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Articoli in ‘istruzione scientifica’

Riannodare i fili celebrando la chimica

14 Dic. 2011 | categoria chimica e letteratura, filosofia della chimica, istruzione scientifica | Leggi tutto | 1 commento

Ho sempre avuto un attaccamento viscerale ai miei ricordi di scuola. Forse perché – in un periodo della vita in cui i movimenti erano sin troppo limitati – lo studio mi offriva le tariffe più competitive per qualunque viaggio, nello spazio e nel tempo; inoltre era (è) il rimedio più efficace per placare l’inquietudine, per poi farla ritornare più forte di prima: una forma di dipendenza, una droga. L’assuefazione si è fatta potente durante gli anni del liceo soprattutto a causa di nuovi pusher: alcuni insegnanti eccezionali. Il loro ricordo è poi diventato un cimelio che ho sempre contemplato senza mai sottoporlo alla prova del tempo: per quei motivi impalpabili mal descritti dalle parole, da quando ho lasciato la mia città natale non sono mai andata a trovarli; eppure ho pensato moltissimo a loro, ad uno in particolare. Dopo 17 anni, sabato scorso sono tornata nella mia scuola per un incontro di orientamento alla scelta universitaria. Avevo addosso una sensazione a metà strada tra il surreale e il nostalgico; visitando il mio liceo, ho subito realizzato che … non era più il mio liceo: la sede è cambiata (finalmente!), il nome pure, e non vi ho trovato uno solo dei miei insegnanti, tutti in pensione.

Una scelta difficile

Orientamento alla scelta … Che dirvi, ragazzi? Dovete solo mettervi in ascolto di voi stessi, molto prima di iscrivervi all’università. Alla vostra età avevo le idee chiare già da tempo: volevo studiare chimica, in parte stimolata dal mio insegnante di latino Francesco Siciliano, la cui figlia aveva intrapreso quel percorso a Pisa. Non voglio dirvi, come troverete in alcune guide, che i chimici ricevono offerte di lavoro prima di laurearsi, o che “le attuali competenze chimiche non sono in grado di soddisfare le necessità del territorio”….  Al di là di alcuni casi eccezionali, non è vero. Ormai non lo è per qualunque corso di laurea. Molto probabilmente nessuno verrà a cercarvi, sarete voi che dovrete inseguire la professione a cui volete dedicarvi. Non mi piace sciorinare dati e tabelle per dimostrare che tutto sommato chimica è una buona scelta; vi racconto invece la mia storia personale, per certi versi simile a quella di tanti miei compagni di corso, nessuno dei quali, ve lo assicuro, è rimasto a spasso pur tra mille fatiche e incidenti di percorso.

E così ho tracciato i miei dieci anni di storia lavorativa davanti ad alcune quarte e quinte del Liceo Scientifico “Leonardo Leo” di San Vito dei Normanni. Pur con vent’anni di differenza, io e il mio uditorio – ho pensato – abbiamo una caratteristica in comune: per loro la laurea sarà solo un punto di partenza come è stato per me, non un tranquillo viatico per approdare in tempi brevi a quella che si chiama “sistemazione”. Ad ogni modo ho tenuto a sottolineare che è valsa la pena di studiare chimica: prima di tutto perché è stata una bella avventura dell’intelletto. Bella perché difficile. Poi perché noi corsisti eravamo pochi, e questo ci ha consentito di fare gruppo e di instaurare rapporti profondi e duraturi. I nostri professori, inoltre, erano sempre presenti e disponibili. Ho aggiunto che, pur tra le inevitabili difficoltà e vicissitudini professionali, ho potuto permettermi il lusso della scelta tra più possibilità di lavoro. E il lavoro, così come la persona da sposare e la città in cui vivere, si deve poter scegliere. Certo, con un po’ di sano realismo e senso pratico: meglio un percorso di solida tradizione aperto alle declinazioni più disparate piuttosto che uno dall’impianto formativo nuovo e affascinante ma poco convincente dal punto di vista didattico e delle opportunità professionali. In questo senso chimica è una garanzia, perché consente di innestare su una vasta preparazione di base conoscenze appartenenti ai più svariati ambiti disciplinari. Attratti dall’area biologica? Chimica e Tecnologia Farmaceutica è un buon compromesso; non solo prepara alla ricerca universitaria così come al lavoro nell’industria, ma permette di ottenere anche l’abilitazione alla professione di chimico oltre a quella di farmacista (che io, laureata in chimica pura, non ho potuto conseguire). Tempo fa uno studente mi disse che quella del dipendente di una farmacia è una professione da “sfigati”, perché si sta dietro un banco a vendere farmaci. Non ci cascate, in questi luoghi comuni. Fare il farmacista non è un lavoro sfigato così come non lo è insegnare, anche se certa stampa e certi film continuano a rappresentare questa professione come tale. Il vero sfigato è chi lavora con la morte nel cuore, anche quando guadagna un sacco di soldi.

Durante l’incontro per l’orientamento un ragazzo mi ha chiesto se rifarei il liceo scientifico sapendo di dover studiare chimica all’università. Ho detto quello che penso: che il liceo scientifico non è così …. scientifico (basti pensare che la chimica non esiste come disciplina autonoma!); che i miei compagni di corso provenienti dall’ITIS a indirizzo chimico erano bra-vi-ssi-mi, e non solo in chimica (hanno impiegato poco a far abbassare la cresta a qualche liceale spocchioso). Ma la domanda è posta male, perché ognuno è condizionato dai propri ricordi: se avessi frequentato l’ITIS molto probabilmente avrei i miei buoni motivi per dire: si, lo rifarei; ma, essendo stata una liceale, proprio non riesco a immaginare la mia adolescenza senza una versione latina di Seneca, una spiegazione della filosofia kantiana o delle cattedrali tardo-romaniche, o senza Gargantua e Pantagruel declamati dalla mia prof di francese, Giovanna Magazzino, l’insegnante che ho avuto per il numero maggiore di anni.

