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Articoli in ‘filosofia della chimica’

Sulle orme di Marussia

15 Feb. 2012 | categoria filosofia della chimica, istruzione scientifica, libri, storia della chimica | Leggi tutto | Nessun commento

Già l’incipit dell’introduzione è suggestivo:

Sognando la rivoluzione, scopro la scienza

Il sognare dell’autrice non ha nulla a che vedere con l’ideologia; è piuttosto un misto di ricordi e immaginazione sulle tracce di Maria, per gli amici Marussia: figlia del rivoluzionario e filosofo russo Michail Bakunin che dal 1865 frequentò Napoli a periodi intermittenti ma intensi, considerandola la città ideale per realizzare i suoi ideali anarchici. Nessuna ironia: le idee di Bakunin non facevano riferimento sic et simpliciter alla turbolenza e allo sconquasso di quella che era (è) una città da sempre problematica e spesso invivibile; Napoli vive di contraddizioni: nella seconda metà dell’800 era la città più disastrata d’Italia e insieme la più rivoluzionaria, soprattutto dal punto di vista culturale. Napoli fu “vera patria politica” di Bakunin: nei difficili momenti in cui cominciavano le delusioni della recente unificazione, la città ospitò il proliferare di giornali di avanguardia politica e in essa attecchirono grandi filosofie. Nell’opera La statua di Vico e la filosofia di Napoli, Croce definì la città come “la terra più speculativa d’Italia”; nello stesso tempo la maggior parte della gente viveva nella miseria, nel più totale disinteresse delle classi agiate. Napoli è questo da moltissimo tempo: grandissimi ideali e grandissimi problemi, il risultato di una incapacità cronica di capitalizzare le sue stesse avanzate istanze del pensiero per tradurle in progresso. Eppure Napoli aveva accolto e valorizzato Maria Bakunin in un’epoca nella quale trovare una donna laureata in chimica era più difficile che scovare un ago in un pagliaio, e non solo nel sud Italia. Subito dopo la laurea con una tesi sulla stereochimica, la giovanissima Marussia divenne “preparatore” nell’ateneo napoletano, ottenendo poi la Cattedra e successivamente il titolo di “professore emerito”.

Abbiamo detto che Benedetto Croce è stato uno dei maggiori responsabili dello svilimento della cultura scientifica in Italia, a partire da un credo pedagogico che ebbe una pesante influenza sull’impostazione scolastica. Eppure lo stesso Croce nominò la prof.ssa Bakunin presidente dell’Accademia Pontaniana per le sue alte qualità scientifiche e morali. Ed ora il ritratto di Maria Bakunin campeggia nell’Aula minore della Società Reale a Napoli, accanto a quelli di Benedetto Croce e Giambattista Vico. Tuttavia, se la dott.ssa Pasqualina Mongillo non avesse scritto il bellissimo libro Marussia Bakunin – Una donna nella storia della chimica, pochissimi si ricorderebbero di questa eccezionale scienziata. Seppur dimenticata dai più, Marussia ha vissuto pienamente ed ha avuto i riconoscimenti che si meritava; tutti concordiamo che è sempre meglio essere valorizzati in vita che dopo la morte! Al defunto non è di nessuna utilità essere onorato; semmai ricordare una personalità come quella di Marussia serve a noi: per alimentare la speranza, avere degli esempi, lottare con più convinzione, mantenere in vita quello sprone che pian piano di perde per strada. Un pò per stanchezza, un pò per disillusione. Ma … cosa ha fatto di tanto speciale Marussia? Ricordiamola come donna, scienziata e insegnante, tratteggiandone alcune caratteristiche che spero invoglino a leggere questo coinvolgente libro che la Mongillo ci ha regalato.

Marussia donna

Marussia aveva un carattere fortissimo, come emerge dalle testimonianze di tutti coloro che l’hanno conosciuta. La madre ultraottantenne di una mia collega, laureata a Napoli in scienze naturali, la ricorda come docente di chimica quasi con terrore. Nel libro della Mongillo apprendiamo che ascoltava gli studenti esaminati agli esami con gli occhi chiusi per concentrarsi il più possibile sull’esposizione, atteggiamento simile a quello dell’amato nipote Renato Caccioppoli, famoso ed eccentrico professore di matematica all’Università Federico II. Nel maggio 1938 Mussolini era in visita a Napoli; Caccioppoli tenne un discorso pubblico contro di lui e contro Hitler in presenza della polizia segreta fascista facendo suonare la marsigliese da una piccola orchestra. Fu arrestato (e non era la prima volta) ma sua zia, la Bakunin, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell’incapacità di intendere e di volere del nipote. Citiamo alcuni passi del grande chimico napoletano Rodolfo Nicolaus, allievo e pupillo della Bakunin scomparso qualche anno fa, che ha scritto in una sua personale commemorazione:

