Rossi è musica per le orecchie di chi nutre la passione per la storia delle idee. Ascoltatela: si tratta di circa due ore suddivise in quattro puntate, durante le quali il pofessore – venuto a mancare di recente – ci parla della sua vita e del percorso di ricerca che lo ha portato a studiare per molti anni le vie spesso tortuose attraverso le quali le teorie scientifiche nascono, muoiono, sono dimenticate, riemergono … Celebre è il suo libro “I filosofi e le macchine”, nel quale lo studioso prende in esame la rivoluzione scientifica del Seicento esplorando come questa si esplicitò attraverso l’ingegneria, le macchine appunto. Sino ad allora vigeva una rigida divisione (mai del tutto sradicata soprattutto in alcuni paesi) tra “arti liberali” e “arti meccaniche”: le prime – come la dialettica, la geometria e la musica - erano coltivate dagli uomini liberi; le seconde - alla base della costruzione di una casa o della coltivazione di un terreno – servivano, come diceva Aristotele, per apprestare le cose necessarie alla vita: un uomo può forse filosofare senza chi sbriga le faccende pratiche al suo posto? Non a caso la civiltà greca, così come tante altre, si reggeva sul lavoro degli schiavi, molti dei quali esperti nelle arti meccaniche. Eredità di questa concezione manichea della conoscenza (quella che realmente eleva l’uomo e quella che serve a fini pratici) fu il termine “meccanico” utilizzato in senso dispregiativo, come un insulto; nota è l’espressione manzoniana ”vile meccanico”, con la quale si designava colui che si occupava di questioni spesso fondamentali ed estremamente difficili, ma senza godere del prestigio dei veri intellettuali. Ma nel Seicento la figura del “meccanico” si impone all’attenzione pubblica: le arti meccaniche cominciano a conquistare il mondo. La tecnica esce finalmente dallo spazio angusto in cui era stata relegata a partire dai greci. Più tardi, Diderot e D’Alembert inclusero nelle voci della loro celebre Enciclopedia le questioni metafisiche così come la procedura per fabbricare un mulino. Una novità sconcertante in un tempo in cui la conoscenza era vista dai più a compartimenti stagni: quella elevata al piano superiore, la vile al piano terra. Incredibile, ma da noi, ahimè, c’è ancora qualcuno rimasto un pò indietro nella sua concezione del “vero” sapere.

