Il mistero della fermentazione
Al seminario che si terrà a Latina in occasione dell’IYC 2011, presenterò un contributo relativo alla fermentazione. Come non pensare alle varie dispute scientifiche causate dalle differenti interpretazioni di questo affascinante fenomeno? Ho cominciato a rinfrescarmi la memoria sui vari volumi di storia della scienza della mia libreria. Un grosso aiuto mi è stato fornito dal dott. Franco Calascibetta dell’Università La Sapienza, esperto di didattica e storia della chimica che al convegno di Terracina mi ha gentilmente segnalato un suo vecchio articolo sull’argomento. Mi sono lasciata trasportare dalla lettura. L’articolo si sofferma in particolare sul ruolo di Liebig nell’affermarsi della corretta interpretazione dei fenomeni alla base della fermentazione.
J. von Liebig (1803-1873) dedicò una grande attenzione al problema della fermentazione. Lo scienziato formulò la cosiddetta teoria chimica, a fondamento della quale era l’idea che la fermentazione consistesse in una decomposizione di molecole organiche complesse innescata dal decadimento di altre molecole organiche facilmente alterabili, i fermenti. Anche se la teoria chimica di Liebig si rivelò non corretta, l’evoluzione delle sue idee sull’argomento portò un importante contributo al chiarimento dei vari aspetti della fermentazione e dei fenomeni enzimatici in genere.
Un primo studio sistematico della fermentazione fu condotto da A.L. Lavoisier (1743-1794). Il chimico francese si occupò di fermentazione alcolica, giungendo a stabilire una equivalenza tra lo zucchero messo a reagire e le sostanze prodotte (alcool e anidride carbonica); Lavoisier pensava che il ruolo del fermento fosse semplicemente quello di rompere l’equilibrio in cui le sostanze si trovavano prima della sua aggiunta all’ambiente di reazione. Questa interpretazione di Lavoisier costituì di fatto la base per una serie di studi che portarono, nei primi decenni del diciannovesimo secolo, a connettere il fenomeno della fermentazione a quello della catalisi; le teorie in voga sulla fermentazione nell’800 permettevano infatti di associare l’azione dei fermenti a quella dei catalizzatori. Lo stesso J.J. Berzelius (1779-1848) considerò come esempi di “forza catalitica” anche le fermentazioni. Tutto ciò contribuiva ad affermare una teoria prettamente chimica secondo la quale i fermenti erano delle sostanze che agivano chimicamente favorendo determinate trasformazioni della materia. Le osservazioni con microscopi sempre più efficienti cominciarono a mettere in crisi questa teoria: esse permisero di notare che il lievito di birra visto al microscopio appariva come un ammasso di globuli capaci di riprodursi. Dunque alcuni ricercatori, tra cui P.J.F. Turpin (1775-1882), cominciarono a ipotizzare che l’azione dei globuli di lievito era possibile solo quando erano in vita; di conseguenza la formazione di alcool e di anidride carbonica era dovuta a fenomeni di natura biologica.
Un riassunto dell’articolo di Turpin fu pubblicato sull’Annalen der Pharmacie, di cui da alcuni anni proprio Liebig, al massimo della fama, era responsabile. L’articolo presentava la teoria di Turpin in maniera chiaramente sarcastica. Si diceva che grazie ad un nuovo potente microscopio si era potuto osservare che i globuli di lievito erano in realtà
delle uova che in presenza di zucchero si schiudevano rilasciando curiosi animaletti; questi possedevano una sorta di proboscide a ventosa provvista di setole all’interno, uno stomaco, un canale intestinale, un ano e un organo urinario. Appena usciti dalle uova questi animali, pur senza occhi né denti, si gettavano voracemente sullo zucchero, che veniva mangiato e digerito con rapidità, dando luogo a due tipi di escrementi: l’alcool (che usciva dall’ano) e l’anidride carbonica (che usciva sotto forma di bolle gassose dall’apparato urinario, gonfiandolo fino a dieci volte …). La fermentazione, inoltre, non avveniva in soluzioni zuccherine concentrate a causa della morte per indigestione dei poveri animaletti, che a un certo punto, non riuscendo a muoversi nella soluzione troppo densa, morivano per mancanza di esercizio. Per spiegare l’arresto della fermentazione si scriveva che, esaurito lo zucchero, gli animaletti affamati diventavano dei piccoli cannibali nutrendosi dei propri simili ….Sopravvivevano solo le uova, capaci di superare indenni il canale intestinale. Gli autori di questo scherzo erano Wöhler e Liebig, evidentemente infastiditi dall’intromissione dei biologi in un campo che ritenevano di esclusiva pertinenza dei chimici.