Maria Bakunin, fu una grande scienziata, donna forte e coraggiosa fino alla audacia da taluni ritenuta violenta e prepotente. Esercitò un forte potere su chiunque, uomo o donna che fosse, ricco o povero, debole o potente. Fu temuta e riverita da tutti e nessuno si ribellò. Ma non fu sempre cosi. In una sessione di esami del 1941 un ufficiale in divisa si presentò a sostenere l’esame di chimica organica (secondo una disposizione Ministeriale i militari in divisa godevano di molte agevolazioni e non potevano essere bocciati). La Signora l’apostrofò: cosa fa lei qui così travestito? L’ufficiale, sentendosi offeso, mise mano alla pistola e solo l’intervento tempestivo ed intelligente dello Ing. Bonifazi evitò una tragedia. Rivelò un carattere forte e generoso fin da giovinetta. Quando passeggiando per via Toledo in calesse con i fratellini, riuscì a domare il cavallo improvvisamente imbizzarrito o quando caduta la sorellina Sofia in un pozzo di Capodimonte si fece calare essa stessa nel pozzo riuscendo ad afferrarla per i capelli. Quando i Tedeschi nel 1943 misero a fuoco le biblioteche di via Mezzocannone, la Bakunin si sedette in prossimità delle fiamme incrociando le braccia. Il tenente tedesco comandante, stupefatto da tanto coraggio dette ordine di ritirarsi ed i danni furono meno gravi. Io penso che Maria Bakunin fosse la persona adatta a guidare in quel periodo di violenti emergenze e di forti contrasti l’Accademia e che quindi la scelta di Croce fosse giusta.

Queste vicende eclatanti sono quelle che più colpiscono il lettore distratto; ma scorrendo la biografia di Marussia in modo attento e analitico si percepisce chiaramente come il coraggio, il rigore e la decisa propensione all’azione ne abbiano caratterizzato l’intera vita in ogni suo aspetto.

Marussia scienziata

Il periodo in cui Marussia comincia la sua carriera accademica è particolarmente significativo per la chimica. Gli inizi della chimica moderna con la produzione su grande scala e quelli della sperimentazione della scienziata sembrano coincidere. Bastano pochi esempi: agli inizi del ‘900 si realizza l’ossidazione catalitica dell’ammoniaca e la sua trasformazione in acido nitrico. Nascono le resine fenoliche come la bachelite, la viscosa, si affermava sui mercati la gomma sintetica. Per Marussia il punto di partenza è l’analisi chimica, alla quale è associato il procedimento inverso, la sintesi. Dagli scritti di Marussia emerge chiaramente la fondamentale caratteristica della chimica: la sua “invisibilità”. L’autrice, filosofa di formazione, scrive riallacciandosi a un grande pensatore vissuto a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, Francesco Bacone:

Baconianamente la natura non manifestava i suoi segreti se non veniva “violentata, costretta” dall’arte e dalla sperimentazione.

In questo modo ogni “teoria” diventa una “rivelazione” che supera il passato facendosi presente. Nel suo approccio alla conoscenza Maria Bakunin si fa portavoce del metodo peculiare della scienza empirica. Dinanzi a un numero infinito di mondi logicamente possibili occorre rappresentarne uno ed uno solo: quello dell’esperienza. La chimica crea il suo oggetto – affermò il filosofo Gaston Bachelard - e questa facoltà creatrice la rende simile all’arte stessa. Aggiunge Izaak Maurits (Piet) Kolthoff nell’opera “La Syinthèse chimique”:

Essa ha anche la pretesa di formare una moltitudine di esseri artificiali, simili agli esseri naturali e partecipanti di tutte le loro proprietà. Questi esseri sono le immagini realizzate delle leggi astratte, di cui si persegue la conoscenza.

Non paga, l’autrice cita “Tra il tempo e l’eternità” di Isabelle Stengers e Ilya Prigogine per spiegare come la potenza creatrice della chimica dia luogo a strutture che, nella loro irreversibilità, fanno di questa scienza del divenire una scienza essenzialmente storica.

Maria Bakunin ha esaminato la chimica attraverso questi aspetti: come scienza creatrice in quanto studiosa di stereochimica; come scienza storica in quanto studiosa dei giacimenti di Giffoni Valle Piana, nella speranza purtroppo mal riposta di dare al salernitano un nuovo impulso economico tramite i carburanti che si sarebbero potuti ricavare. La prima pubblicazione della scienziata risale al 1890 e riguarda la preparazione degli acidi fenilnitrocinnamici, tema che si inserisce nel più generale filone della scoperta di sempre nuovi stereoisomeri. L’analisi dei giacimenti di Giffoni rientra in uno dei numerosi studi di di Maria in seno alla chimica applicata. Tra il 1909 e il 1910 gli interessi della scienziata si indirizzano agli scisti bituminosi, rocce metamorfiche intrise di bitume originate in seguito a grandi catastrofi naturali. L’estrazione di petrolio dagli scisti bituminosi è possibile ma molto costosa, quindi senza interesse commerciale. Ad ogni modo la studiosa ha compiuto una descrizione dei giacimenti di alto valore scientifico. Altro aspetto interessante dell’attività scientifica della Bakunin riguarda la fotochimica, in particolare gli effetti della luce sui pigmenti. Una consistente parte delle sue ricerche è dedicata all’isolamento delle melanine dal melanoma, contribuendo con importanti pubblicazioni alle cure di questa grave patologia della pelle.

