Povera e nuda vai, Filosofia
Ogni volta che mi capita di risentire questo verso petrarchesco un po’ abusato la memoria mi riporta direttamente a una conferenza che seguii, ancora quindicenne, in una sala del palazzo comunale. Non capivo quasi niente di quello che il relatore diceva, ma la scritta funerea che campeggiava alle sue spalle era eloquente a sufficienza: “Morte della filosofia”. Al mio fianco era seduto un insegnante barbuto e occhialuto che ascoltava, gomito sul ginocchio accavallato e mano sulla fronte reclinata, in una posa simile a quella classica del pensatore; alla fine del discorso si diresse verso il tavolo del conferenziere per dire la sua, in sostanza: la filosofia non è morta perché non può morire. Perché nessuno può smettere di chiedersi “perché?”. L’eco dei “perché”, pronunciati più volte con veemenza, risuonò per tutta la sala amplificato dal rimbombo del microfono. Il lungo e appassionato intervento annullò tutte le fumose elucubrazioni blaterate sino a quel momento. Dovevo ancora accostarmi a questa materia e sapevo solo vagamente cosa fosse; ma qualcosa avevo già imparato: la filosofia può ridursi in povertà fino a girare nuda per le strade, qualcuno può persino crederla morta, ma gode del privilegio dell’immortalità.
Più tardi avrei capito che la filosofia, oltre ad essere immortale, è anche estremamente prolifica nel generare ramificazioni. A distanza di circa quindici anni da quella conferenza ricevetti un sms da un amico: “compra subito il Sole 24 ore, nell’inserto c’è un articolo che ti piacerà”. Le edicole stavano per chiudere o lo erano già, ma dopo alcuni tentativi riuscii a recuperarne una copia. L’inserto culturale del 7 gennaio 2007 riportava un articolo dal titolo La bellezza della Chimica [1]. Pur nella sua brevità, quell’articolo semplice ed essenziale elencava alcuni capisaldi della filosofia chimica, una sorta di manifesto. Lo conservo tuttora. Ha le dimensioni giuste per un quadro: verrebbe quasi da incorniciarlo. Quest’amico conosceva bene i miei interessi; gli avevo più volte raccontato del corso di Logica e Filosofia della Scienza seguito durante la scuola biennale di specializzazione per l’insegnamento alla Ca’ Foscari di Venezia [2]. Avevo anche seguito vari corsi di fondamenti storico-epistemologici di alcune discipline (chimica, chimica industriale, biologia, geologia) che in alcuni punti mi ricongiunsero alla filosofia studiata negli anni liceali. Cominciai a chiedermi perché la filosofia della chimica fosse trascurata in Italia e coltivata all’estero, pur svolgendo ovunque un ruolo di cenerentola all’interno del panorama globale della filosofia della scienza: povera e nuda rispetto alla filosofia della fisica o della biologia (quest’ultima fiorita in tempi più recenti soprattutto in seguito al dibattito sull’evoluzionismo). L’autore di quell’articolo, Roald Hoffmann (ve lo ricordate?), scrive nell’incipit:
Tendiamo a vedere il mondo a partire dalla nostra esperienza. Per i filosofi della scienza è più probabile avere un’infarinatura di logica matematica che di geologia o di chimica. E di fisica nel caso di chi approda dall’esterno a quella disciplina. Ma la chimica è diversa, e a partire da essa emergerebbe una filosofia della scienza di altro tipo.
In Italia l’eredità di Benedetto Croce non ha certo favorito lo sviluppo della cultura scientifica a partire dagli orientamenti pedagogici della scuola, che hanno sempre privilegiato il versante umanistico. Dunque non stupisce che, al di là dei grandi scienziati che la nostra nazione ha prodotto, le scienze – e la chimica in particolare – abbiano sofferto di un generale misconoscimento. Di conseguenza la filosofia della scienza non ha potuto svilupparsi con lo slancio presente in quei paesi nei quali l’importanza data all’istruzione scientifica e la sua conseguente maggiore diffusione hanno costituito terreno fertile per le riflessioni dei filosofi. Il ricercatore Giovanni Villani, nella sua opera La chiave del mondo [3] (una delle poche, in Italia, di filosofia della chimica) fornisce una spiegazione più ampia alla luce dell’evolversi dei rapporti con la fisica:
Fino all’Ottocento la chimica era sicura di avere un suo substrato filosofico e filosofi della natura [4] si facevano chiamare i chimici di allora. L’atomo chimico del XIX secolo era un patrimonio culturale di indubbio valore. Con l’espropriazione dell’atomo da parte dei fisici, i chimici si sono sentiti privati della loro base culturale e si sono sempre di più chiusi nei laboratori, nelle applicazioni industriali e nelle loro astrazioni specialistiche. Il paradosso di ciò è che la chimica, che più della fisica plasma il mondo quotidiano, è diventata, a livello culturale, una cenerentola, una disciplina senza aspetti generali, una branca di fisica applicata. Io credo che solo quando sarà evidente, anche tra i chimici, che la loro disciplina ha una valenza generale, ed è specifica e diversa dalla fisica, solo allora questo rapporto si potrà ristabilire.