Dopo tale feroce attacco (che a noi può sembrare di cattivo gusto, ma che rende l’idea del grado di tensione all’interno della comunità scientifica), Liebig presentò la sua teoria chimica. Secondo Liebig le molecole organiche, più complesse di quelle inorganiche e formate principalmente di carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto, contenevano dei raggruppamenti caratteristici, i radicali. Le particolari proprietà dei composti organici dipendevano dalla natura dei radicali propri di ogni molecola. Secondo Liebig tutte le molecole organiche erano intrinsecamente instabili, soprattutto quelle costituite da un elevato numero di atomi: esse tendevano naturalmente a dissociarsi in molecole più semplici, sia reagendo tra di loro (in modalità diverse a seconda dell’affinità esistente tra i radicali di diverse molecole) sia per l’azione di perturbazioni esterne. In quest’ultimo caso una sostanza perturbava le molecole del composto organico pur senza partecipare effettivamente ad una reazione di decomposizione. In particolare i fermenti, quando l’ossigeno dell’aria cominciavano a decomporli, si trovavano in un particolare stato che conferiva loro la proprietà di alterare i composti organici. In pratica i fermenti trasmettevano il movimento molecolare alle molecole organiche rendendole alterabili; le molecole dello zucchero erano maggiormente sensibili all’azione dei fermenti. Dunque per Liebig il fermento era un corpo in putrefazione che trasmetteva a determinate sostanze la tendenza a decomporsi. Sebbene vi sia una forte analogia con la catalisi, Liebig non considerava i fermenti dei catalizzatori come invece sosteneva Berzelius: un catalizzatore esercita la sua azione rimanendo inalterato, mentre Liebig pensava che i fermenti erano attivi fintanto che proseguiva la loro decomposizione; una volta che questa era cessata, essi non erano più capaci di innescare l’alterazione dello zucchero.
Pur sostenendo l’intrinseca instabilità delle molecole organiche, Liebig non riusciva tuttavia a spiegare come mai molte sostanze erano stabilmente presenti per lungo tempo all’interno degli organismi viventi. Per spiegare tale contraddizione lo scienziato affermava che i meccanismi dei “fenomeni vitali” erano ancora in gran parte sconosciuti; del resto anche la cosiddetta ”affinità chimica” non era ancora del tutto chiara. Ricordiamo che Liebig, pur parlando di “fenomeni vitali”, era contrario alla teoria del vitalismo, che li attribuiva ad una energia non spiegabile in termini fisici e chimici. Quella che può sembrare una incongruenza in realtà non lo è: semplicemente lo scienziato, quando non riusciva a fornire una spiegazione in termini chimico-fisici, si appellava talvolta alla natura in parte sconosciuta dei meccanismi vitali.
Come spiegava Liebig le osservazioni al microscopio? Per Liebig la presenza dei microrganismi era dovuta all’ambiente circostante, del tutto slegata al fenomeno della fermentazione; farne la causa del processo sarebbe stato come ritenere che lo scorrere dell’acqua del Reno fosse dovuto ai mulini che esistevano lungo le rive del fiume. Quando le osservazioni al microscopio non potevano più essere ignorate, Liebig modificò leggermente la sua teoria ammettendo che il lievito aveva le caratteristiche di un essere vivente organizzato, ma continuando a spiegare l’origine della fermentazione tramite la decomposizione dei suoi “globuli” morti.
Ma ecco entrare in scena L. Pasteur (1822-1895), che nel 1860 scrisse: Quanto all’interpretazione dell’insieme dei fatti nuovi che ho trovato nel corso delle presenti ricerche, ho fiducia che chiunque li giudicherà con imparzialità potrà riconoscere che la fermentazione è un atto correlato alla vita e all’organizzazione dei globuli, non alla loro morte e putrefazione. In questa frase è contenuta l’essenza della teoria biologica della fermentazione. L’interesse di Pasteur per la fermentazione era nato dall’osservazione che durante tale fenomeno si producevano sostanze otticamente attive. Pasteur, tramite accurate analisi chimiche, confutò la teoria di Liebig su basi quantitative, provando che in determinate condizioni il peso del lievito poteva addirittura aumentare (cosa non possibile ammettendo una progressiva moria dei suoi globuli!). Per esprimere la relazione tra l’attività del lievito e la decomposizione dello zucchero, lo scienziato non esitava a ipotizzare che il lievito si nutrisse di zucchero e restituisse in seguito come escremento l’alcool e l’acido carbonico. Dunque Pasteur poneva come ipotesi scientifica seria quella tanto derisa nell’articolo satirico di Wöhler e Liebig.