Marussia insegnante

Maria Bakunin era un’appassionata didatta. Pur avendo esperienza di docenza esclusivamente a livello universitario, l’impegno dimostrato nell’insegnamento le fruttò un incarico da parte dell’allora ministro Francesco Nitti, nel 1914, che consisteva nello studio del sistema dell’istruzione professionale in Belgio e in Svizzera. La scienziata era infatti convinta che l’educazione avesse un ruolo fondamentale nello sviluppo tecnico e culturale del Paese. Marussia partì dallo studio dell’impostazione generale di ciascuna scuola rispetto ai mezzi impiegati e ai risultati raggiunti, soffermandosi sull’insegnamento specifico della chimica. Ne risultò una ricca e approfondita relazione che tutti coloro che sono coinvolti a vario titolo nell’insegnamento dovrebbero leggere, pedagogisti e tecnici ministeriali compresi. Cosa occorre – si chiedeva Marussia – perchè le nostre scuole diventino “il vero semenzaio di coloro che con sciente operosità daranno ricchezza al paese?”; la risposta era molto semplice: “un concorde sviluppo della parte teorica e della parte pratica”. Marussia distingueva le scienze “delle cattedre” dalle scienze “esatte” a fondamento sperimentale (chimica, fisica, meccanica). Considerava la pura astrazione un danno così come il puro empirismo: non serve a nulla un dotto trattato sulle materie coloranti senza la conoscenza tecnica della manipolazione e della pratica della tintura. Scrive: “sarà più utile mostrare all’alunno una distillazione secca del carbon fossile piuttosto che obbligarlo a sforzi mnemonici per enumerare i prodotti della distillazione”; specialmente nelle scuole a indirizzo chimico, non era ammissibile trascurare la dimostrazione sperimentale e l’esercitazione analitica e sintetica, poiché si deve apprendere “nell’esercizio concorde di tutti i nostri sensi”. Infine Marussia conclude:

La disoccupazione è quasi sempre frutto dell’ignoranza dell’artefice. Un buon meccanico, un buon elettricista, una buona cucitrice di ago, un buon disegnatore, un buon cesellatore  e così via troverà sempre lavoro; purtroppo si lamenta nell’industria di imbattersi assai raramente in tali elementi. Non ultima tra le cause di tale deficienza è il fatto che le alunne e gli alunni delle nostre scuole non giungono ad acquistare quel grado di cultura tecnica richiesto dall’industria.

In chimica questo significava avere laboratori attrezzati, in modo che l’alunno potesse manipolare e sperimentare. Dall’arredamento scolastico doveva trasparire un qualche gusto artistico, in modo che “il lavoro e lo studio diventeranno diletto dello spirito, concorde allo sviluppo delle facoltà fisiche e psichiche, non catena da forzato, come lo sono spesso ora”. In questo approccio, fondamentale era la figura dell’insegnante: Marussia insisteva affinché il Ministero mandasse a casa i maestri sofferenti, e mandasse le nuove leve in visita presso le scuole estere per trarre consigli e formare i futuri insegnanti con larghi compensi in funzione dei sacrifici richiesti: il valore degli insegnanti – scrive la scienziata – assicurerà il valore degli alunni. Marussia chiude la sua eccellente relazione con la necessità di reperire adeguate risorse economiche per l’istruzione professionale fornendo specifiche indicazioni (prima fra tutte il prelievo forzoso), pena il progressivo arretramento dell’intero Paese.

A distanza di un secolo quasi tutta l’istruzione professionale italiana versa in uno stato pietoso, come può testimoniare chiunque operi in queste scuole; gli insegnanti sono mal pagati e per niente valorizzati in base al merito; l’età pensionabile è progressivamente allungata e l’ingresso di nuove leve bloccato; non solo l’arredamento, ma l’intera l’edilizia scolastica presenta gravi problemi per la generale mancanza di risorse e interventi mirati.

Riferimenti

Il sito della dott.ssa Mongillo dedicato al libro su Maria Bakunin, ricco di articoli, recensioni e testimonianze.

Gli altri blog d’autore di Linx hanno dedicato articoli molto ispirati ad alcune figure di donne scienziato, fra questi:

Mary ed ioL’ingrediente segreto (di Barbara Scapellato)

Lynn Margulis, la portavoce del microcosmoContinuo proceso de cambio (di Maurizio Casiraghi)

Donne e fisicaLinee di scienza (di Francesca E. Magni)

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Paolo Rossi e la storia delle idee

