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Articoli in ‘laboratorio’

Un esperimento per l’estate: il compost

19 Giu. 2011 | categoria ambiente, laboratorio | Leggi tutto | 2 commenti

Questo che sto per proporre è un compito per le vacanze un pò particolare: la preparazione di un compost. Il compost, detto anche terricciato o composta, ha origine da reazioni chimiche di decomposizione che avvengono in presenza di ossigeno ad opera di microrganismi. Sostanze complesse sono scisse in sostanze più semplici che i microrganismi utilizzano per il proprio metabolismo. Il compost può essere realizzato con i rifiuti domestici, ad esempio gli scarti del giardino o gli avanzi di cucina. Durante il compostaggio è necessario mantenere le condizioni ambientali in grado di favorire l’attività microbica.

Tra i fattori più importanti da controllare durante l’intero processo possiamo annoverare l’ossigeno, l’umidità, la temperatura e il pH. Per garantire un adeguato apporto di ossigeno è necessario rimescolare il compost con una certa frequenza. Il tenore di ossigeno nell’atmosfera delle masse deve essere compreso tra il 5 ed il 15% in volume. Al di sotto del 5% prevalgono batteri che promuovono processi putrefattivi, con produzione di sostanze maleodoranti come l’acido solfidrico e l’ammoniaca. La temperatura deve oscillare dalla temperatura ambiente a circa 75 °C. A queste temperature è garantito un certo tenore di umidità nei materiali e soprattutto l’abbattimento di germi patogeni e di semi infestanti. II range ottimale di umidità nel compostaggio va dal 50 al 55% di umidità relativa; al di sotto del 40% si blocca l’intero processo. Infine la varietà degli scarti che formano il compost deve essere il più possibile ampia, per garantire un adeguato quantitativo di materiali sia ricchi che poveri di acidi; in questo modo il pH si assesta su valori intermedi, ottimali per la formazione di un buon compost.

I microrganismi che si nutrono dei nostri rifiuti necessitano particolarmente di carbonio e azoto per sintetizzare le loro strutture. Il valore ottimale del rapporto C/N nel compost è di 15:1. Occorre pertanto miscelare scarti vegetali (ricchi di carbonio) ad un adeguato quantitativo di scarti di origine animale (ricchi in azoto).

I rifiuti più facilmente degradabili sono:

  •  scarti alimentari di cucina (frutta e verdura, ossa, gusci di noci e uova, fondi di caffè e tè, ecc..);
  •  scarti del giardino e dell’orto (foglie, erba, rametti ben sminuzzati ecc…).

Con cautela si possono impiegare inoltre:

  •  carne e pesce (possono attirare animali indesiderati come topi e insetti se si opera con poca attenzione);
  •  pane, pasta, dolciumi (vale l’avvertenza precedente);
  •  foglie coriacee a lenta degradazione (come gli aghi di conifere) da aggiungere in quantità limitate in cumuli con prevalenza di scarti umidi di cucina e con materiale ad alto contenuto di azoto, come lettiere usate di cani e gatti;
  •  bucce di agrumi (da aggiungere con parsimonia data la loro lenta degradazione).

E’ inoltre necessario un contenitore idoneo. Come procedere? 

  •  A partire dalla fine dell’anno scolastico prepara un compost con l’aiuto di parenti e/o amici seguendo le istruzioni di guide come questa.
  •  Tieni un diario per annotare dettagliatamente i procedimenti e le osservazioni, inserendo eventualmente anche delle foto.
  •  Prepara una relazione da presentare alla classe all’inizio del nuovo anno scolastico.
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Prepariamo uno scrub!