Un tuffo nel passato

Ed ecco, nel pomeriggio si materializzano alcuni dei volti associati alle materie del liceo: vedo il prof di letteratura italiana e latina; quello di disegno e storia dell’arte; quello di matematica e fisica; quello di lettere del biennio; c’è anche la prof di francese, che ha rinunciato a fare la nonna per ascoltarmi, e persino il mio maestro di inglese della quinta elementare, ora alle prese con la lingua araba. Ma non sono più al liceo, bensì nella sede dell’UNITRE, una università popolare dove molti insegnanti in pensione continuano a studiare o a tenere corsi aperti alla cittadinanza. Ho riflettuto sul fatto che i miei insegnanti sono stati per la maggior parte uomini, tutti con molti anni di esperienza alle spalle, eredi di una certa idea di scuola che quasi non esiste più. Che strano ritornare a conferire davanti a loro per celebrare l’Anno Internazionale della Chimica. È stato il prof. Luigi Agrimi, insegnante di storia e filosofia, ad organizzare sia l’incontro pomeridiano all’Unitre sia quello mattutino con i ragazzi del liceo. Il prof. Agrimi insegnava nella mia scuola, ma non nella mia sezione. Le sue lezioni – mi dicevano – erano sempre molto vivaci, anche perché è uno di quegli insegnanti a cui non sfugge davvero nulla. Non poteva che essere lui a ricordarsi dell’Anno della Chimica, ricorrenza che – non riscuotendo molto successo a livello mediatico – rimane per lo più confinata tra gli addetti ai lavori, nonostante gli sforzi di comunicazione della comunità scientifica mondiale. Chissà quante università popolari hanno dedicato un pomeriggio alla chimica; non mi stupirebbe sapere che solo l’UNITRE di San Vito dei Normanni lo ha fatto! Nel presentarmi, il prof. Agrimi ha detto che parlo come scrivo …il più bel complimento che potevo ricevere, e non perché pensi di saper scrivere particolarmente bene: semplicemente, è il segno tangibile dell’aver finalmente superato lo scollamento tra ciò che sento (che ho sempre preferito scrivere) e ciò che conosco (che ho sempre preferito esporre oralmente). È possibile travasare del sentimento in un discorso o in uno scritto di chimica senza perdere in rigore? Forse si.

Il Presidente dell’Unitre è il prof. Angelo Chionna. Ricordo chiaramente – e gliel’ho riferito – l’unica ora in cui è stato nella mia classe per sostituire un collega assente. A un certo punto disse che da studente non riusciva a capire il concetto di valenza, ma una volta afferrato percepì quanto la chimica potesse essere affascinante. Mi fece un certo effetto sentire queste parole da un prof che aveva frequentato il liceo classico e poi la facoltà di lettere, e che per giunta aveva il pregio di essere il marito della mia bravissima insegnante di italiano della scuola media, la prof.ssa Lina Leo, anche lei presente alla conferenza. Essere sua alunna nell’età ingrata della preadolescenza è stata una delle più grandi fortune che mi potessero capitare nel mio percorso formativo, perché la mia prof ha davvero la stoffa dell’educatrice, e ha sempre svolto il suo lavoro con una passione non comune. E non si limitava a insegnare – bene – la sua materia; uno dei numerosissimi flash di quei tre anni la vedono intenta a spiegarci puntigliosamente come si lavano i denti e perché: un argomento nel quale la stessa prof di scienze non si era mai cimentata … Ma il suo merito più grande è senza dubbio quello di essere stata decisiva nel liberarmi di una timidezza patologica che rischiava di diventare invalidante. Fino all’autostima e alla fiducia nei propri mezzi il passo è stato breve. Il rapporto insegnante – allievo è per sua natura asimmetrico: nessun insegnante ha la reale percezione di come influirà sulla vita di uno studente, che tenderà a ricordare parole, azioni o atteggiamenti a cui talvolta il docente non fa neanche caso. Un insegnante non può prevedere gli esiti. Questo per dirti, carissima professoressa: grazie infinite per quello che mi hai dato, anche se probabilmente ti è sembrato di far solo il tuo lavoro.

Stranamente sono stati i docenti della materie umanistiche quelli che più o meno consapevolmente mi hanno indotto a buttarmi sulle scienze. Inserire nella mia personale celebrazione della chimica alcuni riferimenti filosofici e letterari è un modo per omaggiarli. Alla fine della presentazione mi viene incontro il mio prof. di lettere Pino Cecere; memoria di ferro, grande conoscitore degli autori del ‘900, mi ha insegnato uno stile di scrittura più conciso di quello cui tendo naturalmente, cosa che mi è stata di grande utilità nello scrivere di scienza. Lo ricordo come un generoso dispensatore di libri, e infatti mi si avvicina per dirmi che vuole regalarmene uno, ma non prima di chiedermi se lo possiedo già. Si tratta di uno dei capolavori di Marguerite Yourcenar, la mia autrice preferita (di cui ho già parlato in questo blog): L’Opera al Nero; poteva forse sfuggirgli che non ho citato l’alchimista Zenone? Certo che no! Gli rispondo che ho già letto il romanzo, ben sapendo che ha il titolo di riserva: Il giro della prigione, della stessa autrice. No, questo mi manca.