27 Gen. 2012 | categoria filosofia della chimica, libri, storia della chimica | Leggi tutto | 3 commenti

L’intervista al filosofo Paolo Rossi è musica per le orecchie di chi nutre la passione per la storia delle idee. Ascoltatela: si tratta di circa due ore suddivise in quattro puntate, durante le quali il pofessore – venuto a mancare di recente – ci parla della sua vita e del percorso di ricerca che lo ha portato a studiare per molti anni le vie spesso tortuose attraverso le quali le teorie scientifiche nascono, muoiono, sono dimenticate, riemergono … Celebre è il suo libro “I filosofi e le macchine”, nel quale lo studioso prende in esame la rivoluzione scientifica del Seicento esplorando come questa si esplicitò attraverso l’ingegneria, le macchine appunto. Sino ad allora vigeva una rigida divisione (mai del tutto sradicata soprattutto in alcuni paesi) tra “arti liberali” e “arti meccaniche”: le prime – come la dialettica, la geometria e la musica - erano coltivate dagli uomini liberi; le seconde - alla base della costruzione di una casa o della coltivazione di un terreno – servivano, come diceva Aristotele, per apprestare le cose necessarie alla vita: un uomo può forse filosofare senza chi sbriga le faccende pratiche al suo posto? Non a caso la civiltà greca, così come tante altre, si reggeva sul lavoro degli schiavi, molti dei quali esperti nelle arti meccaniche. Eredità di questa concezione manichea della conoscenza (quella che realmente eleva l’uomo e quella che serve a fini pratici) fu il termine “meccanico” utilizzato in senso dispregiativo, come un insulto; nota è l’espressione manzoniana ”vile meccanico”, con la quale si designava colui che si occupava di questioni spesso fondamentali ed estremamente difficili, ma senza godere del prestigio dei veri intellettuali. Ma nel Seicento la figura del “meccanico” si impone all’attenzione pubblica: le arti meccaniche cominciano a conquistare il mondo. La tecnica esce finalmente dallo spazio angusto in cui era stata relegata a partire dai greci. Più tardi, Diderot e D’Alembert inclusero nelle voci della loro celebre Enciclopedia le questioni metafisiche così come la procedura per fabbricare un mulino. Una novità sconcertante in un tempo in cui la conoscenza era vista dai più a compartimenti stagni: quella elevata al piano superiore, la vile al piano terra. Incredibile, ma da noi, ahimè, c’è ancora qualcuno rimasto un pò indietro nella sua concezione del “vero” sapere.

Si dice che gli scienziati sono proiettati nel futuro mentre gli umanisti guardano al passato. In realtà questa suddivisione è tanto artificiosa quanto inutile: uno scienziato ha bisogno di conoscere le sue radici culturali quanto un umanista ne ha di sperare nel futuro. Paolo Rossi studiava il passato come un ricercatore esamina un campione di materia sconosciuto o quasi: cercando di conoscerne composizione, proprietà, provenienza; egli ha sempre mostrato una straordinaria capacità di esplorare il passato come si esplora un ”paese straniero”, per usare una sua metafora, pieno di voci in una lingua oscura. Riuscire a districarsi in questo vocio non è cosa da poco, soprattutto quando si cerca di costruire un’immagine di cosa è la scienza e di come è nata partendo dallo studio di grandi pensatori. Rossi ha scritto un altro celebre libro su  Francesco Bacone che scardinò parte degli aspetti cuciti addosso alla personalità di questo illustre filosofo, evidenziandone l’adesione e la contemporanea contrapposizione al mondo magico; il libro è “Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza”. La scienza, dice Rossi, ha un debito verso la magia, anche se avversarla è stato necessario per la sua emancipazione. Un pò come un bambino diventa adolescente e poi uomo anche grazie alla contrapposizione agli adulti che cercano in qualche modo di frenarne lo sviluppo. Quando Bacone scrive che la scienza è potenza, prende letteralmente in prestito dai testi di magia la considerazione dell’uomo come ministro e interprete della natura, al quale spetta il compito di conoscere il mondo naturale al fine di dominarlo: un’idea da mago, non da filosofo aristotelico. Nella sua tensione al dominio della natura il  pensiero di Bacone ha molti punti in comune con quello del medico, filosofo e iatrochimico Paracelso: perennemente in bilico tra le vecchie idee e le nuove, tra magia e scienza. La stessa carenza degli aspetti quantitativi nella concezione baconiana della conoscenza richiama quelle pratiche magiche che lo stesso Bacone avversava in tutti i suoi aspetti; ad esempio nella concezione del mago solitario che parla solo a chi lo può capire. Al contrario, secondo Bacone la conoscenza deve essere nutrita da un continuo scambio comunicativo. Come non pensare al rapporto tra alchimia e chimica? Tra le pratiche magiche e misteriose degli alchimisti e l’universalità della conoscenza chimica? In effetti le scienze naturali si svilupparono per lungo tempo nella direzione adottata da Bacone. In particolare la chimica è profondamente debitrice del metodo induttivo di cui Bacone ha fornito le coordinate; inoltre essa non potè non essere baconiana per lunghissimo tempo, producendo conoscenze di tipo qualitativo e sostanziale: gli alchimisti non avevano certo l’abitudine di soffermarsi sugli aspetti quantitativi … dobbiamo attendere la fine del diciottesimo secolo perché si abbia, con Lavoisier, un radicale cambiamento del ruolo della misura. Tuttavia già gli alchimisti, al tempo di Bacone, cominciavano a controllare il dato empirico in quanto tale, vedendo i fatti nella loro specificità e concretezza, comparando e classificando i fenomeni; in breve, prefigurando quella transizione a vera scienza di cui Bacone è stato in grossa parte responsabile. Possiamo dire che, al contrario di quanto comunemente si asserisce, la scienza moderna non ha un solo padre, Galilei. Alcune branche della scienza per le quali il dato qualitativo è stato (ed è in parte tuttora) fondamentale sono scienze baconiane prima ancora che galileiane: la chimica, la biologia, la medicina.