6 Giu. 2011 | categoria laboratorio | Leggi tutto | 3 commenti

Zucchero con polpa di pomodoro o miele, sale grosso e olio di oliva. No, questo articolo non riguarda la ”chimica in cucina”; sto parlando dello scrub casalingo. Come vi avevo già scritto per il sapone, molte associazioni culturali organizzano spesso corsi e laboratori che insegnano a preparare in casa cosmetici e prodotti di detergenza. Non solo saponi e creme idratanti, ma anche lozioni esfolianti, maschere per il viso… L’intento è quello di diffondere una cultura ecologica attraverso la cosmesi naturale. Soffermiamoci sullo scrub, dall’inglese to scrub – pulire strofinando - verbo di significato simile a quello di to peel – sbucciare, pelare. Lo scrub della pelle realizza infatti il cosiddetto peeling, operazione con la quale si rimuovono le cellule morte superficiali rendendo la pelle lucente, tersa e come tale meglio disposta all’assorbimento di creme o altri prodotti. Di certo i cosmetici in commercio presentano una formulazione più complessa di quelli fai-da-te: i loro ingredienti devono essere testati contro le allergie e resistenti alla degradazione; molto importante è anche la stabilità della formulazione: le varie fasi non devono separarsi. Anche l’odore è un aspetto non trascurabile. Di conseguenza i prodotti commerciali contengono emulsionanti, stabilizzanti di vario tipo, profumi, ecc…

Come formulare un prodotto cosmetico in un laboratorio di scuola? Certo non possiamo applicare le ricette casalinghe, sebbene esse siano generalmente facili da eseguire e innocue per la salute. Dobbiamo impostare un’esperienza semplice ma rigorosa, ordinando presso le case produttrici sostanze specifiche  e imparando a miscelarle sapientemente. Già, perchè lo scopo di una simile esperienza di laboratorio a livello scolastico è quella di capire l’importanza delle formulazioni nell’industria,  studiare le interazioni chimico-fisiche tra i vari componenti e comprendere come favorirle per ottenere preparati stabili ed efficaci.

Durante un corso di aggiornamento di qualche anno fa all’Università di Barcellona (Facoltà di Farmacia) noi insegnanti ci siamo cimentati con la realizzazione di: una emulsione all’olio di jojoba; un latte per il corpo all’olio di calendula e Aloe Vera; uno shampoo con balsamo all’estratto di avena; una lozione esfoliante (scrub). Conservo ancora tutte le ”manifacturing guideline”, vere e proprie schede di laboratorio da consegnare agli studenti per guidarli passo dopo passo alla realizzazione della specifica formulazione. Lo scopo era infatti quello di acquisire nozioni teorico-pratiche per familiarizzare i nostri allievi con le formulazioni dei prodotti cosmetici più comuni e con le norme di buona fabbricazione ad essi associate. Una buona occasione per trattare anche gli aspetti normativi della legislazione europea relativi alla preparazione e all’etichettatura dei cosmetici. Fino a qualche mese fa avevo ancora parte dei prodotti preparati in Spagna, posti in appositi contenitori con tanto di nome, luogo, numero di lotto e data sull’etichetta. Li ho usati ed erano ancora perfetti! Ma attenzione: per non incappare in qualche guaio, le formulazioni che realizzerete in laboratorio con i vostri studenti devono riportare la dicitura “Formulazione cosmetica in fase di sviluppo, non idonea per immediata applicazione sulla pelle”. Questa precauzione è necessaria quando il prodotto cosmetico non ha subito alcun tipo di test di tossicità, stabilità, efficienza, ecc…

Lo scrub è interessante a fini didattici perchè può essere realizzato con il gel, ad esempio con un idrogel; quest’ultimo consiste in una rete tridimensionale di catene polimeriche idrofiliche tenute insieme da legami interatomici (ad esempio legami covalenti) o intermolecolari (come legami idrogeno, interazioni ioniche, di Van der Waals, ecc…). L’idrogel è composto da un liquido idrofilo (glicerolo, propilenglicole, miscela acqua-etanolo, acqua, ecc…) e un polimero anch’esso idrofilo. A causa della natura delle catene polimeriche, la rete da esse composta può accogliere molecole di acqua al suo interno e rigonfiarsi senza dissolversi, mantenendo stabilmente le dimensioni raggiunte. Esempi di polimeri comunemente utilizzati per ottenere idrogel sono l’amido, alcuni derivati della cellulosa, la poliacrilamide, il polivinilpirrolidone o i silicati di alluminio e magnesio.