La conferenza si conclude, e mentre mi rilasso penso che la tensione è stata minore di quella che accumulavo prima delle interrogazioni di filosofia; quelle del mio carissimo prof. Onofrio Rizzo, purtroppo assente per un impegno, duravano molto. Rispondere ad ogni sua domanda era una sfida contro me stessa, perché ho amato la filosofia più di ogni altra disciplina; da qui quelle infinite e talvolta estenuanti ripetizioni ad alta voce, nel tentativo maniacale di esprimermi senza esitazioni, cercando di non tradire quanto avevo appreso. Allora non parlavo come scrivevo, i miei discorsi erano più libreschi e meno naturali. Tuttavia resto del parere che si impara a parlare anche e soprattutto appropriandosi delle parole degli altri – in questo caso quelle dei buoni testi scolastici, o quelle che il prof usava a lezione e trascrivevo avidamente sul quaderno. Secondo Primo Levi il vantaggio del chimico che scrive è quello di usare con particolare cognizione alcune espressioni che dalla chimica hanno origine, ad esempio distillare, o bilanciare. Ebbene, le lezioni del mio prof di storia e filosofia erano di una chiarezza cristallina. A pensarci bene, è stato l’abito mentale che esse mi hanno cucito addosso a condurmi verso la chimica. E questa è un’altra delle conseguenze che anche un insegnante straordinario come lui non avrebbe mai potuto prevedere.

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Il Carnevale della Chimica # 9 è online!

23 Set. 2011 | categoria didattica della chimica, istruzione scientifica | Leggi tutto | 28 commenti

Volenti o nolenti, i ricordi di scuola ci accompagnano o ci perseguitano per il resto della vita; lo sa bene Tania Tanfoglio, la prima ad avermi inviato il suo bel contributo per questa nona edizione del Carnevale della Chimica: La mia chimica …E non solo. Tania è una appassionata insegnante di scienze; cercando di ricordare il suo rapporto con la chimica, materia che ha avuto un ruolo importante nella sua formazione, ha avuto modo di guardarsi indietro con nostalgia e soddisfazione, i sentimenti che ho percepito leggendo il suo articolo: nostalgia per i tempi della scuola e dell’università, di quell’avidità nell’apprendere per niente oscurata dalla stanchezza come talvolta può capitare da adulti; soddisfazione per i risultati raggiunti, a partire dal bilanciamento di quella reazione inizialmente ostica e poi … voilà … d’un tratto semplice. Sembra niente, ma padroneggiare una reazione chimica, così come risolvere un problema matematico, è uno dei tanti passi verso l’autostima: si comincia a prendere coscienza delle proprie capacità, si maturano interessi, si progetta il proprio futuro; e pazienza se talvolta questo è meno roseo di quello che immaginavamo: Potrei anche raccontare di quando ho avuto l’occasione di insegnare chimica, di quanto ami questo lavoro e della speranza di poter essere ancora, anche per quest’anno, un’insegnante, ma questa è un’altra storia – scrive l’autrice. Probabilmente io e Tania abbiamo la stessa età; sarà per questo che ho subito immaginato il contesto in cui sta vivendo la speranza di poter essere ancora, anche per quest’anno, un’insegnante. Coraggio Tania: ci è toccato farci strada con più difficoltà rispetto ai nostri insegnanti (tra i quali la tua prof che, come la mia, non ci ha neanche detto cosa fosse la chimica organica!). Il nostro percorso è più irto, ma sicuramente più ricco.

Invece la prof di Gabriele Giordano è sicuramente una in gamba. Scrive Gabriele nel suo post intitolato L’alchimica scolastica tra humour e scienza: Si può dire che quest’anno la probabilità mi ha affidato ad un’ottima professoressa di Scienze Materia (fisica+chimica). Questo, nel linguaggio comune si può tradurre come fortuna. L’insegnante aveva un approccio diverso da quello comune, verso la sua disciplina, e faceva uso, spesso e volentieri, del Web. Se non fossi nato nell’era di Internet, probabilmente tutto questo non sarebbe stato possibile e probabilmente i miei sentimenti verso la chimica sarebbero stati nettamente diversi. Io aggiungo che – fermo restando il merito della prof - Gabriele avrebbe certamente trovato il modo di accostarsi alla chimica in un modo o nell’altro, anche al di fuori del constesto scolastico: leggendo il suo blog traspare un interesse per le scienze poco comune tra i sedicenni; terreno fertilissimo per un docente! Gabriele mi ha chiesto se il video della bomba al francio pubblicato nel suo articolo è un fake; non sono riuscita ad ottenere informazioni attendibili su questa applicazione del francio. Di certo si tratta di un metallo alcalino molto raro, e mi stupisce sia usato a scopi bellici (chi sa qualcosa in più sulle armi al francio?). Concludo la presentazione dello spiritoso articolo di Gabriele con la sua riflessione in chiusura: Di certo non posso lamentarmi dell’insegnamento della chimica, ma posso solo criticare la didattica dettata dalle riforme verso le materie scientifiche: pur se la scuola che frequento non è un liceo scientifico, non è giustificabile il fatto che ad ogni riforma (ossia quasi ogni anno) vengano tagliate delle ore. Capito Sig. Ministro?

