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Francesco Bacone

Sulle orme di Marussia

15 Feb. 2012 | categoria filosofia della chimica, istruzione scientifica, libri, storia della chimica | Leggi tutto | Nessun commento

Già l’incipit dell’introduzione è suggestivo:

Sognando la rivoluzione, scopro la scienza

Il sognare dell’autrice non ha nulla a che vedere con l’ideologia; è piuttosto un misto di ricordi e immaginazione sulle tracce di Maria, per gli amici Marussia: figlia del rivoluzionario e filosofo russo Michail Bakunin che dal 1865 frequentò Napoli a periodi intermittenti ma intensi, considerandola la città ideale per realizzare i suoi ideali anarchici. Nessuna ironia: le idee di Bakunin non facevano riferimento sic et simpliciter alla turbolenza e allo sconquasso di quella che era (è) una città da sempre problematica e spesso invivibile; Napoli vive di contraddizioni: nella seconda metà dell’800 era la città più disastrata d’Italia e insieme la più rivoluzionaria, soprattutto dal punto di vista culturale. Napoli fu “vera patria politica” di Bakunin: nei difficili momenti in cui cominciavano le delusioni della recente unificazione, la città ospitò il proliferare di giornali di avanguardia politica e in essa attecchirono grandi filosofie. Nell’opera La statua di Vico e la filosofia di Napoli, Croce definì la città come “la terra più speculativa d’Italia”; nello stesso tempo la maggior parte della gente viveva nella miseria, nel più totale disinteresse delle classi agiate. Napoli è questo da moltissimo tempo: grandissimi ideali e grandissimi problemi, il risultato di una incapacità cronica di capitalizzare le sue stesse avanzate istanze del pensiero per tradurle in progresso. Eppure Napoli aveva accolto e valorizzato Maria Bakunin in un’epoca nella quale trovare una donna laureata in chimica era più difficile che scovare un ago in un pagliaio, e non solo nel sud Italia. Subito dopo la laurea con una tesi sulla stereochimica, la giovanissima Marussia divenne “preparatore” nell’ateneo napoletano, ottenendo poi la Cattedra e successivamente il titolo di “professore emerito”.

Abbiamo detto che Benedetto Croce è stato uno dei maggiori responsabili dello svilimento della cultura scientifica in Italia, a partire da un credo pedagogico che ebbe una pesante influenza sull’impostazione scolastica. Eppure lo stesso Croce nominò la prof.ssa Bakunin presidente dell’Accademia Pontaniana per le sue alte qualità scientifiche e morali. Ed ora il ritratto di Maria Bakunin campeggia nell’Aula minore della Società Reale a Napoli, accanto a quelli di Benedetto Croce e Giambattista Vico. Tuttavia, se la dott.ssa Pasqualina Mongillo non avesse scritto il bellissimo libro Marussia Bakunin – Una donna nella storia della chimica, pochissimi si ricorderebbero di questa eccezionale scienziata. Seppur dimenticata dai più, Marussia ha vissuto pienamente ed ha avuto i riconoscimenti che si meritava; tutti concordiamo che è sempre meglio essere valorizzati in vita che dopo la morte! Al defunto non è di nessuna utilità essere onorato; semmai ricordare una personalità come quella di Marussia serve a noi: per alimentare la speranza, avere degli esempi, lottare con più convinzione, mantenere in vita quello sprone che pian piano di perde per strada. Un pò per stanchezza, un pò per disillusione. Ma … cosa ha fatto di tanto speciale Marussia? Ricordiamola come donna, scienziata e insegnante, tratteggiandone alcune caratteristiche che spero invoglino a leggere questo coinvolgente libro che la Mongillo ci ha regalato.

Marussia donna

Marussia aveva un carattere fortissimo, come emerge dalle testimonianze di tutti coloro che l’hanno conosciuta. La madre ultraottantenne di una mia collega, laureata a Napoli in scienze naturali, la ricorda come docente di chimica quasi con terrore. Nel libro della Mongillo apprendiamo che ascoltava gli studenti esaminati agli esami con gli occhi chiusi per concentrarsi il più possibile sull’esposizione, atteggiamento simile a quello dell’amato nipote Renato Caccioppoli, famoso ed eccentrico professore di matematica all’Università Federico II. Nel maggio 1938 Mussolini era in visita a Napoli; Caccioppoli tenne un discorso pubblico contro di lui e contro Hitler in presenza della polizia segreta fascista facendo suonare la marsigliese da una piccola orchestra. Fu arrestato (e non era la prima volta) ma sua zia, la Bakunin, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell’incapacità di intendere e di volere del nipote. Citiamo alcuni passi del grande chimico napoletano Rodolfo Nicolaus, allievo e pupillo della Bakunin scomparso qualche anno fa, che ha scritto in una sua personale commemorazione:

Maria Bakunin, fu una grande scienziata, donna forte e coraggiosa fino alla audacia da taluni ritenuta violenta e prepotente. Esercitò un forte potere su chiunque, uomo o donna che fosse, ricco o povero, debole o potente. Fu temuta e riverita da tutti e nessuno si ribellò. Ma non fu sempre cosi. In una sessione di esami del 1941 un ufficiale in divisa si presentò a sostenere l’esame di chimica organica (secondo una disposizione Ministeriale i militari in divisa godevano di molte agevolazioni e non potevano essere bocciati). La Signora l’apostrofò: cosa fa lei qui così travestito? L’ufficiale, sentendosi offeso, mise mano alla pistola e solo l’intervento tempestivo ed intelligente dello Ing. Bonifazi evitò una tragedia. Rivelò un carattere forte e generoso fin da giovinetta. Quando passeggiando per via Toledo in calesse con i fratellini, riuscì a domare il cavallo improvvisamente imbizzarrito o quando caduta la sorellina Sofia in un pozzo di Capodimonte si fece calare essa stessa nel pozzo riuscendo ad afferrarla per i capelli. Quando i Tedeschi nel 1943 misero a fuoco le biblioteche di via Mezzocannone, la Bakunin si sedette in prossimità delle fiamme incrociando le braccia. Il tenente tedesco comandante, stupefatto da tanto coraggio dette ordine di ritirarsi ed i danni furono meno gravi. Io penso che Maria Bakunin fosse la persona adatta a guidare in quel periodo di violenti emergenze e di forti contrasti l’Accademia e che quindi la scelta di Croce fosse giusta.

Queste vicende eclatanti sono quelle che più colpiscono il lettore distratto; ma scorrendo la biografia di Marussia in modo attento e analitico si percepisce chiaramente come il coraggio, il rigore e la decisa propensione all’azione ne abbiano caratterizzato l’intera vita in ogni suo aspetto.

Marussia scienziata

Il periodo in cui Marussia comincia la sua carriera accademica è particolarmente significativo per la chimica. Gli inizi della chimica moderna con la produzione su grande scala e quelli della sperimentazione della scienziata sembrano coincidere. Bastano pochi esempi: agli inizi del ‘900 si realizza l’ossidazione catalitica dell’ammoniaca e la sua trasformazione in acido nitrico. Nascono le resine fenoliche come la bachelite, la viscosa, si affermava sui mercati la gomma sintetica. Per Marussia il punto di partenza è l’analisi chimica, alla quale è associato il procedimento inverso, la sintesi. Dagli scritti di Marussia emerge chiaramente la fondamentale caratteristica della chimica: la sua “invisibilità”. L’autrice, filosofa di formazione, scrive riallacciandosi a un grande pensatore vissuto a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, Francesco Bacone:

Baconianamente la natura non manifestava i suoi segreti se non veniva “violentata, costretta” dall’arte e dalla sperimentazione.

In questo modo ogni “teoria” diventa una “rivelazione” che supera il passato facendosi presente. Nel suo approccio alla conoscenza Maria Bakunin si fa portavoce del metodo peculiare della scienza empirica. Dinanzi a un numero infinito di mondi logicamente possibili occorre rappresentarne uno ed uno solo: quello dell’esperienza. La chimica crea il suo oggetto – affermò il filosofo Gaston Bachelard - e questa facoltà creatrice la rende simile all’arte stessa. Aggiunge Izaak Maurits (Piet) Kolthoff nell’opera “La Syinthèse chimique”:

Essa ha anche la pretesa di formare una moltitudine di esseri artificiali, simili agli esseri naturali e partecipanti di tutte le loro proprietà. Questi esseri sono le immagini realizzate delle leggi astratte, di cui si persegue la conoscenza.

Non paga, l’autrice cita “Tra il tempo e l’eternità” di Isabelle Stengers e Ilya Prigogine per spiegare come la potenza creatrice della chimica dia luogo a strutture che, nella loro irreversibilità, fanno di questa scienza del divenire una scienza essenzialmente storica.