L’esperienza che sto per presentare prevede il propilenglicole e l’acqua deionizzata come fase liquida (solvente), mentre il polimero è un gliceril poliacrilato il cui nome commerciale è Hispagel 200. La scelta è motivata dalla buona compatibilità di questi prodotti: il solvente penetra tra le catene polimeriche permettendo una buona solvatazione grazie ai “crosslink” instaurati che fortificano l’intero network di legami. L’azione esfoliante dello scrub è possibile grazie ai granuli di jojoba, mentre il Phenonip è un conservante che impedisce la crescita dei microrganismi all’interno dell’idrogel. Le quantità sono le seguenti:

A. Hispagel 200: 25,0% (in peso)

B. Propilenglicole: 3,0%

Granuli di jojoba: 2,0%

C. Phenonip: 0,5%

Acqua deionizzata: 70,5%

Le lettere A, B, C richiamano le fasi di preparazione riportate di seguito. È bene consegnare agli studenti una “Manifacturing guideline” impostata nel seguente modo: nell’intestazione si scrive

  • Obiettivo (ad esempio “Formulazione cosmetica – Laboratorio di Chimica, prof. ….)
  • Formulazione (“Scrub idratante idrogel [n. 1]“)
  • Data di fabbricazione
  • Data di scadenza
  • Laboratorio (“Laboratorio di Chimica, Istituto Tecnico ….”).

Segue una tabella in cui

  • nella prima colonna si riportano le lettere A, B, C in corrispondenza dei componenti come indicato sopra;
  • nella seconda colonna si riporta la percentuale in peso come indicato sopra;
  • nella terza colonna la quantità corrispondente in grammi sul totale (ad es. per 200 g totali occorrono 50 g Hispagel (il 25% in peso),
  • nella quarta colonna la quantità in peso effettiva (ad es. 50,05 g di Hispagel, nelle formulazioni non è sempre necessario rispettare le percentuali al centesimo di grammo!)
  • nella quinta e ultima colonna c’è la firma di chi ha eseguito i calcoli e la pesata del prodotto corrispondente (nel caso di lavori di gruppo).

Passiamo quindi alla parte operativa. Questa prevede 4 punti. Ogni punto deve essere corredato dalla firma di chi ha eseguito l’operazione:

  1. 1. Preparare C (Phenonip + acqua deionizzata) agitando a temperatura ambiente manualmente o con l’ausilio di un mezzo meccanico (attenzione: spesso il classico minipimer da cucina è troppo veloce per questo tipo di operazione!).
  2. 2. Preparare separatamente B agitando a temperatura ambiente manualmente o con l’ausilio di un mezzo meccanico.
  3. 3. Disperdere A in C agitando a temperatura ambiente manualmente o con l’ausilio di un mezzo meccanico, cercando di incorporare il minimo possibile di aria nella miscela.
  4. 4. Disperdere B in (A+C) agitando a temperatura ambiente manualmente o con l’ausilio di un mezzo meccanico, cercando di incorporare il minimo possibile di aria nella miscela.

Nella parte finale della scheda si lasciano alcune righe per il “Controllo qualità”, che in questo caso prevede la semplice descrizione delle caratteristiche organolettiche del prodotto (sempre corredata dalla firma dello studente).

In calce alla scheda:

  • a sinistra nome e cognome del tecnico operatore (ad esempio dello studente capogruppo), con data e firma;
  • a destra nome e cognome della persona responsabile del laboratorio (l’insegnante) con data e firma.

Il prodotto ottenuto da ciascun gruppo va poi inserito in un contenitore di plastica ed etichettato. Spiacente per le studentesse, ma non potete usare lo scrub per il motivo detto prima. Se però l’insegnante è una donna e ha seguito con cura le operazioni dei suoi allievi può farne incetta: un motivo in più per dedicare qualche ora di laboratorio alle formulazioni!