Franco Rosso, dell’associazione culturale Chimicare, ci offe uno spaccato del suo approccio con la chimica in tenera età con il racconto La chimica imparata prima di chiamarla chimica: racconto autobiografico della chimica scolastica sotto i 15 anni. Franco è stato fortunato ad avere un maestro, alla scuola elementare, che dedicava molto tempo alle scienze; se nell’attuale scuola primaria la didattica scientifica (della chimica in particolare) ha ancora molta strada da fare, un tempo era pressochè inesistente. Eppure l’autore, nato nei primi anni ’70, ricorda che il suo maestro trattava atomi e molecole, seppure in forma rudimentale. Non solo: parlò ai suoi allievi del DNA presentandolo come “acido”, parola che a un bambino di 8-10 anni evoca un significato limitato al linguaggio comune, nel quale l’aggettivo “acido” è usato per descrivere il gusto del limone o una sostanza corrosiva …Di certo introdurre al DNA dei bambini di scuola elementare avrebbe richiesto più attenzione al linguaggio; tuttavia un risultato è stato raggiunto: quello di lasciare nelle menti di piccoli allievi il seme della curiosità e dello stupore. L’autore continua il suo excursus vagando nei ricordi, dalla scuola materna ai primi anni delle superiori, con interessanti considerazioni sulle modalità con le quali l’insegnamento delle scienze dovrebbe essere impartito a partire dalla scuola dell’obbligo: sfruttando la naturale curiosità del bambino, scegliendo attentamente le parole, e soprattutto fornendo una visione unitaria del sapere nel rispetto della maturazione cognitiva tipica di ogni età.

Non altrettanto fortunata è stata Annarita Ruberto, che si è laureata in fisica non grazie a maestri e professori, ma nonostante questi! Segno di una predisposizione forte che non si è lasciata condizionare da insegnanti arcigni e duri. In CHIMICApisce … Annarita racconta il suo percorso in tono finto fiabesco e allo stesso tempo arguto, facendo uso di spiritose e colorite immagini, stereotipando appositamente i personaggi per dare un tocco di humour e insieme qualche spunto di riflessione. Sono stata fortunata – scrive Annarita – nel senso che la Chimica mi è piaciuta nonostante la situazione invivibile. Ma quanti possono affermare la stessa cosa? Oggi Annarita è una brava insegnante di matematica e scienze nella scuola media. Memore dei suoi trascorsi, ha sviluppato una grande sensibilità per le questioni didattiche, che chiunque percepisce leggendo il suo blog. Non me ne importa un fico secco – scrive – di rispettare programmi et similia perché l’apprendimento non avviene per travaso di scienza infusa (si fa per dire) da contenitore a contenitore. Essì, miei cari! La mente dei ragazzi non è un contenitore vuoto da riempire con montagne di informazioni che, al contrario, sortiscono l’effetto di soffocare come macigni, e di sopprimere sul nascere, i loro perché. E conclude con una nota di ottimismo: nonostante la situazione difficile nella scuola italiana si può costruire. Con fatica, certo, ma è possibile.

La maestra Rosalba è una di quelle che nella costruzione ci crede davvero: è stata tutor ISS - sigla che significa Insegnare Scienze Sperimentali - animata dal desiderio di diffondere presso i colleghi la pratica dell’insegnamento attraverso un uso ragionato del laboratorio. Purtroppo ancora oggi le lezioni di molti insegnanti si svolgono secondo la triste sequenza che Rosalba descrive nel suo articolo La chimica che non ho capitoApertura del libro a pagina… Spiegazione dell’insegnante. Pagine da studiare a casa. Interrogazione di formule e processi. Risultato di sere di studio: una striminzita sufficienza, qualche formula  imparata a memoria, miseri riferimenti ai processi, un discreto odio per la materia e nulla che avesse a che fare con la chimica quotidiana (eh sarebbe stato bello). E non mi si dica che non c’erano i laboratori. Perché anche dove c’erano in pochi ci portavano gli studenti. Purtroppo ho constatato di persona quanto questo stile di “insegnamento” (ma si può chiamare tale?) sia ancora in uso presso molti colleghi: ho lavorato anche come insegnante di sostegno, e devo dire che assistere a lezioni siffatte era una continua sofferenza; spesso mi trovavo in compresenza con colleghi suscettibili, non disposti a mettere in discussione i loro metodi. Ovviamente in una tale situazione anche l’integrazione dell’alunno con difficoltà andava a farsi benedire; un vero peccato, dato che il laboratorio è una grande occasione per applicare la didattica speciale in un contesto che favorisca la collaborazione tra gli allievi al di là di ogni genere di diversità. Ma questo è un altro discorso. Purtroppo i fondi destinati ai presìdi ISS sono sempre più ridotti, a dispetto della domanda di formazione trasversale agli ordini di scuola; quest’ultimo dato è confortante: evidentemente molti colleghi si rendono conto delle loro carenze ed avvertono l’esigenza di imparare; è già un primo passo. Il vero problema è costituito da coloro che neanche si pongono la domanda: sto davvero insegnando in modo efficace? Non occorre trasformarsi in sperimentatori accaniti: la chimica nascosta nei fenomeni quotidiani apparentemente più banali può essere altamente istruttiva: solo a sapere mettere le mani in cucina ce n’è una caterva - scrive Rosalba (e infatti ho scoperto che s’intende anche di alchimie culinarie …).