Ci sono scienze da sempre, dice Rossi riferendosi ad esempio alla matematica o alla geometria, e scienze recenti. La chimica è una scienza recente: c’erano tintori, farmacisti, alchimisti, c’era gente che a vario titolo manipolava i materiali, ma … non c’era alcun trattato, alcun manuale che assomigliasse a un manuale di chimica. Era un mondo frantumato che non era ancora chimica ma conteneva in sè le premesse per diventarlo. Come fa qualcosa che non è scienza a diventarlo? Alla chimica è accaduto, con processi complicati e difficili da decifrare e spiegare. Alla fine viene fuori un manuale e, cosa stupefacente, quel manuale vale in ogni parte del mondo. La gente, rimarca il filosofo, non pensa mai a questo: se oggi uno prende un manuale scritto in una lingua accessibile può studiare a Tokio così come a Melbourne e a Roma: ve bene dappertutto! Nè le religioni nè la politica nè l’arte sono riuscite in questa impresa.

Altro genitore a cui è possibile far risalire parte della paternità delle scienze naturali è Giambattista Vico. Paolo Rossi ha elaborato una magistrale sintesi tra la geologia e il pensiero vichiano sulla nascita delle nazioni. E lo ha fatto partendo dalla “scoperta del tempo”. La storia della natura riguarda miliardi di anni, al confronto la storia umana è recente. Il prof. Rossi ha analizzato come, nel Seicento, si fece strada l’idea del tempo profondo: sino ad una certa epoca si credeva ad una interpretazione letterale della Bibbia, secondo la quale il mondo aveva poche migliaia di anni. La scoperta del tempo resa possibile grazie all’analisi delle rocce e alla scoperta dei fossili fu sconvolgente; Kant può essere annoverato tra i primi importanti filosofi ad avere la consapevolezza di questo immenso lasso temporale dinanzi al quale l’uomo fu costretto a ridimensionare ulteriormente la sua importanza nel regno naturale. Dato che recentemente ho avuto in dono una vecchia edizione de “La scienza nuova seconda” di Vico, mi affretterò a leggere l’opera di Rossi “I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico”, una originale chiave di interpretazione – nella cornice delle scienze naturali – del pensiero vichiano, spesso ostico da comprendere tramite la sola lettura diretta delle sue opere a causa della prosa particolarmente elaborata.

Rossi aveva un’alta considerazione del lavoro, cosa che talvolta lo portava a criticare – sempre con grande stile e discrezione – “quei professori che hanno scritto giusto un libro per vincere la cattedra e poi qualche articolo”. E poi, ha affermato nell’intervista, se non si fa bene il proprio lavoro viene a mancare la possibilità di qualche soddisfazione. E tra le soddisfazioni possiamo sicuramente annoverare quelle didattiche. Rossi teneva moltissimo al rapporto con gli studenti: a me è piaciuto fare il professore, – ha affermato – l’idea che uno lasci qualcosa a un altro è importante. Il filosofo paragona il rapporto insegnante-allievo al rapporto padre-figlio, con la differenza che nel primo caso la parentela è  “spirituale” e non carnale. Così come il bambino vede il padre come una figura superiore e sempre vincente poi via via ridimensionata nel tempo, anche l’allievo nutre nei confronti del suo maestro un rapporto simile: dapprima il maestro è insuperabile, ma quando l’allievo diventa suo pari (o pensa di esserlo divenuto) ecco che ne vede le lacune e le debolezze. Importanti erano per Rossi anche gli stimoli che venivano “dal basso”, cioè dai suoi studenti. Tanti anni fa un ragazzo gli chiese la disponibilità nel seguirlo in una tesi su Lavoisier; all’inizio Rossi rifiutò, ritenendo di non averne una conoscenza sufficiente. A un certo punto consigliò al laureando in filosofia di sostenere un esame di chimica generale se davvero voleva avventurarsi nell’impresa. Il ragazzo, Ferdinando Abbri, lo fece davvero; è poi diventato un docente universitario che ha pubblicato importanti lavori sulla storia e i fondamenti della chimica.

A un ragazzo, dice Rossi, basta incontrare un solo professore nella vita: uno di quelli che ti apre la mente su nuove prospettive e con il quale esiste una impalpabile affinità di stile di pensiero. Rossi ammette, forse troppo modestamente, di non essere stato un alunno modello al liceo; però ebbe la fortuna di incontrare un professore di nome Carmelo Cappuccio, che nel dopoguerra era diventato popolare per aver scritto un testo di letteratura italiana molto diffuso nelle scuole superiori. Questo insegnante fu il primo che permise al futuro storico delle idee di affacciarsi al mondo della cultura. Ricordandolo Rossi afferma: avere un incontro così, che può anche avvenire per la matematica o per qualunque altra materia, è decisivo. Se questo incontro non avviene è impossibile uscire da quella che Rossi chiama infanzia culturale. Mi è piaciuta molto questa espressione: penso che il prof. Rossi volesse indicare quel particolare salto grazie al quale una persona istruita diventa colta. Non c’è niente di male, aggiunge, se questo passaggio non avviene. Ma se avviene ti si apre un mondo. Mi è venuto spontaneo immaginare come avrebbe reagito a queste parole il prof. Cappuccio. Ho anche riflettuto su questa asimmetria del rapporto docente-discente di cui ho già parlato: asimmetria che rappresenta un limite (è impossibile rendersi conto dell’influenza positiva o negativa su un allievo) e insieme una risorsa (un potente stimolo per impegnarsi al massimo nel proprio lavoro di insegnante).