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Check list per l’insegnante – Come valutare una relazione di laboratorio

23 Mag. 2011 | categoria CLIL, didattica della chimica, laboratorio | Leggi tutto | 4 commenti

Dopo aver riportato una check list utile per la stesura di una relazione di laboratorio in lingua straniera, mi occupo ora della valutazione (ovviamente le medesime considerazioni sono valide anche per la stesura in lingua madre). La valutazione della relazione di laboratorio scritta in inglese mira a stabilire il grado di raggiungimento dei seguenti obiettivi:

-  Sviluppare la capacità di impostare una relazione di laboratorio con rigore sintetico

-  Riportare i dati sperimentali con accuratezza e precisione

-  Scrivere in inglese corretto

-  Conoscere la microlingua della disciplina in inglese

L’insegnante assegna la valutazione sulla base del peso attribuito al singolo punto della check list illustrata nel precedente post. Non è detto che le voci siano sempre da “coprire” tutte: a seconda dell’esperienza il docente selezionerà le voci che entreranno a far parte della valutazione. Il voto massimo spetterà a chi ha rispettato ogni punto preso in considerazione della check list; le valutazioni intermedie saranno ricavate tramite una semplice proporzione. Tuttavia è bene chiarire ulteriormente i criteri di valutazione, anche per consentire allo studente di auto-valutarsi. A tal fine ho predisposto due ulteriori liste (sempre sul modello dei colleghi Casarini e Bonora) che consentono di ricavare il punteggio finale tramite la descrizione degli elementi che comportano penalità o punteggio aggiunto. Di seguito le check list.

Elementi che comportano la decurtazione di punteggio (penalità – 1):

  • Relazione incompleta: mancanza o grave inadeguatezza di una o più voci della check list; parti da svolgere individualmente non personali o palesemente copiate in modo anche errato o incoerente con quanto effettivamente svolto; gravi errori grammaticali; lessico in lingua straniera errato o impreciso.
  • Calcoli gravemente incompleti (meno del 70% di quelli richiesti) o incoerenti con i dati indicati; dati sperimentali incompleti o errati (meno del 70% presenti o corretti).
  • Grafico errato: scala sbagliata, mancanza di più del 20% dei punti o più del 20% dei punti posizionati in modo errato. Osservazioni e deduzioni molto superficiali o in cui siano evidenti errori rispetto a quanto osservato o discusso con la classe.
  • Conclusioni incoerenti con i dati o con il risultato, contenenti gravi errori concettuali.

N.B.: chi subisce penalità di interi di punto NON guadagna punteggio! (Ad esempio, non ha senso fare una relazione particolarmente ordinata ma praticamente incomprensibile dal punto di vista linguistico. Invece sono contemplate penalità di mezzo punto che non escludono l’incremento del punteggio)

Elementi che comportano l’incremento di punteggio.

Punteggio aggiunto + 1:

  • Lessico in lingua straniera appropriato e buona esposizione delle parti descrittive, con particolare attenzione alla microlingua.
  • Grafico senza errori nei punti e nelle barre d’errore, con scala adeguata.

Punteggio aggiunto + 1/2:

  • Più del 90% dei dati corretti e/o osservazioni particolarmente pertinenti e personali.
  • Più del 90% di arrotondamenti ed errori di misura corretti e/o puntualità nelle considerazioni svolte con l’intera classe.
  • Tutte le unità di misura sono presenti e corrette.
  • Ordine generale (grafia perfettamente leggibile, disegni accurati, tabelle ordinate, corretta sequenzialità dei calcoli…).

Il voto della relazione va da 10 (guadagnando tutti i punteggi positivi) a 2 (subendo tutte le penalità). La relazione non consegnata corrisponde al voto 1. Gli studenti devono ricevere copia della check list a inizio anno, utilizzandola come riferimento durante la redazione delle relazioni, in classe o a casa. Anche le due tabelle qui riportate devono essere consegnate agli studenti, in modo che conoscano chiaramente i motivi delle decurtazioni di punteggio o, per le valutazioni più elevate, le ragioni per cui l’insegnante ha preferito non assegnare un voto maggiore.