Stamattina sono entrato a scuola, come sempre al primo giorno, cercando di avere un sorriso per tutti e ricevendone molti in cambio. Come al solito, facciamo il possibile perché duri il più possibile. Così il collega insegnante di chimica Sergio Palazzi mi augura buon anno (scolastico). Per noi insegnanti l’anno, si sa, comincia a settembre. Il primo gennaio non è un’inizio, poichè le schede di valutazione usciranno a breve: siamo già a metà del cammino. Come cominciare? Con un sorriso, certo, ma anche con un articolo bello e profondo come questo: 1° GIORNO DI SCUOLA/ Iniziare, perché? Dialogo tra Isabella e un prof. Sergio è un prof che di cose ne ha fatte e ne ha viste; eppure non si adagia sull’esperienza, cercando sempre di non far mai due volte la stessa lezione con le stesse parole, di fare a coriandoli programmi e libri di testo, di inventare linguaggi e metafore. Nemico n. 1: la noia. Non sua, ma degli studenti. Non i suoi studenti, però (e come potrebbero annoiarsi con un insegnante così?). Il prof si rivolge a Isabella, una ragazzina come tante che ha appena cominciato la terza media. Una ragazzina che tra poco deciderà tra quali banchi trascorrere gli anni della scuola superiore: liceo o istituto tecnico? L’autore non dà consigli, ma sa bene -per storia personale e professionale - quanto un buon istituto tecnico sia garanzia di una buona cultura scientifica, molto più dello stesso liceo scientifico. Ed i ragazzi dei buoni istituti tecnici – aggiungo io - sono mediamente diversi: li ho sempre trovati più reattivi, più responsabili. E infatti il prof. Palazzi ne parla così: Subito alla prima ora incontrerò una classe che mi piace, con cui spero di concludere alla grande un triennio di lavoro. Forse mi piace perché sono ragazzi che hanno già deciso come iniziare la loro vita di adulti e, soprattutto, perché ho visto che quando il mio ritmo cala, quando mi lascio prendere dalla noia, loro si risentono e me lo dicono; pretendono da me quello che io pretendo da loro: coerenza, professionalità, voglia di vivere.

Il prossimo blogger, Paoloalberto, sa bene quanto possa essere significativo un istituto tecnico per la propria maturazione culturale e umana. Paoloalberto, come afferma letteralmente il titolo del blog Chimica sperimentale, tratta di esperienze pratiche di laboratorio per passione, non per lavoro. Questa volta, anzichè mescolare reagenti, è tornato indietro nel tempo ai suoi tempi di scuola, quando le calcolatrici tascabili erano ancora a venire… Il periodo è quello degli anni ‘60, quando l’autore frequentava l’istituto tecnico a indirizzo chimico. Leggendo il post Quando usavamo i cannelli ferruminatori possiamo farci un’idea della scuola di quel periodo: studenti più responsabili (quelli dell’indirizzo chimico erano più motivati della media per varie ragioni), rispetto per gli insegnanti, metodi di valutazione più rigidi, laboratori attrezzati; oggi i guasti e la mancanza di attrezzature sono la norma; Paoloalberto scrive: allora questa situazione, divenuta oggi la quasi la normalità, sarebbe stata, oltre che inconcepibile, anche vergognosa; non ricordo quante ore di laboratorio si facessero alla settimana, ma erano tante, di mattina e di pomeriggio, di inorganica e di organica. Ognuno era possessore, a sue spese, del canonico filo di platino, anche allora carissimo: cinquecento lire, una follia! Ho come l’impressione che siamo tornati molto, molto indietro …. Cosa? Vi è rimasta la curiosità di sapere cos’è il cannello ferruminatore? Basta leggere il post!

Con Marco Capponi ci trasferiamo negli anni ‘90, nel periodo in cui ha frequentato il liceo scientifico (Lo scientifico … tutto un programma!), oppure più in là nel tempo, nelle aule universitarie dei grandi maestri (Tra aula e laboratorio, lezioni e dimostrazioni); se questi usavano praticare le dimostrazioni chimiche in aula per rendere più vive le loro lezioni, oggi si tende ad abusare delle presentazioni in power point (Riflessioni sul ppt, tra maniaci e abolizionisti), soprattutto all’università: ho avuto un docente di biochimica che in pratica non sapeva far lezione senza il power point! Grazie a Marco per questi articoli dal taglio pratico!

Palmiro Poltronieri con La chimica nelle scuole scrive alcune considerazioni attingendo ai suoi ricordi di studente e alla sua esperienza di docente. L’autore pone l’accento sull’importanza della relazione umana nell’insegnamento, aspetto che a livello della didattica universitaria spesso viene trascurato. Palmiro ha frequentato il liceo classico, con un numero esiguo di ore dedicate alle discipline scientifiche; tuttavia ricorda di avere assimilato bene i concetti previsti dal programma, sebbene il significato di essi si sia rivelato in modo compiuto solo all’università. Da parte mia una considerazione sotto forma di domanda: per chi non prosegue negli studi scientifici il liceo classico di oggi è sufficiente per acquisire un diritto di cittadinanza nel quale le questioni scientifiche rivestano il giusto ruolo?