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Povera e nuda vai, Filosofia

6 Gen. 2012 | categoria filosofia della chimica, libri | Leggi tutto | 6 commenti

Ogni volta che mi capita di risentire questo verso petrarchesco un po’ abusato la memoria mi riporta direttamente a una conferenza che seguii, ancora quindicenne, in una sala del palazzo comunale. Non capivo quasi niente di quello che il relatore diceva, ma la scritta funerea che campeggiava alle sue spalle era eloquente a sufficienza: “Morte della filosofia”. Al mio fianco era seduto un insegnante barbuto e occhialuto che ascoltava, gomito sul ginocchio accavallato e mano sulla fronte reclinata, in una posa simile a quella classica del pensatore; alla fine del discorso si diresse verso il tavolo del conferenziere per dire la sua, in sostanza: la filosofia non è morta perché non può morire. Perché nessuno può smettere di chiedersi “perché?”. L’eco dei “perché”, pronunciati più volte con veemenza, risuonò per tutta la sala amplificato dal rimbombo del microfono. Il lungo e appassionato intervento annullò tutte le fumose elucubrazioni blaterate sino a quel momento. Dovevo ancora accostarmi a questa materia e sapevo solo vagamente cosa fosse; ma qualcosa avevo già imparato: la filosofia può ridursi in povertà fino a girare nuda per le strade, qualcuno può persino crederla morta,  ma gode del privilegio dell’immortalità.

Più tardi avrei capito che la filosofia, oltre ad essere immortale, è anche estremamente prolifica nel generare ramificazioni. A distanza di circa quindici anni da quella conferenza ricevetti un sms da un amico: “compra subito il Sole 24 ore, nell’inserto c’è un articolo che ti piacerà”. Le edicole stavano per chiudere o lo erano già, ma dopo alcuni tentativi riuscii a recuperarne una copia. L’inserto culturale del 7 gennaio 2007 riportava un articolo dal titolo La bellezza della Chimica [1]. Pur nella sua brevità, quell’articolo semplice ed essenziale elencava alcuni capisaldi della filosofia chimica, una sorta di manifesto. Lo conservo tuttora. Ha le dimensioni giuste per un quadro: verrebbe quasi da incorniciarlo. Quest’amico conosceva bene i miei interessi; gli avevo più volte raccontato del corso di Logica e Filosofia della Scienza seguito durante la scuola biennale di specializzazione per l’insegnamento alla Ca’ Foscari di Venezia [2]. Avevo anche seguito vari corsi di fondamenti storico-epistemologici di alcune discipline (chimica, chimica industriale, biologia, geologia) che in alcuni punti mi ricongiunsero alla filosofia studiata negli anni liceali. Cominciai a chiedermi perché la filosofia della chimica fosse trascurata in Italia e coltivata all’estero, pur svolgendo ovunque un ruolo di cenerentola all’interno del panorama globale della filosofia della scienza: povera e nuda rispetto alla filosofia della fisica o della biologia (quest’ultima fiorita in tempi più recenti soprattutto in seguito al dibattito sull’evoluzionismo). L’autore di quell’articolo, Roald Hoffmann (ve lo ricordate?), scrive nell’incipit:

Tendiamo a vedere il mondo a partire dalla nostra esperienza. Per i filosofi della scienza è più probabile avere un’infarinatura di logica matematica che di geologia o di chimica. E di fisica nel caso di chi approda dall’esterno a quella disciplina. Ma la chimica è diversa, e a partire da essa emergerebbe una filosofia della scienza di altro tipo.

In Italia l’eredità di Benedetto Croce non ha certo favorito lo sviluppo della cultura scientifica a partire dagli orientamenti pedagogici della scuola, che hanno sempre privilegiato il versante umanistico. Dunque non stupisce che, al di là dei grandi scienziati che la nostra nazione ha prodotto, le scienze – e la chimica in particolare – abbiano sofferto di un generale misconoscimento. Di conseguenza la filosofia della scienza non ha potuto svilupparsi con lo slancio presente in quei paesi nei quali l’importanza data all’istruzione scientifica e la sua conseguente maggiore diffusione hanno costituito terreno fertile per le riflessioni dei filosofi. Il ricercatore Giovanni Villani, nella sua opera La chiave del mondo [3] (una delle poche, in Italia, di filosofia della chimica) fornisce una spiegazione più ampia alla luce dell’evolversi dei rapporti con la fisica:

Fino all’Ottocento la chimica era sicura di avere un suo substrato filosofico e filosofi della natura [4] si facevano chiamare i chimici di allora. L’atomo chimico del XIX secolo era un patrimonio culturale di indubbio valore. Con l’espropriazione dell’atomo da parte dei fisici, i chimici si sono sentiti privati della loro base culturale e si sono sempre di più chiusi nei laboratori, nelle applicazioni industriali e nelle loro astrazioni specialistiche. Il paradosso di ciò è che la chimica, che più della fisica plasma il mondo quotidiano, è diventata, a livello culturale, una cenerentola, una disciplina senza aspetti generali, una branca di fisica applicata. Io credo che solo quando sarà evidente, anche tra i chimici, che la loro disciplina ha una valenza generale, ed è specifica e diversa dalla fisica, solo allora questo rapporto si potrà ristabilire.