La presenza di un sussidio schematico e preciso permette allo studente:

-  l’autoverifica della completezza in relazione agli obiettivi minimi indicati;

-  l’intervento sui punti critici;

-  un ulteriore miglioramento in presenza di una buona valutazione.

Anche i docenti di lingua inglese e di chimica/fisica traggono dei vantaggi:

-  l’attuazione di una metodologia comune determina risparmi di tempo;

-  l’indicazione chiara dei punti che avevano causato decurtazioni o incrementi di punteggio limita al minimo le contestazioni sulla valutazione;

-  la correzione da parte del docente di inglese, che valuta la correttezza linguistica e l’adeguatezza del lessico utilizzato (nella scrittura di obiettivi, procedimento, risposte alle domande e conclusioni) porta a un maggiore impegno da parte dei ragazzi, che sanno di essere valutati “a quattro mani”.

P.S.: la prof.ssa Casarini ha scritto parecchi articoli di didattica chimica, tra cui uno molto utile sulla griglia di valutazione per le prove scritte.

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Check list per lo studente – Come fare una relazione di laboratorio

23 Mag. 2011 | categoria CLIL, didattica della chimica, laboratorio | Leggi tutto | 2 commenti

Nell’ultimo numero di CnS – La Chimica nella Scuola (Anno XXXIII, n. 1, 2011) è stato pubblicato un utile articolo dei proff. Antonella Casarini e Pietro Bonora (ITIS “G. Bruno” di Budrio – Bologna) dal titolo “Prove di Scienze Integrate: valutazione delle relazioni di laboratorio”. Gli autori scrivono che le relazioni di laboratorio di Chimica e Fisica sono spesso affrontate dagli studenti con superficialità, mentre si rivelano come l’ostacolo maggiore per il raggiungimento degli obiettivi minimi. La costruzione di una griglia comune tra le due discipline porta alla riduzione di tale problema e ad una maggiore consapevolezza della funzione della relazione. Ho adattato la griglia dei colleghi a un contesto CLIL, supponendo che la relazione debba essere scritta in lingua inglese. Scrivere in inglese è infatti estremamente importante nel mondo del lavoro, soprattutto quando si ricoprono mansioni tecniche che richiedono la stesura di report in forma concisa e corretta. Gli studenti dell’ITIS che decidono di non proseguire gli studi all’università si troveranno presto alle prese con report tecnici; e capiranno presto che comunicare correttamente in lingua straniera, anche in forma scritta, può comportare importanti opportunità lavorative. Quale palestra migliore delle relazioni di laboratorio per allenarsi?

Tra i vari punti elencati non è stata inserita una voce che riguarda la forma linguistica, in quanto la valutazione di quest’ultima rientra in ogni punto della check list; ad esempio, nel valutare il modo in cui sono riportate le osservazioni di laboratorio, l’insegnante non giudica solo la fondatezza di queste osservazioni, ma anche il modo in cui sono scritte in inglese (dunque il criterio relativo alle osservazioni è rispettato se anche la forma linguistica è corretta). Questa modalità rispetta la valutazione integrata di lingua e contenuto, in piena filosofia CLIL. Di seguito la check list per lo studente.