Si dice che gli scienziati sono proiettati nel futuro mentre gli umanisti guardano al passato. In realtà questa suddivisione è tanto artificiosa quanto inutile: uno scienziato ha bisogno di conoscere le sue radici culturali quanto un umanista ne ha di sperare nel futuro. Paolo Rossi studiava il passato come un ricercatore esamina un campione di materia sconosciuto o quasi: cercando di conoscerne composizione, proprietà, provenienza; egli ha sempre mostrato una straordinaria capacità di esplorare il passato come si esplora un ”paese straniero”, per usare una sua metafora, pieno di voci in una lingua oscura. Riuscire a districarsi in questo vocio non è cosa da poco, soprattutto quando si cerca di costruire un’immagine di cosa è la scienza e di come è nata partendo dallo studio di grandi pensatori. Rossi ha scritto un altro celebre libro su  Francesco Bacone che scardinò parte degli aspetti cuciti addosso alla personalità di questo illustre filosofo, evidenziandone l’adesione e la contemporanea contrapposizione al mondo magico; il libro è “Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza”. La scienza, dice Rossi, ha un debito verso la magia, anche se avversarla è stato necessario per la sua emancipazione. Un pò come un bambino diventa adolescente e poi uomo anche grazie alla contrapposizione agli adulti che cercano in qualche modo di frenarne lo sviluppo. Quando Bacone scrive che la scienza è potenza, prende letteralmente in prestito dai testi di magia la considerazione dell’uomo come ministro e interprete della natura, al quale spetta il compito di conoscere il mondo naturale al fine di dominarlo: un’idea da mago, non da filosofo aristotelico. Nella sua tensione al dominio della natura il  pensiero di Bacone ha molti punti in comune con quello del medico, filosofo e iatrochimico Paracelso: perennemente in bilico tra le vecchie idee e le nuove, tra magia e scienza. La stessa carenza degli aspetti quantitativi nella concezione baconiana della conoscenza richiama quelle pratiche magiche che lo stesso Bacone avversava in tutti i suoi aspetti; ad esempio nella concezione del mago solitario che parla solo a chi lo può capire. Al contrario, secondo Bacone la conoscenza deve essere nutrita da un continuo scambio comunicativo. Come non pensare al rapporto tra alchimia e chimica? Tra le pratiche magiche e misteriose degli alchimisti e l’universalità della conoscenza chimica? In effetti le scienze naturali si svilupparono per lungo tempo nella direzione adottata da Bacone. In particolare la chimica è profondamente debitrice del metodo induttivo di cui Bacone ha fornito le coordinate; inoltre essa non potè non essere baconiana per lunghissimo tempo, producendo conoscenze di tipo qualitativo e sostanziale: gli alchimisti non avevano certo l’abitudine di soffermarsi sugli aspetti quantitativi … dobbiamo attendere la fine del diciottesimo secolo perché si abbia, con Lavoisier, un radicale cambiamento del ruolo della misura. Tuttavia già gli alchimisti, al tempo di Bacone, cominciavano a controllare il dato empirico in quanto tale, vedendo i fatti nella loro specificità e concretezza, comparando e classificando i fenomeni; in breve, prefigurando quella transizione a vera scienza di cui Bacone è stato in grossa parte responsabile. Possiamo dire che, al contrario di quanto comunemente si asserisce, la scienza moderna non ha un solo padre, Galilei. Alcune branche della scienza per le quali il dato qualitativo è stato (ed è in parte tuttora) fondamentale sono scienze baconiane prima ancora che galileiane: la chimica, la biologia, la medicina.

Ci sono scienze da sempre, dice Rossi riferendosi ad esempio alla matematica o alla geometria, e scienze recenti. La chimica è una scienza recente: c’erano tintori, farmacisti, alchimisti, c’era gente che a vario titolo manipolava i materiali, ma … non c’era alcun trattato, alcun manuale che assomigliasse a un manuale di chimica. Era un mondo frantumato che non era ancora chimica ma conteneva in sè le premesse per diventarlo. Come fa qualcosa che non è scienza a diventarlo? Alla chimica è accaduto, con processi complicati e difficili da decifrare e spiegare. Alla fine viene fuori un manuale e, cosa stupefacente, quel manuale vale in ogni parte del mondo. La gente, rimarca il filosofo, non pensa mai a questo: se oggi uno prende un manuale scritto in una lingua accessibile può studiare a Tokio così come a Melbourne e a Roma: ve bene dappertutto! Nè le religioni nè la politica nè l’arte sono riuscite in questa impresa.

Altro genitore a cui è possibile far risalire parte della paternità delle scienze naturali è Giambattista Vico. Paolo Rossi ha elaborato una magistrale sintesi tra la geologia e il pensiero vichiano sulla nascita delle nazioni. E lo ha fatto partendo dalla “scoperta del tempo”. La storia della natura riguarda miliardi di anni, al confronto la storia umana è recente. Il prof. Rossi ha analizzato come, nel Seicento, si fece strada l’idea del tempo profondo: sino ad una certa epoca si credeva ad una interpretazione letterale della Bibbia, secondo la quale il mondo aveva poche migliaia di anni. La scoperta del tempo resa possibile grazie all’analisi delle rocce e alla scoperta dei fossili fu sconvolgente; Kant può essere annoverato tra i primi importanti filosofi ad avere la consapevolezza di questo immenso lasso temporale dinanzi al quale l’uomo fu costretto a ridimensionare ulteriormente la sua importanza nel regno naturale. Dato che recentemente ho avuto in dono una vecchia edizione de “La scienza nuova seconda” di Vico, mi affretterò a leggere l’opera di Rossi “I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico”, una originale chiave di interpretazione – nella cornice delle scienze naturali – del pensiero vichiano, spesso ostico da comprendere tramite la sola lettura diretta delle sue opere a causa della prosa particolarmente elaborata.