Questo è il motivo per cui i filosofi della chimica si occupano delle problematiche connesse al riduzionismo, che vorrebbe la complessità molecolare completamente descritta dalle leggi della fisica; un’operazione simile a quella che riduce il funzionamento del corpo umano e dei nostri stessi sentimenti a un insieme di complicate reazioni chimiche. Il riduzionismo rappresenta un recinto molto angusto generalmente rifiutato dai filosofi e accolto con favore da molti scienziati, soprattutto fisici. Si tratta di una concezione pericolosa soprattutto nell’area didattica, ad esempio quando si insegnano i contenuti chimici in un’ottica interdisciplinare: occorre farlo senza perdere di vista i nuclei fondanti specifici. Negli Stati Uniti il prof. Eric R. Scerri [5] si è occupato di questo problema, e più in generale dell’importanza – per gli insegnanti – della conoscenza dei fondamenti filosofici della propria disciplina.

È quindi evidente che occuparsi di un problema astratto e apparentemente inutile come il riduzionismo comporti conseguenze sul piano pratico, ad esempio nelle politiche scolastiche: perché mai nei licei italiani la chimica non esiste come materia autonoma, al contrario della fisica? Essa è racchiusa nelle “scienze” come se fosse semplice complemento – e non fondamento – della biologia e della geologia. Al limite, fisica applicata composta di istruzioni per eseguire un’analisi o sintetizzare un composto. Eppure la realtà è ben diversa. Nel 1929 Bertrand Russel scriveva: “le leggi chimiche non possono per ora essere ridotte alle leggi fisiche”. Riferendosi a questa frase il grande Noam Chomsky scrive nel suo ultimo libro [6]:

La locuzione “per ora” […] esprime l’aspettativa che la riduzione si verificherà nel corso normale del progresso scientifico, forse quanto prima. Nel caso della fisica e della chimica, tuttavia, essa non si verificò mai: quel che accadde fu l’unificazione di una chimica virtualmente immutata con una fisica radicalmente riveduta.

Sebbene di recente le indicazioni nazionali prevedano di spalmare sull’intero quinquennio lo studio di questa disciplina, essa non ha un monte ore ben definito, né dà luogo ad una specifica valutazione, che l’allievo riceverà nella materia “scienze naturali”. Possiamo ancora stupirci se la chimica, una scienza di base così importante nella formazione di cittadini attenti alla salute propria e dell’ambiente, è ignorata da larghissimi strati della società? Negli istituti tecnici e professionali è garantito un insegnamento autonomo della chimica, e questo la dice lunga sulla considerazione che si ha di questa scienza: utile per fini tecnici, priva di una rilevante valenza culturale intrinseca.

Dunque la filosofia della scienza non è un vuoto ragionare attorno alla natura della conoscenza scientifica, ma un’attività che, oltre a costituire un entusiasmante campo di esercizio dell’intelletto, si configura come una sorta di bussola relativamente al contesto d’uso della scienza stessa. Pensiamo ad esempio ai problemi di natura etica sulle conseguenze delle scoperte scientifiche; in chimica la loro trattazione è particolarmente complessa per tutte le questioni che ruotano attorno al rispetto dell’ambiente e al concetto di sostenibilità. Pertanto, mentre la chimica produce nei laboratori conoscenza e applicazioni nell’industria e nei servizi, la filosofia della chimica invita a riflettere sulla natura della conoscenza prodotta per orientarla al meglio nei suoi usi attivando un circolo virtuoso:

Di tutta l’attività di riflessione si può fare a meno, come dimostra la freccia trasversale che collega conoscenza e applicazioni; il fatto che questo accada non è sempre negativo: nella maggioranza dei casi le scoperte in chimica non richiedono una ristrutturazione della conoscenza, né particolari disquisizioni sul loro contesto d’uso. D’altra parte il binomio conoscenza-applicazione senza intermediazioni di rilievo è stato per troppo tempo la normale routine, producendo danni visibili all’equilibrio naturale e alla salute umana. Ancora oggi in molte aree del pianeta prive di qualsivoglia legislazione a tutela dell’ambiente e dell’uomo, la frenesia di ricercare, applicare e produrre ha superato di gran lunga il tempo dedicato alla riflessione e al dibattito. Ma sappiamo che la filosofia è connaturata alla natura umana, e come tale non può morire: ci sarà sempre chi elucubrerà sulla natura delle trame conoscitive, o chi si interrogherà sull’opportunità di eseguire determinate ricerche e sulle modalità delle loro applicazioni. E la filosofia chimica, a dispetto della sua scarsa diffusione, in alcune università estere è più vitale che mai [7, 8]. In questo blog cercheremo di dimostrarlo.

Riferimenti:

[1] Si può leggere l’articolo a questo link, purtroppo privo delle illustrazioni.

[2] Dare ragioni. Un’introduzione logico-filosofica al problema della razionalità, di Luigi Vero Tarca. Il testo è appositamente studiato per gli insegnanti che si accostano per la prima volta alla filosofia della scienza.