Maria Bakunin ha esaminato la chimica attraverso questi aspetti: come scienza creatrice in quanto studiosa di stereochimica; come scienza storica in quanto studiosa dei giacimenti di Giffoni Valle Piana, nella speranza purtroppo mal riposta di dare al salernitano un nuovo impulso economico tramite i carburanti che si sarebbero potuti ricavare. La prima pubblicazione della scienziata risale al 1890 e riguarda la preparazione degli acidi fenilnitrocinnamici, tema che si inserisce nel più generale filone della scoperta di sempre nuovi stereoisomeri. L’analisi dei giacimenti di Giffoni rientra in uno dei numerosi studi di di Maria in seno alla chimica applicata. Tra il 1909 e il 1910 gli interessi della scienziata si indirizzano agli scisti bituminosi, rocce metamorfiche intrise di bitume originate in seguito a grandi catastrofi naturali. L’estrazione di petrolio dagli scisti bituminosi è possibile ma molto costosa, quindi senza interesse commerciale. Ad ogni modo la studiosa ha compiuto una descrizione dei giacimenti di alto valore scientifico. Altro aspetto interessante dell’attività scientifica della Bakunin riguarda la fotochimica, in particolare gli effetti della luce sui pigmenti. Una consistente parte delle sue ricerche è dedicata all’isolamento delle melanine dal melanoma, contribuendo con importanti pubblicazioni alle cure di questa grave patologia della pelle.

Marussia insegnante

Maria Bakunin era un’appassionata didatta. Pur avendo esperienza di docenza esclusivamente a livello universitario, l’impegno dimostrato nell’insegnamento le fruttò un incarico da parte dell’allora ministro Francesco Nitti, nel 1914, che consisteva nello studio del sistema dell’istruzione professionale in Belgio e in Svizzera. La scienziata era infatti convinta che l’educazione avesse un ruolo fondamentale nello sviluppo tecnico e culturale del Paese. Marussia partì dallo studio dell’impostazione generale di ciascuna scuola rispetto ai mezzi impiegati e ai risultati raggiunti, soffermandosi sull’insegnamento specifico della chimica. Ne risultò una ricca e approfondita relazione che tutti coloro che sono coinvolti a vario titolo nell’insegnamento dovrebbero leggere, pedagogisti e tecnici ministeriali compresi. Cosa occorre – si chiedeva Marussia – perchè le nostre scuole diventino “il vero semenzaio di coloro che con sciente operosità daranno ricchezza al paese?”; la risposta era molto semplice: “un concorde sviluppo della parte teorica e della parte pratica”. Marussia distingueva le scienze “delle cattedre” dalle scienze “esatte” a fondamento sperimentale (chimica, fisica, meccanica). Considerava la pura astrazione un danno così come il puro empirismo: non serve a nulla un dotto trattato sulle materie coloranti senza la conoscenza tecnica della manipolazione e della pratica della tintura. Scrive: “sarà più utile mostrare all’alunno una distillazione secca del carbon fossile piuttosto che obbligarlo a sforzi mnemonici per enumerare i prodotti della distillazione”; specialmente nelle scuole a indirizzo chimico, non era ammissibile trascurare la dimostrazione sperimentale e l’esercitazione analitica e sintetica, poiché si deve apprendere “nell’esercizio concorde di tutti i nostri sensi”. Infine Marussia conclude:

La disoccupazione è quasi sempre frutto dell’ignoranza dell’artefice. Un buon meccanico, un buon elettricista, una buona cucitrice di ago, un buon disegnatore, un buon cesellatore  e così via troverà sempre lavoro; purtroppo si lamenta nell’industria di imbattersi assai raramente in tali elementi. Non ultima tra le cause di tale deficienza è il fatto che le alunne e gli alunni delle nostre scuole non giungono ad acquistare quel grado di cultura tecnica richiesto dall’industria.

