Alunni troppo indisciplinati per i laboratori
Recentemente ho avuto dei contatti con una scuola internazionale accreditata come parte del circuito dell’IB Diploma, un prestigioso curriculum di studi relativo all’ultimo biennio degli studi pre-universitari. Nel segmento corrispondente ai primi due anni delle nostre superiori, la stessa scuola ha invece adottato l’impostazione del GSCE inglese; analizzandola, ho notato che lo stampo britannico è evidente dal valore attribuito alla parte sperimentale nello studio di biologia, chimica e fisica. Del resto nella perfida Albione esiste una grande tradizione di laboratori didattici. Non dimentichiamo che l’Inghilterra è la patria della divulgazione scientifica, la nazione dove già nell’Ottocento si eseguivano gli “spettacoli di chimica” aperti al pubblico. Lo stesso empirismo è nato nel Seicento in Inghilterra. Inevitabile che il gusto della sperimentazione permeasse l’insegnamento scientifico nelle scuole del Regno Unito.
Eppure…. da qualche tempo la didattica laboratoriale nelle scuole inglesi comincia a scricchiolare. Lo dice quest’articolo del Guardian, nel quale si può leggere un’analisi dei motivi che spingono gli insegnanti a dedicare sempre minor tempo alle attività pratiche: principalmente la mancanza di tempo e l’indisciplina degli studenti. Un vero peccato; come dice lo stesso Professor Sir John Holman, direttore del National Science Learning Centre, learning science without practicals is the equivalent of studying literature without books.
Alla luce della situazione nostrana, purtroppo la notizia del Guardian non mi meraviglia. Sebbene l’indagine condotta mostri come il tempo dedicato alla trattazione dei contenuti e alle verifiche sia il principale imputato di questa progressiva diminuzione dell’attività sperimentale, non è da trascurare il fattore comportamento: ben un terzo degli insegnanti lo addita come un grave ostacolo. Noi docenti italiani lo sappiamo bene: quanto tempo si perde per ripristinare la disciplina in classe al cambio dell’ora? Quanti occhi bisogna avere in un laboratorio per tenere a bada classi di 30 studenti? I miei colleghi con una maggiore anzianità di servizio mi confermano che la situazione va peggiorando: se fino ai primi anni ’90 gli episodi di cattiva condotta erano più rari, ora la situazione sembra sfuggire di mano.
Nella maggior parte dei casi l’indisciplina non si identifica con la plateale trasgressione delle regole, piuttosto con una serie di azioni e atteggiamenti che presi singolarmente possono sembrare al più fastidiosi, ma se riprodotti su larga scala e per lungo tempo diventano a dir poco snervanti (oltre a comportare notevoli perdite di tempo). Alcuni esempi? La capacità attentiva dello studente medio è sempre più breve, di conseguenza la tendenza al chiacchiericcio continuo si è accentuata; senza contare le insistenti richieste di uscite spesso non motivate da reali bisogni fisiologici, ma da una pausa caffè al distributore nel bel mezzo della lezione. E poi gli immancabili telefonini; diciamolo chiaramente, quasi tutti gli studenti hanno il cellulare nonostante una norma che ne vieta esplicitamente l’uso nei locali scolastici. Vogliamo parlare della maleducazione? Qui gli esempi si sprecano: bevande e cibarie di ogni tipo consumate di nascosto, palloni da chewing-gum allegramente esibiti, alunni in pose da bar con occhiali da sole e berretto trendy, studenti di altre classi che entrano senza bussare per accordarsi con l’amico sull’orario della partita di calcio, ecc… ecc… Non è un caso se molti insegnanti lamentano un’attività che troppo spesso si riconduce a quella del poliziotto o della baby sitter.
Qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che tali degenerazioni siano dovute ad una sorta di lassismo di docenti e dirigenti. Non credo che il motivo sia questo; certamente la scuola ha le sue responsabilità, ma il discorso è molto più complesso di quello che sembra. Ho insegnato in parecchie scuole: in alcune (poche) bastano semplici richiami, in altre imporre il rispetto delle regole anche -se necessario- tramite le sanzioni è relativamente semplice, in altre ancora questo è praticamente impossibile se non controproducente; la maleducazione nasce in seno alla famiglia e diventa un male della società: magari si potesse tenerla a bada a colpi di note e sospensioni. Né basta il carisma dei docenti e l’amore per la professione, mi spiace dirlo. Solo un’azione concertata potrebbe dare risultati duraturi.