  1. Intestazione - Scrivi nome e cognome, classe, numero del gruppo, numero progressivo, titolo e data dell’esperienza, scopo dell’esperimento.
  2. Materiali – Indica tutti i materiali di consumo: nel caso di prodotti chimici indicarne la formula, il nome e le modalità di impiego usando la terminologia tipica dell’inglese scientifico (es. solid, aqueous solution, ….).
  3. Strumenti – Riporta tutti gli strumenti di misura indicando la sensibilità ed eventualmente la portata. Fai un disegno schematico dell’apparato sperimentale, indicandone in inglese le varie parti.
  4. Precauzioni per la sicurezza – Riguarda soprattutto le esperienze di chimica: indica la pericolosità delle varie sostanze usate secondo la terminologia internazionale, che precauzioni avete adottato e perché.
  5. Procedimento – Scrivi il procedimento in inglese corretto per punti, in modo sintetico ma senza tralasciare quei passaggi che sono fondamentali per riprodurre l’esperienza. In questa parte non devi indicare né le osservazioni né le misure. Non cominciare con “siamo andati in laboratorio e il prof…”
  6. Osservazioni – Indica le osservazioni relative ai vari passaggi. Se è il caso, scrivi le osservazioni in una tabella.
  7. Dati - Indica (se necessario in tabella): le misure dirette con errore e unità di misura, le informazioni precedenti l’esperienza, le equazioni chimiche relative alle reazioni (nel caso ce ne siano). I dati vanno indicati seguendo l’ordine cronologico delle misure (es. non si indica prima la massa finale e poi quella iniziale, ecc..) coerentemente con quanto indicato nel procedimento.
  8. Calcoli - Riporta i calcoli fatti con le misure dirette. Prima di ogni calcolo scrivi sempre la formula che lo rappresenta.
  9. Rielaborazione dei dati o delle osservazioni della classe o di più gruppi – Come sopra per quanto riguarda la parte dei calcoli. Per le osservazioni possono essere necessarie delle integrazioni emerse dalle osservazioni dell’intera classe, curando con particolare cura la forma linguistica nel riportare, ad esempio, il significato di alcuni termini, la spiegazione di un particolare fenomeno osservato, la motivazione di una differenza tra i risultati ottenuti da gruppi diversi.
  10. Tabella riassuntiva dei risultati della classe – Indica bene di che grandezze si tratta e l’unità di misura. Indica l’errore delle misure. Se l’errore assoluto è uguale per tutte le misure, si può mettere nella riga di intestazione.
  11. Grafico – Indica, sempre in inglese, i significati degli assi (grandezza con unità di misura, non X o Y), i punti sperimentali con l’errore, la scala utilizzata; eventualmente traccia la linea che interpola i punti sperimentali (retta o curva, mai una spezzata!).
  12. Risposte alle domande – Le risposte alle domande dettate dall’insegnante di solito riguardano problemi affrontati durante l’elaborazione dei dati o al termine dell’esperienza. Quindi scrivi il testo con estrema attenzione alla correttezza grammaticale. Le domande ti aiutano a sintetizzare meglio le conclusioni raggiunte e ad appropriarti in maniera efficace del linguaggio specifico.
  13. Conclusioni riassuntive – Scrivi una frase sintetica che riassuma il senso dell’esperienza. Spiega se l’obiettivo è stato raggiunto, giustificando la risposta. In caso negativo, prova ad individuare le possibili motivazioni. Frasi del tipo “mi sono molto divertito” non solo non danno punteggio ma possono toglierne. Ha senso invece “non ho raggiunto lo scopo perché …). Anche in questo caso occorre prestare estrema cura alla forma linguistica.
  14. Ordine – La relazione deve essere stilata su un foglio protocollo o ad anelli (se il tuo quaderno è ad anelli); nel caso un foglio non basti usane più di uno, ma scrivi il nome in piccolo su ciascun foglio e numera le pagine. La grafia deve essere ordinata e leggibile. Sono bene accette le relazioni scritte al computer, ma stai attento al “copia&incolla”!
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Saponi e sostenibilità

18 Apr. 2011 | categoria ambiente, chimica e salute, didattica della chimica, laboratorio | Leggi tutto | 1 commento

Continuiamo il discorso sul sapone addentrandoci maggiormente nelle modalità di ottenimento di questo prodotto. Quella che leggete in basso è una particolare reazione di saponificazione in cui un particolare grasso, il gliceril tristearato, reagisce con la soda caustica a caldo per dare glicerolo e sodio stearato, uno dei saponi più comuni.

Come tutte le reazioni di saponificazione questa è una reazione di idrolisi (scissione) alcalina ed è irreversibile (i prodotti formati non reagiscono tra di loro per dare le sostanze di partenza).