L’enigmatico dentista di provincia (del quale so solo che si trova nella “settima decade”) non ha scritto un post di cui posso fornire il link, ma una bella lettera alla quale dedicherò sicuramente un intero articolo di questo blog. Per ora solo un assaggio:

Cosa dici, Teresa? Ah, sì! La chimica. Ecco, siccome sono sempre stato curioso, avevo moderatamente apprezzato per tutto il liceo quel po’ di chimica che si faceva, come apprezzavo tutte le discipline che rispondevano alle mie domande. (Come d’altronde anche quelle che mi davano emozioni: letteratura, poesia, arte). Ma nessun trasporto particolare. Poi nel 1966/67 frequentai il corso di Chimica della facoltà di Medicina e Chirurgia a Bologna, in quella che ancora non si chiamava Almamater studiorum. Mannaggia alla memoria che se ne è andata, mannaggia a quell’amico dimenticato cui quasi mezzo secolo fa prestai gli appunti e non me li ha mai restituiti, mannaggia a me che non mi ricordo il nome di quell’assistente (allora si chiamavano così) che ci fece una serie di lezioni stupende, di cui ancora rivivo la soddisfazione provata nel seguirle. Sì, quel giovane professore ci portò dentro alla materia, fino al nucleo degli atomi per vedere gli elettroni vorticargli attorno e poi da lì, dalle caratteristiche dei nuclei e da quelle degli orbitali elettronici fece conseguire tutte le regole della chimica. Noi futuri medici avevamo interesse a conoscere solo superficialmente le reazioni chimiche, particolarmente di quella branca della fisica che riguarda il carbonio e che si chiama biochimica, invece venimmo catapultati nello spazio più sconfinato e nel pozzo più profondo della scienza.

Originale il contributo di Francesco Neve, Premature vocazioni, così come originale è la foto in bianco e nero che gli ho prontamente rubato: quella del ragazzino d’altri tempi che legge un libro con alle spalle una lavagna piena di formule e reazioni. Il ragazzino ha preso strade diverse dalla chimica: è diventato uno psicologo, si chiama Alexander Pollatsek. Il prof. Neve ci racconta la storia curiosa legata a quella foto, al termine della quale scrive che si può incontrare e frequentare la chimica (o un’altra scienza) e non amarla mai (come Alexander Pollatsek o il grande scrittore Elias Canetti), si può amare la chimica e non praticarla (Oliver Sacks, medico, neurologo e scrittore), si può amare la chimica e farne un manifesto di vita (Primo Levi, chimico e scrittore).

Leonardo Petrillo ha cominciato gli studi di Fisica, ma lo studio della chimica alle scuole superiori, complice un bravo prof, ha lasciato in lui un gradevole ricordo. In La chimica tra i banchi di scuola Leonardo ripercorre le sue esperienze e le sue emozioni nell’apprendere questa disciplina. Mi ha colpito la sua considerazione sull’aspetto artistico della chimica, colto dallo studente con un semplice saggio alla fiamma, un esperimento utile al fine di identificare gli elementi chimici in base alla colorazione della fiamma, ma allo stesso tempo spettacolare! Sembrava incredibile che, a seconda dell’elemento chimico (o meglio del composto) posto su un filo di platino, la fiamma assumeva una colorazione completamente differente. Era come se la Scienza e l’Arte si stessero mescolando letteralmente insieme in una fusione perfetta!

Marco Fulvio Barozzi (in arte Popinga) ci regala uno stupendo trattato su un libro di chimica che ha fatto storia: Le ricreazioni chimiche di J. J. Griffin. Il libro Chemical Recreations di John Joseph Griffin, pubblicato per la prima volta 1834, fu davvero un long-seller, e la sua importanza per la divulgazione della chimica nel mondo anglosassone fu enorme. Il manuale era rivolto ai principianti: non si trattava di un libro di chimica sistematica e teorica, ma un libro di esperimenti disposti in sequenza e collegati da una spiegazione della disciplina. Griffin, con lo spirito pragmatico di un buon anglosassone, era convinto che gli esperimenti pratici erano la via maestra per introdurre i giovani al mondo della chimica. Una lezione anche per i giorni nostri, soprattutto per la scuola italiana. Grazie, Popinga, per questo tuffo nel passato!

Silvia Caruso, chimico farmaceutico, blogger per Gravità Zero e giornalista scientifica, pone una domanda: Chimica, perchè studiarla? Perchè non studiare legge o diventare medico? Il migliore della classe lo diceva sempre a Silvia: lui avrebbe fatto il magistrato, mica avrebbe perso tempo dietro le reazioni chimiche! Eppure Silvia ha seguito la sua passsione, benchè alle superiori amasse la chimica forse proprio per il fatto di  non conoscerla (anche lei ha frequentato il liceo classico): la chimica era affascinante e misteriosa al tempo stesso . L’università – racconta Silvia – è stato inizialmente un percorso di guerra più che di formazione: siamo partiti in 200 e siamo arrivati in 50. Professori che non c’erano mai per chiarire la lezione, gli esami fissati in un dato giorno e poi periodicamente spostati e addirittura professori che bocciavano solo perché fuori pioveva. Questo, a dire il vero, accadeva durante i primi anni universitari, poi le cose sono migliorate. Ahi ahi ahi università… perchè tratti così i tuoi studenti? Per fortuna le persone caparbie come Silvia non si arrendono: E così sono diventato un chimico, ho un buon lavoro, mi piace ancora leggere i classici e parlare di filosofia, ma qualcosa è cambiato.Oggi riesco a vedere l’infinitesimamente piccolo che c’è in ogni cosa. Guardando il mondo immagino miliardi di reazioni che in ogni secondo avvengono per dare vita, riprodurre, allarmare, risanare, comunicare. E di questo devo ringraziare solo loro: Carbonio, Ossigeno, Idrogeno, Azoto, Potassio, Sodio… Ho letto con piacere questo scritto in tono colloquiale, sincero e semplice nel suo intento: dirci che dobbiamo sempre seguire il nostro istinto e non ascoltare stupide considerazioni come Ma perché hai fatto il classico se vuoi studiare chimica? Dovevi iscriverti allo scientifico. E quel tuo amico? Sarà davvero diventato magistrato? Chissà se oggi è soddisfatto del suo lavoro come te.