Pasteur studiò vari tipi di fermentazione, arrivando a identificare molti microrganismi responsabili. Liebig tacque fino al 1870, finché cominciò a confutare la teoria pasteuriana. Data la grande fama e la reputazione di Pasteur, Liebig non ne mise in discussione i dati sperimentali. Intanto la biologia aveva fatto dei progressi: Liebig non parlava più di “animaletti”, ma di parete cellulare, vacuoli, protoplasma, ecc… Pur riconoscendo la natura del lievito, Liebig affermava che identificando nei microrganismi la causa di determinati fenomeni si imboccava una strada senza uscita; occorreva distinguere, secondo Liebig, l’aspetto fisiologico dall’aspetto chimico. La replica di Pasteur non si fece attendere. In quegli anni Pasteur ebbe una disputa anche con il chimico francese M. Berthelot (1827-1907), difensore della cosiddetta teoria chimica modificata; Berthelot non negava la natura vivente del lievito, ma affermava che riportare una metamorfosi chimica ad un atto vitale non significa spiegarla. Mentre nella discussione con Berthelot, anch’egli francese, i toni di Pasteur erano accesi ma civili, nei confronti dello scienziato tedesco egli mostrò una particolare arroganza spiegabile in parte da motivazioni politiche (era il periodo della guerra franco-prussiana). Tali toni non erano giustificabili sul piano prettamente scientifico, anche in virtù del fatto che le due teorie sulla fermentazione stavano trovando un terreno comune: la fermentazione è in fatti un fenomeno chimico e biologico, ma Liebig continuava ad opporre argomentazioni pur di escludere la spiegazione biologica. Pasteur era talmente sicuro delle sue teorie da arrivare a proporre un esperimento alla presenza di Liebig e di testimoni autorevoli, in quanto è proprio dalle teorie vere dal luogo a delle deduzioni logiche, di cui la verità può essere affermata a priori. Relativamente alle idee di Liebig, affermava sempre Pasteur, niente è più sottile delle argomentazioni di una teoria che soccombe. Ad ogni modo Pasteur era certo di poter ribattere ad ogni sottile argomentazione con accurati dati sperimentali.
Nel 1873 Liebig morì, così la polemica tra i due scienziati terminò. La teoria chimica e la teoria biologica trovarono un punto d’incontro nella scoperta degli enzimi, sostanze secrete da microrganismi. Si spiegava così il fenomeno della fermentazione, che rientrava nel novero delle reazioni catalizzate dagli enzimi. Anche se la teoria di Liebig appare oggi estremamente semplicistica, occorre riconoscere che l’impegno dello scienziato tedesco nel trovare una spiegazione del fenomeno in termini chimici contribuì a indebolire la teoria del vitalismo come spiegazione dei fenomeni fisiologici. Le sue teorie contribuirono a chiarire il ruolo dei chimici nello studio dei fenomeni viventi; paradossalmente, nonostante l’infondatezza della teoria da lui sostenuta, il ruolo delle scienze chimiche ne uscì rafforzato, in quanto esse si rivelarono necessarie anche per la comprensione dei fenomeni biologici. Dunque non si doveva, come sosteneva Liebig, separare l’ambito fisiologico dall’ambito chimico: la chimica stessa era la chiave di lettura più importante dei fenomeni biologici. Si può dire che sia Liebig sia Pasteur fondarono, ognuno con il proprio contributo, quella branca della chimica che si occupa degli esseri viventi: la biochimica. Sebbene la teoria di Liebig si sia rivelata perdente, è bene ribadire che sono proprio le “teorie che soccombono” a svolgere un ruolo fondamentale nel rafforzare le argomentazioni delle teorie che vincono.
Fonte: Calascibetta F., La teoria della fermentazione in Liebig e le sue concezioni generali sulle trasformazioni chimiche, Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, Vol. XIV, Serie: 5-Sez. 2, Nr: 119, 1990.