In chimica questo significava avere laboratori attrezzati, in modo che l’alunno potesse manipolare e sperimentare. Dall’arredamento scolastico doveva trasparire un qualche gusto artistico, in modo che “il lavoro e lo studio diventeranno diletto dello spirito, concorde allo sviluppo delle facoltà fisiche e psichiche, non catena da forzato, come lo sono spesso ora”. In questo approccio, fondamentale era la figura dell’insegnante: Marussia insisteva affinché il Ministero mandasse a casa i maestri sofferenti, e mandasse le nuove leve in visita presso le scuole estere per trarre consigli e formare i futuri insegnanti con larghi compensi in funzione dei sacrifici richiesti: il valore degli insegnanti – scrive la scienziata – assicurerà il valore degli alunni. Marussia chiude la sua eccellente relazione con la necessità di reperire adeguate risorse economiche per l’istruzione professionale fornendo specifiche indicazioni (prima fra tutte il prelievo forzoso), pena il progressivo arretramento dell’intero Paese.

A distanza di un secolo quasi tutta l’istruzione professionale italiana versa in uno stato pietoso, come può testimoniare chiunque operi in queste scuole; gli insegnanti sono mal pagati e per niente valorizzati in base al merito; l’età pensionabile è progressivamente allungata e l’ingresso di nuove leve bloccato; non solo l’arredamento, ma l’intera l’edilizia scolastica presenta gravi problemi per la generale mancanza di risorse e interventi mirati.

Riferimenti

Il sito della dott.ssa Mongillo dedicato al libro su Maria Bakunin, ricco di articoli, recensioni e testimonianze.

Gli altri blog d’autore di Linx hanno dedicato articoli molto ispirati ad alcune figure di donne scienziato, fra questi:

Mary ed ioL’ingrediente segreto (di Barbara Scapellato)

Lynn Margulis, la portavoce del microcosmoContinuo proceso de cambio (di Maurizio Casiraghi)

Donne e fisicaLinee di scienza (di Francesca E. Magni)

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Paolo Rossi e la storia delle idee

27 Gen. 2012 | categoria filosofia della chimica, libri, storia della chimica | Leggi tutto | 3 commenti

L’intervista al filosofo Paolo Rossi è musica per le orecchie di chi nutre la passione per la storia delle idee. Ascoltatela: si tratta di circa due ore suddivise in quattro puntate, durante le quali il pofessore – venuto a mancare di recente – ci parla della sua vita e del percorso di ricerca che lo ha portato a studiare per molti anni le vie spesso tortuose attraverso le quali le teorie scientifiche nascono, muoiono, sono dimenticate, riemergono … Celebre è il suo libro “I filosofi e le macchine”, nel quale lo studioso prende in esame la rivoluzione scientifica del Seicento esplorando come questa si esplicitò attraverso l’ingegneria, le macchine appunto. Sino ad allora vigeva una rigida divisione (mai del tutto sradicata soprattutto in alcuni paesi) tra “arti liberali” e “arti meccaniche”: le prime – come la dialettica, la geometria e la musica - erano coltivate dagli uomini liberi; le seconde - alla base della costruzione di una casa o della coltivazione di un terreno – servivano, come diceva Aristotele, per apprestare le cose necessarie alla vita: un uomo può forse filosofare senza chi sbriga le faccende pratiche al suo posto? Non a caso la civiltà greca, così come tante altre, si reggeva sul lavoro degli schiavi, molti dei quali esperti nelle arti meccaniche. Eredità di questa concezione manichea della conoscenza (quella che realmente eleva l’uomo e quella che serve a fini pratici) fu il termine “meccanico” utilizzato in senso dispregiativo, come un insulto; nota è l’espressione manzoniana ”vile meccanico”, con la quale si designava colui che si occupava di questioni spesso fondamentali ed estremamente difficili, ma senza godere del prestigio dei veri intellettuali. Ma nel Seicento la figura del “meccanico” si impone all’attenzione pubblica: le arti meccaniche cominciano a conquistare il mondo. La tecnica esce finalmente dallo spazio angusto in cui era stata relegata a partire dai greci. Più tardi, Diderot e D’Alembert inclusero nelle voci della loro celebre Enciclopedia le questioni metafisiche così come la procedura per fabbricare un mulino. Una novità sconcertante in un tempo in cui la conoscenza era vista dai più a compartimenti stagni: quella elevata al piano superiore, la vile al piano terra. Incredibile, ma da noi, ahimè, c’è ancora qualcuno rimasto un pò indietro nella sua concezione del “vero” sapere.