Rossi aveva un’alta considerazione del lavoro, cosa che talvolta lo portava a criticare – sempre con grande stile e discrezione – “quei professori che hanno scritto giusto un libro per vincere la cattedra e poi qualche articolo”. E poi, ha affermato nell’intervista, se non si fa bene il proprio lavoro viene a mancare la possibilità di qualche soddisfazione. E tra le soddisfazioni possiamo sicuramente annoverare quelle didattiche. Rossi teneva moltissimo al rapporto con gli studenti: a me è piaciuto fare il professore, – ha affermato – l’idea che uno lasci qualcosa a un altro è importante. Il filosofo paragona il rapporto insegnante-allievo al rapporto padre-figlio, con la differenza che nel primo caso la parentela è  “spirituale” e non carnale. Così come il bambino vede il padre come una figura superiore e sempre vincente poi via via ridimensionata nel tempo, anche l’allievo nutre nei confronti del suo maestro un rapporto simile: dapprima il maestro è insuperabile, ma quando l’allievo diventa suo pari (o pensa di esserlo divenuto) ecco che ne vede le lacune e le debolezze. Importanti erano per Rossi anche gli stimoli che venivano “dal basso”, cioè dai suoi studenti. Tanti anni fa un ragazzo gli chiese la disponibilità nel seguirlo in una tesi su Lavoisier; all’inizio Rossi rifiutò, ritenendo di non averne una conoscenza sufficiente. A un certo punto consigliò al laureando in filosofia di sostenere un esame di chimica generale se davvero voleva avventurarsi nell’impresa. Il ragazzo, Ferdinando Abbri, lo fece davvero; è poi diventato un docente universitario che ha pubblicato importanti lavori sulla storia e i fondamenti della chimica.

A un ragazzo, dice Rossi, basta incontrare un solo professore nella vita: uno di quelli che ti apre la mente su nuove prospettive e con il quale esiste una impalpabile affinità di stile di pensiero. Rossi ammette, forse troppo modestamente, di non essere stato un alunno modello al liceo; però ebbe la fortuna di incontrare un professore di nome Carmelo Cappuccio, che nel dopoguerra era diventato popolare per aver scritto un testo di letteratura italiana molto diffuso nelle scuole superiori. Questo insegnante fu il primo che permise al futuro storico delle idee di affacciarsi al mondo della cultura. Ricordandolo Rossi afferma: avere un incontro così, che può anche avvenire per la matematica o per qualunque altra materia, è decisivo. Se questo incontro non avviene è impossibile uscire da quella che Rossi chiama infanzia culturale. Mi è piaciuta molto questa espressione: penso che il prof. Rossi volesse indicare quel particolare salto grazie al quale una persona istruita diventa colta. Non c’è niente di male, aggiunge, se questo passaggio non avviene. Ma se avviene ti si apre un mondo. Mi è venuto spontaneo immaginare come avrebbe reagito a queste parole il prof. Cappuccio. Ho anche riflettuto su questa asimmetria del rapporto docente-discente di cui ho già parlato: asimmetria che rappresenta un limite (è impossibile rendersi conto dell’influenza positiva o negativa su un allievo) e insieme una risorsa (un potente stimolo per impegnarsi al massimo nel proprio lavoro di insegnante).