Questo è il motivo per cui i filosofi della chimica si occupano delle problematiche connesse al riduzionismo, che vorrebbe la complessità molecolare completamente descritta dalle leggi della fisica; un’operazione simile a quella che riduce il funzionamento del corpo umano e dei nostri stessi sentimenti a un insieme di complicate reazioni chimiche. Il riduzionismo rappresenta un recinto molto angusto generalmente rifiutato dai filosofi e accolto con favore da molti scienziati, soprattutto fisici. Si tratta di una concezione pericolosa soprattutto nell’area didattica, ad esempio quando si insegnano i contenuti chimici in un’ottica interdisciplinare: occorre farlo senza perdere di vista i nuclei fondanti specifici. Negli Stati Uniti il prof. Eric R. Scerri [5] si è occupato di questo problema, e più in generale dell’importanza – per gli insegnanti – della conoscenza dei fondamenti filosofici della propria disciplina.
È quindi evidente che occuparsi di un problema astratto e apparentemente inutile come il riduzionismo comporti conseguenze sul piano pratico, ad esempio nelle politiche scolastiche: perché mai nei licei italiani la chimica non esiste come materia autonoma, al contrario della fisica? Essa è racchiusa nelle “scienze” come se fosse semplice complemento – e non fondamento – della biologia e della geologia. Al limite, fisica applicata composta di istruzioni per eseguire un’analisi o sintetizzare un composto. Eppure la realtà è ben diversa. Nel 1929 Bertrand Russel scriveva: “le leggi chimiche non possono per ora essere ridotte alle leggi fisiche”. Riferendosi a questa frase il grande Noam Chomsky scrive nel suo ultimo libro [6]:
La locuzione “per ora” […] esprime l’aspettativa che la riduzione si verificherà nel corso normale del progresso scientifico, forse quanto prima. Nel caso della fisica e della chimica, tuttavia, essa non si verificò mai: quel che accadde fu l’unificazione di una chimica virtualmente immutata con una fisica radicalmente riveduta.
Sebbene di recente le indicazioni nazionali prevedano di spalmare sull’intero quinquennio lo studio di questa disciplina, essa non ha un monte ore ben definito, né dà luogo ad una specifica valutazione, che l’allievo riceverà nella materia “scienze naturali”. Possiamo ancora stupirci se la chimica, una scienza di base così importante nella formazione di cittadini attenti alla salute propria e dell’ambiente, è ignorata da larghissimi strati della società? Negli istituti tecnici e professionali è garantito un insegnamento autonomo della chimica, e questo la dice lunga sulla considerazione che si ha di questa scienza: utile per fini tecnici, priva di una rilevante valenza culturale intrinseca.
Dunque la filosofia della scienza non è un vuoto ragionare attorno alla natura della conoscenza scientifica, ma un’attività che, oltre a costituire un entusiasmante campo di esercizio dell’intelletto, si configura come una sorta di bussola relativamente al contesto d’uso della scienza stessa. Pensiamo ad esempio ai problemi di natura etica sulle conseguenze delle scoperte scientifiche; in chimica la loro trattazione è particolarmente complessa per tutte le questioni che ruotano attorno al rispetto dell’ambiente e al concetto di sostenibilità. Pertanto, mentre la chimica produce nei laboratori conoscenza e applicazioni nell’industria e nei servizi, la filosofia della chimica invita a riflettere sulla natura della conoscenza prodotta per orientarla al meglio nei suoi usi attivando un circolo virtuoso:
Di tutta l’attività di riflessione si può fare a meno, come dimostra la freccia trasversale che collega conoscenza e applicazioni; il fatto che questo accada non è sempre negativo: nella maggioranza dei casi le scoperte in chimica non richiedono una ristrutturazione della conoscenza, né particolari disquisizioni sul loro contesto d’uso. D’altra parte il binomio conoscenza-applicazione senza intermediazioni di rilievo è stato per troppo tempo la normale routine, producendo danni visibili all’equilibrio naturale e alla salute umana. Ancora oggi in molte aree del pianeta prive di qualsivoglia legislazione a tutela dell’ambiente e dell’uomo, la frenesia di ricercare, applicare e produrre ha superato di gran lunga il tempo dedicato alla riflessione e al dibattito. Ma sappiamo che la filosofia è connaturata alla natura umana, e come tale non può morire: ci sarà sempre chi elucubrerà sulla natura delle trame conoscitive, o chi si interrogherà sull’opportunità di eseguire determinate ricerche e sulle modalità delle loro applicazioni. E la filosofia chimica, a dispetto della sua scarsa diffusione, in alcune università estere è più vitale che mai [7, 8]. In questo blog cercheremo di dimostrarlo.
Riferimenti:
[1] Si può leggere l’articolo a questo link, purtroppo privo delle illustrazioni.
[2] Dare ragioni. Un’introduzione logico-filosofica al problema della razionalità, di Luigi Vero Tarca. Il testo è appositamente studiato per gli insegnanti che si accostano per la prima volta alla filosofia della scienza.
[3] Si può scaricare a questo link il libro di Giovanni Villani, inizialmente pubblicato con il titolo La chiave del mondo, poi tramutato in I mondi della chimica.
[4] Non a caso il titolo di una delle più grandi opere di chimica del diciannovesimo secolo è Sunto di un corso di filosofia chimica, del grande Stanislao Cannizzaro.
[5] Qui un articolo del prof. Scerri, utilissimo per i docenti, sull’utilità della filosofia della chimica nella didattica. In un secondo articolo il prof. Scerri si concentra sul riduzionismo e sulle sue implicazioni nell’insegnamento.
[6] Il linguaggio e la mente, di Noam Chomsky, può essere interessante soprattutto per gli insegnanti di biologia.
[7] Il prof. Robin Hendry, dell’Università di Durham, mette a disposizione i capitoli di un suo testo di filosofia chimica
[8] Trattato super sintetico di filosofia della chimica sul sito dell’Università di Stanford.