Si dice che gli scienziati sono proiettati nel futuro mentre gli umanisti guardano al passato. In realtà questa suddivisione è tanto artificiosa quanto inutile: uno scienziato ha bisogno di conoscere le sue radici culturali quanto un umanista ne ha di sperare nel futuro. Paolo Rossi studiava il passato come un ricercatore esamina un campione di materia sconosciuto o quasi: cercando di conoscerne composizione, proprietà, provenienza; egli ha sempre mostrato una straordinaria capacità di esplorare il passato come si esplora un ”paese straniero”, per usare una sua metafora, pieno di voci in una lingua oscura. Riuscire a districarsi in questo vocio non è cosa da poco, soprattutto quando si cerca di costruire un’immagine di cosa è la scienza e di come è nata partendo dallo studio di grandi pensatori. Rossi ha scritto un altro celebre libro su  Francesco Bacone che scardinò parte degli aspetti cuciti addosso alla personalità di questo illustre filosofo, evidenziandone l’adesione e la contemporanea contrapposizione al mondo magico; il libro è “Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza”. La scienza, dice Rossi, ha un debito verso la magia, anche se avversarla è stato necessario per la sua emancipazione. Un pò come un bambino diventa adolescente e poi uomo anche grazie alla contrapposizione agli adulti che cercano in qualche modo di frenarne lo sviluppo. Quando Bacone scrive che la scienza è potenza, prende letteralmente in prestito dai testi di magia la considerazione dell’uomo come ministro e interprete della natura, al quale spetta il compito di conoscere il mondo naturale al fine di dominarlo: un’idea da mago, non da filosofo aristotelico. Nella sua tensione al dominio della natura il  pensiero di Bacone ha molti punti in comune con quello del medico, filosofo e iatrochimico Paracelso: perennemente in bilico tra le vecchie idee e le nuove, tra magia e scienza. La stessa carenza degli aspetti quantitativi nella concezione baconiana della conoscenza richiama quelle pratiche magiche che lo stesso Bacone avversava in tutti i suoi aspetti; ad esempio nella concezione del mago solitario che parla solo a chi lo può capire. Al contrario, secondo Bacone la conoscenza deve essere nutrita da un continuo scambio comunicativo. Come non pensare al rapporto tra alchimia e chimica? Tra le pratiche magiche e misteriose degli alchimisti e l’universalità della conoscenza chimica? In effetti le scienze naturali si svilupparono per lungo tempo nella direzione adottata da Bacone. In particolare la chimica è profondamente debitrice del metodo induttivo di cui Bacone ha fornito le coordinate; inoltre essa non potè non essere baconiana per lunghissimo tempo, producendo conoscenze di tipo qualitativo e sostanziale: gli alchimisti non avevano certo l’abitudine di soffermarsi sugli aspetti quantitativi … dobbiamo attendere la fine del diciottesimo secolo perché si abbia, con Lavoisier, un radicale cambiamento del ruolo della misura. Tuttavia già gli alchimisti, al tempo di Bacone, cominciavano a controllare il dato empirico in quanto tale, vedendo i fatti nella loro specificità e concretezza, comparando e classificando i fenomeni; in breve, prefigurando quella transizione a vera scienza di cui Bacone è stato in grossa parte responsabile. Possiamo dire che, al contrario di quanto comunemente si asserisce, la scienza moderna non ha un solo padre, Galilei. Alcune branche della scienza per le quali il dato qualitativo è stato (ed è in parte tuttora) fondamentale sono scienze baconiane prima ancora che galileiane: la chimica, la biologia, la medicina.

Ci sono scienze da sempre, dice Rossi riferendosi ad esempio alla matematica o alla geometria, e scienze recenti. La chimica è una scienza recente: c’erano tintori, farmacisti, alchimisti, c’era gente che a vario titolo manipolava i materiali, ma … non c’era alcun trattato, alcun manuale che assomigliasse a un manuale di chimica. Era un mondo frantumato che non era ancora chimica ma conteneva in sè le premesse per diventarlo. Come fa qualcosa che non è scienza a diventarlo? Alla chimica è accaduto, con processi complicati e difficili da decifrare e spiegare. Alla fine viene fuori un manuale e, cosa stupefacente, quel manuale vale in ogni parte del mondo. La gente, rimarca il filosofo, non pensa mai a questo: se oggi uno prende un manuale scritto in una lingua accessibile può studiare a Tokio così come a Melbourne e a Roma: ve bene dappertutto! Nè le religioni nè la politica nè l’arte sono riuscite in questa impresa.