Il giornalista scientifico Claudio Pasqua di Gravità Zero ha fatto parlare i suoi amici, invitandoli a esprimersi su La chimica dei ricordi di scuola. Risultato: una simpatica carrellata di ricordi ora confusi ora nitidi, che mettono in evidenza l’importanza dell’insegnante nell’influenzare i nostri percorsi accademici e professionali. Eleonora, architetto, dice: Ho frequentato il liceo classico, e di chimica ho fatto solo un anno e pochissime ore, con un’insegnante pessima che non ci insegnava nulla. Non avevamo un laboratorio, facevamo lezione in un aula apposita nello scantinato della scuola che però non aveva attrezzature, ma solo un poster con la tabella degli elementi e uno di geografia astronomica e qualche immagine di biologia (erano le tre materie di competenza della stessa insegnante e insegnate nella stessa maniera!). Il problema dell’insegnamento delle scienze esiste ancora oggi: può un insegnante - anche se ben preparato - padroneggiare allo stesso modo biologia, chimica, scienze della terra e geografia astronomica?

Invece Chiara ricorda questo del suo prof di chimica: Ci portava spesso in laboratorio, una cosa anomala per la nostra scuola, anomala proprio come lui, considerato da tutti un professore che “perdeva tempo” portandoci in laboratorio e mettendo troppa passione nell’insegnamento. Cercava di farci avvicinare al mondo della chimica divertendoci, coinvolgendoci attivamente in quello che era un argomento freddo, da imparare a memoria e tutto scritto, con poche immagini e pochi grafici. Chiara si è poi laureata in scienze naturali.

Dante, biologo, ricorda i modellini atomici costruiti con cartapesta e legno, mentre Claudia, architetto, riferisce di un insegnamento deludente sia a scuola che all’università, durante un corso di polimeri e materiali per l’architettura: Chimica, al liceo scientifico, viene insegnata solo al quarto anno. Il problema della mia professoressa era che [...] non sapeva fare le reazioni chimiche nè a livello teorico con i calcoli nè tanto meno in laboratorio. [..] La parte inerente ai polimeri era praticamente un corso ristretto di chimica, insegnato da Marta Rink, una donna che del suo lavoro sapeva moltissimo ma che spiegava in modo così difficile da far sembrare tutto molto molto complicato.

Marco è invece uno studente quindicenne che ha avuto un ottimo prof di scienze alle medie, laureato proprio in chimica: L’approccio con la Chimica alle medie è avvenuto tramite Peter Parker e la visione di Spider-Man. Ottima soluzione per noi maschietti, un po’ meno per le ragazze che per almeno una settimana si sono ritrovate sfilate di ragni sul banco (le più fortunate). Un giorno scriverò a Marco per saperne di più …Ora Marco frequenta il liceo scientifico: tanto Latino, niente chimica. E lo chiamano Liceo Scientifico… Annoso problema quello del liceo scientifico, caro Marco!

Infine i ricordi di Claudio Pasqua: La nostra insegnante del triennio era molto preparata e spiegava in modo eccellente. Era impossibile non capire. Si era laureata in chimica farmaceutica e ricordo che arricchiva le lezioni con esperimenti di laboratorio [...] invitando talvolta esperti per approfondire le tematiche in aula. Pesavamo le sostanze con le bilance di precisione, effettuavamo misure, rilievi ed analisi. Il liceo di Claudio costituiva un’eccezione, in quanto possedeva un laboratorio ben fornito. Tuttavia i fattori determinanti per le sue scelte future sono stati l’entusiamo e la passione che i docenti gli hanno trasmesso; scrive infatti Claudio: Fu grazie a questi meravigliosi docenti, e al sostegno dei miei genitori, che la mia passione per la scienza prese la giusta strada: furono loro a consigliarmi dove documentarmi. Da questo compresi come la passione con cui viene insegnata sia determinante per farci innamorare di una materia di studio.

Per interessare i propri allievi un docente di chimica non deve mai trascurare i riferimenti agli oggetti di uso comune: dentifricio, gomma per cancellare, chewing gum …. magari approntando un Ricettario delle cose chimiche, sull’esempio di Paolo PascucciMi è sempre piaciuto conoscere la composizione chimica delle cose. Per esempio: un dentifricio, di cos’è fatto? Oppure la gomma per cancellare, la carta del blocco da disegno, gli elettrodi per saldatura, il sapone, la polvere assorbente, le guarnizioni per bottiglie o gli inchiostri, di cosa sono fatti, quali sono i loro componenti ovvero, in definitiva, qual è la ricetta per fabbricarli? Di modo che, non appena ebbi l’età per intendere, acquistai un ricettario chimico fornitissimo, per mezzo del quale riuscire finalmente ad esaudire la mia incontenibile curiosità da chef.

Dal canto mio, posso dire che ho potuto disporre di ottimi ingredienti per preparare questa nona edizione del Carnevale. Spero di aver usato la ricetta giusta per la preparazione. Grazie a tutti i blogger che hanno partecipato con i loro racconti!

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Urto efficace ospita l’edizione # 9 del Carnevale della Chimica!