Ci sono due modalità di produzione del sapone, ad alta e a bassa temperatura. Industrialmente la reazione avviene scaldando le miscele di grassi poste in apposite caldaie a temperatura compresa tra i 170 e i 180 gradi centigradi, alla pressione di 8-10 atmosfere e con soluzioni di idrossidi alcalini. La fine della reazione è rivelata dalla scomparsa dei grumi di grasso. A questo punto si aggiunge alla miscela il cloruro di sodio, NaCl; questi fa diventare insolubile il sapone formatosi e lo fa affiorare in superficie permettendo la separazione dalla parte liquida sottostante. Raffreddando si ottiene la miscela solida di saponi. Prima del raffreddamento si possono aggiungere varie sostanze per ottenere saponi con differenti caratteristiche commerciali. Queste sostanze sono, ad esempio: colofonia o pece greca (ha potere schiumogeno), sostanze coloranti, oli essenziali (per conferire particolari profumi), minerali come bentonite, talco o caolino (per abbassare il prezzo), glicerina e zucchero (per ottenere l’effetto trasparente). Per avere saponi molli o liquidi (come la schiuma da barba) si usa nella reazione di saponificazione l’idrossido di potassio (comunemente chiamato potassa) anzichè l’idrossido di sodio.

La miscela di grassi è composta in base al tipo di sapone che si vuole ottenere: l’olio di cocco dà una bella schiuma, l’olio di palma conferisce consistenza e durevolezza, gli oli di sesamo sono particolarmente indicati per la cura dei capelli. Il liquido nel quale si diluisce la soda o la potassa è generalmente l’acqua, ma si possono utilizzare anche succhi di frutta, infusi d’erbe o latte intero.

E’ possibile fare il sapone in casa? Certo! Basta avere un lavello, dei fornelli e l’attrezzatura necessaria: una bilancia, dei cucchiai di legno, delle caraffe in pirex, delle pentole d’acciaio, un termometro da forno, un frullatore e formine per dolci a volontà. Attenzione! Gli stampi devono resistere al materiale caustico e alle alte temperature. Ovviamente si deve usare la massima cautela nel maneggiare la soda utilizzando guanti adatti e occhiali protettivi. Guardate come questa signora si diverte nel fare il sapone in casa con latte e cannella:

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Il metodo “a freddo” sfrutta il calore naturale liberato dalla reazione tra i grassi e la soda caustica; occorre preservare questo calore avvolgendo il sapone fresco in una coperta e lasciandolo riposare per almeno un giorno. Il metodo “a caldo” utilizza una fonte di calore esterna per accelerare la reazione di saponificazione. In questa pagina si spiega come ottenere del sapone “casalingo” a caldo o a freddo, utilizzando soda ed olio di oliva.

Una delle migliori caratteristiche del sapone ottenuto da sostanze naturali è la biodegradabilità, di cui spesso difettano i saponi derivati da sostanze sintetiche. Ritornare ad utilizzare saponi naturali darebbe un significativo contributo all’abbassamento del livello di inquinamento. Molte sostanze sintetiche nocive penetrano infatti negli organismi viventi per inalazione, ingestione indiretta o per assorbimento cutaneo diffondendosi lungo la catena alimentare. Inoltre alcuni detergenti di produzione industriale contengono sostanze che possono causare allergie a livello dell’epidermide. Tra le sostanze ritenute più pericolose vi sono i muschi sintetici utilizzati come fragranze in sostituzione di quelli naturali, più costosi; questi possono interferire con i sistemi di comunicazione ormonale accentuando gli effetti dovuti all’esposizione ad altri agenti tossici.

Un esperto di saponi è sicuramente il chimico autore del blog The Independent Chemist, il cui ultimo post parla di “saponi sostenibili” di produzione propria a base di olio di oliva e scorze di arancia, limone e mandarini. Dove vive? In Sicily, of course!

La foto sopra fa parte della collezione di Richard Heeks, fotografo inglese che vede il mondo attraverso le bolle di sapone. Chissà se questa bolla, raffigurante un poetico paesaggio naturale, è stata ottenuta da un buon sapone fatto in casa …

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