Il discorso sulla cattiva condotta mi porterebbe molto lontano, ma ora voglio concentrare l’attenzione sui suoi effetti nello svolgimento dei laboratori. Consideriamo pure il male dell’indisciplina un dato endemico; il che non significa rassegnarsi, ma credere che esso necessiti di strategie condivise a lungo termine per essere ridimensionato. Chiediamoci piuttosto: oggi è possibile condurre laboratori in condizioni di sicurezza con l’utenza e le strutture che ci ritroviamo? Certamente molti insegnanti risponderebbero di no, e molti dati lo dimostrano: i nostri alunni non sono abituati a ragionare tramite osservazioni e formulazioni di ipotesi; spesso non hanno neanche i rudimenti di quello che viene indicato come il “metodo sperimentale”.
Ho già parlato della mia visione della didattica laboratoriale: il laboratorio necessita di studio teorico. Se viene a mancare un minimo di impegno in questo senso gli esperimenti si riducono a un gioco (un gioco spesso pericoloso anche per i docenti, che sono penalmente responsabili di eventuali danni all’incolumità degli studenti). Paradossalmente le scuole che solitamente dispongono di alunni più motivati e disciplinati (tipicamente licei classici e scientifici) sono proprio quelle in cui il laboratorio quasi non esiste: si dice per carenza di strutture, ma spesso questo è un alibi per molti insegnanti che difettano di creatività. Molti esperimenti possono essere condotti con pochissimi mezzi, non dimentichiamolo.
Allora, a chi va la responsabilità di questa atavica carenza della scuola italiana nell’approccio sperimentale?
Mentre cerco di formulare una risposta non posso evitare di pensare ad una appagante esperienza come insegnante in un triennio di un ITIS di lungo corso. Un istituto tecnico che come tutte le scuole italiane (licei compresi) ha certamente risentito di un progressivo decadimento della qualità dell’istruzione, ma ha saputo contenerlo. In quella scuola ho potuto dedicarmi pienamente all’attività sperimentale grazie a spazi attrezzatissimi e alla compresenza con gli insegnanti di laboratorio, che ovviamente contribuivano alla sorveglianza. Anche il personale tecnico era molto scrupoloso e attento. Gli alunni erano mediamente disciplinati, e i rari episodi di cattiva condotta erano immediatamente sanzionati (ricordo un allievo indispettito che con una semplice deformazione del piatto di una bilancia rallentò per molto tempo il laboratorio di analisi chimica; un altro che tramite una penna rese illeggibile lo schermo di un costoso conduttimetro… Ecco perché senza buoni studenti non possono esistere buoni laboratori!)
Azzardo quindi una mia personale classifica delle conditio sine qua non che rendono possibile l’esistenza delle attività di laboratorio in una scuola: al primo posto la buona condotta degli allievi sia in termini di educazione che di studio; in mancanza di questa premessa anche le esperienze più semplici e veloci si riducono a una perdita di tempo, mentre i laboratori attrezzati possono essere distrutti con notevole spreco di risorse. Per affrontare questo problema ogni scuola deve trovare la sua ricetta a seconda dell’utenza e del contesto in cui è inserita. Al secondo posto metto la presenza di spazi idonei e sicuri per l’attività di laboratorio; ovviamente un istituto tecnico o professionale avrà bisogno di maggiori risorse rispetto a un liceo, ma un minimo deve comunque essere garantito. Al terzo posto la capacità dell’insegnante; perché non al primo? Ogni professione ha bisogno di strumenti idonei. Il falegname più brillante non può lavorare il legno con le mani! Infine vi sono tutta una serie di variabili più o meno importanti a seconda del tipo di istituto: consistenza del personale tecnico, uso delle risorse interne, ecc…
Ditemi voi.