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Il ruolo di Cavour nella chimica agraria

8 Mag. 2011 | categoria eventi, storia della chimica | Leggi tutto | Nessun commento

Quale figura storica può fungere da trait d’union tra il 150-esimo anniversario dell’Unità d’Italia e l’Anno Internazionale della Chimica? È il grande Camillo Benso, conte di Cavour. Non a tutti è noto che Cavour svolse un ruolo determinante non solo nel Risorgimento italiano, ma anche nello sviluppo della chimica agraria. Il contributo di Cavour all’agricoltura ha investito molti settori: dalla messa a punto del barolo alla sistemazione idrogeologica del territorio risicolo piemontese; dalla lotta all’epidemia di oidio che attaccò la viticoltura italiana a metà dell’Ottocento alla fabbricazione di tubi per il drenaggio. Spicca tra queste attività, che Cavour poté intraprendere grazie a un’ampia conoscenza diretta dell’agricoltura (praticata nella gestione delle proprietà di famiglia a Leri e a Grinzane), l’attenzione riservata ai fertilizzanti. La Biblioteca Gabriele Goidanich della Facoltà di Agraria di Bologna rende omaggio a Cavour e la chimica dei fertilizzanti con una mostra bibliografica che presenta anche campioni delle sostanze utilizzate per concimare i terreni dall’Ottocento fino al 1940. Una prima sezione presenta le varie attività di Cavour in agricoltura, si prosegue percorrendo il cammino della chimica agraria dall’insegnamento del celebre Justus von Liebig fino ai trattati tecnici e divulgativi dei primi decenni del ‘900. La chiusura della mostra è stata prorogata al 10 maggio 2010, chi abita a Bologna e dintorni si affretti!

P.S.: per chi ancora non lo sapesse, a questo indirizzo ci sono le informazioni necessarie per partecipare al XIV Convegno di Storia e Fondamenti della Chimica, che si svolgerà a Rimini dal 21 al 23 Settembre 2011. Per l’iscrizione c’è tempo fino al 30 Giugno. E’ prevista una riduzione per i soci SCI.

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La lunga storia di Mr. Chlorine

2 Mag. 2010 | categoria didattica della chimica, elementi, libri, storia della chimica | Leggi tutto | 1 commento

Sai che sto leggendo un libro davvero interessante? – dico entusiasta al mio collega di storia in sala docenti.

Ah, si? E di che parla? – mi chiede mentre apre il suo armadietto in cerca del registro.

Di medicina, guerre, tecnologia … Argomenti sempre attuali, ma visti in prospettiva storica – rispondo, sicura di solleticare il suo interesse.

E’ un saggio? – mi domanda incuriosito.

- E’ la storia di un tizio attraverso i secoli. Uno che ne ha viste di tutti i colori, ma è ancora vivo e vegeto. L’umanità non può fare a meno di lui.

- Ma è fantascienza???

- No, no. E’ una storia vera, altrochè!

A questo punto il collega tenta di indovinare il soggetto. Cosa può vivere attraverso i secoli? Dio? Macchè, gli dico; si tratta di qualcosa di molto più tangibile. A un certo punto si arrende. Ha sempre dichiarato il suo rapporto non facile con le materie scientifiche; e infatti nel tentativo di azzeccare il protagonista di questa lunga corsa nel tempo formula una decina di ipotesi più o meno fantasiose senza mai riferirsi al mondo naturale. Le lezioni stanno per cominciare e non voglio tenerlo sulle spine per altro tempo; dopotutto si è impegnato nel trovare la soluzione all’enigma. Non arriverà mai a pensare a un elemento chimico!

E’ la storia del cloro – rivelo finalmente.

Del cloro ??? – mi guarda quasi disgustato, come a constatare la banalità del soggetto rispetto a tutti i paroloni di cui si era riempito la bocca poco prima.

Si, del cloro – gli rispondo – il libro parla degli usi del cloro nella storia, mostrando come questo elemento sia riuscito a condizionare in maniera talvolta determinante molti degli eventi di cui parli ai tuoi allievi.