Altro genitore a cui è possibile far risalire parte della paternità delle scienze naturali è Giambattista Vico. Paolo Rossi ha elaborato una magistrale sintesi tra la geologia e il pensiero vichiano sulla nascita delle nazioni. E lo ha fatto partendo dalla “scoperta del tempo”. La storia della natura riguarda miliardi di anni, al confronto la storia umana è recente. Il prof. Rossi ha analizzato come, nel Seicento, si fece strada l’idea del tempo profondo: sino ad una certa epoca si credeva ad una interpretazione letterale della Bibbia, secondo la quale il mondo aveva poche migliaia di anni. La scoperta del tempo resa possibile grazie all’analisi delle rocce e alla scoperta dei fossili fu sconvolgente; Kant può essere annoverato tra i primi importanti filosofi ad avere la consapevolezza di questo immenso lasso temporale dinanzi al quale l’uomo fu costretto a ridimensionare ulteriormente la sua importanza nel regno naturale. Dato che recentemente ho avuto in dono una vecchia edizione de “La scienza nuova seconda” di Vico, mi affretterò a leggere l’opera di Rossi “I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico”, una originale chiave di interpretazione – nella cornice delle scienze naturali – del pensiero vichiano, spesso ostico da comprendere tramite la sola lettura diretta delle sue opere a causa della prosa particolarmente elaborata.

Rossi aveva un’alta considerazione del lavoro, cosa che talvolta lo portava a criticare – sempre con grande stile e discrezione – “quei professori che hanno scritto giusto un libro per vincere la cattedra e poi qualche articolo”. E poi, ha affermato nell’intervista, se non si fa bene il proprio lavoro viene a mancare la possibilità di qualche soddisfazione. E tra le soddisfazioni possiamo sicuramente annoverare quelle didattiche. Rossi teneva moltissimo al rapporto con gli studenti: a me è piaciuto fare il professore, – ha affermato – l’idea che uno lasci qualcosa a un altro è importante. Il filosofo paragona il rapporto insegnante-allievo al rapporto padre-figlio, con la differenza che nel primo caso la parentela è  “spirituale” e non carnale. Così come il bambino vede il padre come una figura superiore e sempre vincente poi via via ridimensionata nel tempo, anche l’allievo nutre nei confronti del suo maestro un rapporto simile: dapprima il maestro è insuperabile, ma quando l’allievo diventa suo pari (o pensa di esserlo divenuto) ecco che ne vede le lacune e le debolezze. Importanti erano per Rossi anche gli stimoli che venivano “dal basso”, cioè dai suoi studenti. Tanti anni fa un ragazzo gli chiese la disponibilità nel seguirlo in una tesi su Lavoisier; all’inizio Rossi rifiutò, ritenendo di non averne una conoscenza sufficiente. A un certo punto consigliò al laureando in filosofia di sostenere un esame di chimica generale se davvero voleva avventurarsi nell’impresa. Il ragazzo, Ferdinando Abbri, lo fece davvero; è poi diventato un docente universitario che ha pubblicato importanti lavori sulla storia e i fondamenti della chimica.

A un ragazzo, dice Rossi, basta incontrare un solo professore nella vita: uno di quelli che ti apre la mente su nuove prospettive e con il quale esiste una impalpabile affinità di stile di pensiero. Rossi ammette, forse troppo modestamente, di non essere stato un alunno modello al liceo; però ebbe la fortuna di incontrare un professore di nome Carmelo Cappuccio, che nel dopoguerra era diventato popolare per aver scritto un testo di letteratura italiana molto diffuso nelle scuole superiori. Questo insegnante fu il primo che permise al futuro storico delle idee di affacciarsi al mondo della cultura. Ricordandolo Rossi afferma: avere un incontro così, che può anche avvenire per la matematica o per qualunque altra materia, è decisivo. Se questo incontro non avviene è impossibile uscire da quella che Rossi chiama infanzia culturale. Mi è piaciuta molto questa espressione: penso che il prof. Rossi volesse indicare quel particolare salto grazie al quale una persona istruita diventa colta. Non c’è niente di male, aggiunge, se questo passaggio non avviene. Ma se avviene ti si apre un mondo. Mi è venuto spontaneo immaginare come avrebbe reagito a queste parole il prof. Cappuccio. Ho anche riflettuto su questa asimmetria del rapporto docente-discente di cui ho già parlato: asimmetria che rappresenta un limite (è impossibile rendersi conto dell’influenza positiva o negativa su un allievo) e insieme una risorsa (un potente stimolo per impegnarsi al massimo nel proprio lavoro di insegnante).

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