31 Ago. 2011 | categoria didattica della chimica, eventi, istruzione scientifica | Leggi tutto | Nessun commento

Settembre rimanda automaticamente al suono della campanella anche chi non frequenta più le aule scolastiche da molti anni, come in una sorta di imprinting che continua per il resto della vita: tutto si rimette in moto, anche le aspettative, i dubbi e le paure degli studenti che ricominciano un nuovo anno scolastico. Quale mese migliore per ospitare un’edizione del Carnevale della Chimica all’insegna dei ricordi di scuola? Il Carnevale della Chimica è una iniziativa di divulgazione scientifica che ha preso il via a gennaio 2011 e il cui impatto mediatico è andato via via crescendo grazie alla qualità dei blog che di mese in mese hanno ospitato contributi sempre più ricchi e interessanti. Ogni edizione è dedicata a un particolare tema, dall’elettrochimica alle sostanze bioattive. Questo blog ha partecipato a tutte le edizioni (tranne l’ultima, ahimè, colpevoli i numerosi impegni e gli spostamenti di un terribile agosto …), uno dei motivi che ha portato gli ideatori a sceglierlo come padrone di casa per il nono evento. Data la particolare natura di Urto efficace, il tema proposto per il Carnevale si discosta dalla tipologia dei precedenti. Si tratta di un tema in cui nessuno è “impreparato” – tanto per usare un vocabolo frequente nel gergo scolastico – poichè si richiedono riflessioni e ricordi personali sulle lezioni di chimica che a ognuno di noi è toccato seguire (o subire?) nella scuola superiore o all’università. Non a caso il titolo di questa edizione è La Chimica nei ricordi di scuola. Che cosa abbiamo imparato? Com’erano i nostri docenti? Noiosi? Incompetenti? Brillanti? Ci hanno costretto a incamerare formule su formule a memoria o sono stati capaci di farci intravedere almeno un pò della vera essenza di questa disciplina? Le attività di laboratorio erano progettate con cura o costituivano un semplice passatempo? Chiedo questo ben sapendo che molti di noi non hanno neanche visto l’ombra di un laboratorio, soprattutto se studenti nei tanto osannati licei. Infine, aspetto non trascurabile, cosa dire sui testi in uso? Quali erano le loro carenze? Per sapere qualcosa in più sul taglio richiesto ai contributi leggete qui il lancio di questa nona edizione sul sito del Carnevale della Chimica. Spero tanto in un’ampia partecipazione del popolo blogger!

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Nasce l’associazione culturale “Chimicare”

15 Mag. 2011 | categoria eventi, istruzione scientifica | Leggi tutto | Nessun commento

In data 13 aprile 2011 è stata costituita l’Associazione Culturale Chimicare, la prima organizzazione senza finalità di lucro, nel panorama nazionale, espressamente dedicata alla divulgazione ed alla promozione della cultura di base della Chimica fra i non addetti ai lavori.

L’Associazione Culturale Chimicare nasce per colmare il divario attualmente esistente fra la Chimica in se stessa (intesa come scienza pura ed applicata, discipline correlate e tecnologie derivate) e la sua comprensione (e prima ancora la sua percezione) da parte del grande pubblico non specialistico. Più di ogni altro campo della conoscenza, la Chimica risulta infatti al centro di un vero paradosso culturale: da un lato la sua onnipresenza nell’ambito della nostra esistenza fino a costituirne uno dei presupposti fondamentali, dall’altro la mancata percezione da parte del grande pubblico nei confronti del ruolo stesso della chimica nel mondo, in particolare in quello cosiddetto naturale. Questo paradosso conduce il grande pubblico ad una sensazione di distanza, la quale si traduce in palesi fraintendimenti culturali che sfociano spesso in sentimenti di diffidenza e di ostilità nei confronti di quella che, invece, può essere a tutti gli effetti intesa come una delle scienze alla base della conoscenza del mondo e della garanzia del comune benessere.

All’Associazione Culturale Chimicare partecipano professionisti volontari del settore chimico e di altre discipline scientifiche e tecnologiche, nonché esperti nella comunicazione scientifica; tuttavia la base partecipativa è aperta a tutti coloro che ne condividono le finalità ed i principi etici. L’associazione è attiva sul web con un sito partecipativo composto da vari blog e risorse informative a questo indirizzo e, fuori dal contesto virtuale, organizza sul territorio nazionale eventi e rassegne nel settore della divulgazione della chimica (o partecipa a manifestazioni esterne con interventi ad hoc). Qui le informazioni sulla procedura di iscrizione.

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Un gemellaggio nel segno dell’eccellenza

5 Apr. 2011 | categoria istruzione scientifica | Leggi tutto | Nessun commento

Qui potete vedere un interessante filmato sull’orientamento scolastico e professionale in campo chimico. Si tratta di un servizio obiettivo ed equilibrato sulla formazione e sulle opportunità lavorative nel settore, che permette di reperire utili informazioni sugli sbocchi post-diploma e post-laurea (triennale e specialistica). In particolare si parla di alternanza scuola-lavoro, che l’ITIS “E. Majorana” di Brindisi e l’ITIS “E. Molinari” di Milano si sono impegnati a realizzare tramite un efficiente gemellaggio. I due istituti comprendono un indirizzo chimico e realizzano attività extracurriculari simili. Scopo del gemellaggio è quello di organizzare scambi relativi a progetti comuni che permettano agli studenti di conoscere realtà geograficamente e culturalmente distanti. Le due scuole, di grande tradizione, stanno facendo un lavoro eccellente. In particolare una studentessa ci parla della sua esperienza in un laboratorio negli Stati Uniti: facile immaginare cosa possa significare per un adolescente visitare gli USA nell’ambito di un percorso scolastico! Perchè mai le trasferte all’estero devono essere prerogativa degli anni universitari? La ricettività di uno studente delle superiori rende un’esperienza oltreoceano particolarmente importante per le future scelte universitarie e/o lavorative. Onore alle scuole che, seppure in tempi di magra come questi, le rendono possibili.

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