Il collega mi guarda come se fossi una marziana; senza dire una parola lascia la sala prof e s’incammina verso l’aula con l’aria perplessa come a pensare “de gustibus…”. A chi mai potrebbe interessare la storia del cloro se non alla specie in via d’estinzione dei chimici? Gli storici si muovono su spazi ampi e parlano con le maiuscole: Politica, Economia, Religione …. Invece la chimica è piccola -diceva il grande Geoffrey Wilkinson- non richiede grandi numeri come le ricerche spaziali; non ha bisogno di finanziamenti ingenti come l’ingegneria; non è famosa quanto la medicina. Già, la chimica è piccola. Sta chiusa in laboratorio la maggior parte del tempo, ragione per cui pochi la conoscono bene. La chimica è piccola, ma proprio per questo si infila dappertutto spesso inosservata. Il cloro è un esempio illuminante in tal senso. Nonostante la diffidenza verso l’importanza storica di un soggetto così “piccolo”, sono convinta che il mio collega apprezzerebbe non poco il libro An Element of controversy. The life of Chlorine in Science, Medicine, Technology and War, un affascinante excursus storico che ripercorre la scoperta e gli impieghi di uno degli elementi più versatili della Tavola Periodica. Il libro non è solo un trattato storico-scientifico di grande interesse per una vasta platea (come scrivono i curatori dell’opera nell’introduzione), ma è un riuscito esperimento pedagogico; lo spiega molto bene un articolo pubblicato sul sito dell’University College of London. Il volume raccoglie in ben 407 pagine il lavoro di laurendi dell’università londinese, riuscendo a conciliare il rigore della ricerca storica con uno spiccato taglio divulgativo. Attraverso la disamina delle fonti gli allievi hanno avuto l’opportunità di muoversi autonomamente sul terreno della ricerca analizzando gli scritti, riflettendo sui nessi, valutando l’attendibilità dei vari documenti. Il  metodo pedagogico con il quale Hasok Chang e la sua collega Catherine Jackson hanno coordinato il lavoro degli studenti richiama quello della ricerca-azione: gli allievi sono stati coinvolti direttamente nel processo formativo diventandone i protagonisti. Di fatto hanno assaporato la vita del ricercatore a cavallo tra i fatti storici e i progressi scientifico-tecnologici. Il dott. Chang, specializzato in Filosofia della Scienza, spiega il successo di questo iter formativo con un illuminante paragone: i futuri medici fanno pratica sui pazienti, i parrucchieri tirocinanti sulle teste dei clienti; perchè mai i nostri studenti non dovrebbero esercitarsi direttamente sulle fonti se vogliono imparare la storia delle scienze? E infatti dice:

The basic principle is that each student taking the course carries out an independent research project, but the projects are all related to each other and individual projects are handed down from year to year. This is essentially a directed community model of research-teaching integration. [...] Learning is doing, not merely practice in preparation for something else. Trainee doctors treat real patients and trainee hairdressers cut real people’s hair, so there is no reason why students, who are trainee scholars, should not learn their trade by producing original knowledge.

Chang spiega come in questo modo gli studenti apprendano come scrivere, ricercare, analizzare e comunicare argomenti tecnici in modo efficace, districandosi tra Storia, Scienza, Economia, Politica, Filosofia (ed ecco ricomparire le maiuscole tanto care al mio collega!). Secondo Chang queste abilità rendono i futuri laureati adatti ad una grande varietà di carriere. Credo che anche gli studenti dei nostri licei debbano beneficiare almeno una volta di questo tipo di approccio didattico.

Il libro è disponibile solo in inglese; lungi dall’essere uno svantaggio, questo offre l’opportunità di familiarizzare con una lingua straniera attraverso un trattato mai appesantito da eccessivi specialismi. Per avere un’idea della qualità dell’opera basta leggere questa breve recensione:

The high quality of [this] publication reinforces the ideas that learning is doing, that there is a continuity between students and experts, and that undergraduate students can produce research worthy of publication. The book represents a useful piece of historical research and may also serve as a model for similar projects by other educators, both in chemistry and related disciplines.” – Journal of Chemical Education

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