[3] Si può scaricare a questo link il libro di Giovanni Villani, inizialmente pubblicato con il titolo La chiave del mondo, poi tramutato in I mondi della chimica.

[4] Non a caso il titolo di una delle più grandi opere di chimica del diciannovesimo secolo è Sunto di un corso di filosofia chimica, del grande Stanislao Cannizzaro.

[5] Qui un articolo del prof. Scerri, utilissimo per i docenti, sull’utilità della filosofia della chimica nella didattica. In un secondo articolo il prof. Scerri si concentra sul riduzionismo e sulle sue implicazioni nell’insegnamento.

[6] Il linguaggio e la mente, di Noam Chomsky, può essere interessante soprattutto per gli insegnanti di biologia.

[7] Il prof. Robin Hendry, dell’Università di Durham, mette a disposizione i capitoli di un suo testo di filosofia chimica

[8] Trattato super sintetico di filosofia della chimica sul sito dell’Università di Stanford.

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Riannodare i fili celebrando la chimica

14 Dic. 2011 | categoria chimica e letteratura, filosofia della chimica, istruzione scientifica | Leggi tutto | 1 commento

Ho sempre avuto un attaccamento viscerale ai miei ricordi di scuola. Forse perché – in un periodo della vita in cui i movimenti erano sin troppo limitati – lo studio mi offriva le tariffe più competitive per qualunque viaggio, nello spazio e nel tempo; inoltre era (è) il rimedio più efficace per placare l’inquietudine, per poi farla ritornare più forte di prima: una forma di dipendenza, una droga. L’assuefazione si è fatta potente durante gli anni del liceo soprattutto a causa di nuovi pusher: alcuni insegnanti eccezionali. Il loro ricordo è poi diventato un cimelio che ho sempre contemplato senza mai sottoporlo alla prova del tempo: per quei motivi impalpabili mal descritti dalle parole, da quando ho lasciato la mia città natale non sono mai andata a trovarli; eppure ho pensato moltissimo a loro, ad uno in particolare. Dopo 17 anni, sabato scorso sono tornata nella mia scuola per un incontro di orientamento alla scelta universitaria. Avevo addosso una sensazione a metà strada tra il surreale e il nostalgico; visitando il mio liceo, ho subito realizzato che … non era più il mio liceo: la sede è cambiata (finalmente!), il nome pure, e non vi ho trovato uno solo dei miei insegnanti, tutti in pensione.

Una scelta difficile

Orientamento alla scelta … Che dirvi, ragazzi? Dovete solo mettervi in ascolto di voi stessi, molto prima di iscrivervi all’università. Alla vostra età avevo le idee chiare già da tempo: volevo studiare chimica, in parte stimolata dal mio insegnante di latino Francesco Siciliano, la cui figlia aveva intrapreso quel percorso a Pisa. Non voglio dirvi, come troverete in alcune guide, che i chimici ricevono offerte di lavoro prima di laurearsi, o che “le attuali competenze chimiche non sono in grado di soddisfare le necessità del territorio”….  Al di là di alcuni casi eccezionali, non è vero. Ormai non lo è per qualunque corso di laurea. Molto probabilmente nessuno verrà a cercarvi, sarete voi che dovrete inseguire la professione a cui volete dedicarvi. Non mi piace sciorinare dati e tabelle per dimostrare che tutto sommato chimica è una buona scelta; vi racconto invece la mia storia personale, per certi versi simile a quella di tanti miei compagni di corso, nessuno dei quali, ve lo assicuro, è rimasto a spasso pur tra mille fatiche e incidenti di percorso.

E così ho tracciato i miei dieci anni di storia lavorativa davanti ad alcune quarte e quinte del Liceo Scientifico “Leonardo Leo” di San Vito dei Normanni. Pur con vent’anni di differenza, io e il mio uditorio – ho pensato – abbiamo una caratteristica in comune: per loro la laurea sarà solo un punto di partenza come è stato per me, non un tranquillo viatico per approdare in tempi brevi a quella che si chiama “sistemazione”. Ad ogni modo ho tenuto a sottolineare che è valsa la pena di studiare chimica: prima di tutto perché è stata una bella avventura dell’intelletto. Bella perché difficile. Poi perché noi corsisti eravamo pochi, e questo ci ha consentito di fare gruppo e di instaurare rapporti profondi e duraturi. I nostri professori, inoltre, erano sempre presenti e disponibili. Ho aggiunto che, pur tra le inevitabili difficoltà e vicissitudini professionali, ho potuto permettermi il lusso della scelta tra più possibilità di lavoro. E il lavoro, così come la persona da sposare e la città in cui vivere, si deve poter scegliere. Certo, con un po’ di sano realismo e senso pratico: meglio un percorso di solida tradizione aperto alle declinazioni più disparate piuttosto che uno dall’impianto formativo nuovo e affascinante ma poco convincente dal punto di vista didattico e delle opportunità professionali. In questo senso chimica è una garanzia, perché consente di innestare su una vasta preparazione di base conoscenze appartenenti ai più svariati ambiti disciplinari. Attratti dall’area biologica? Chimica e Tecnologia Farmaceutica è un buon compromesso; non solo prepara alla ricerca universitaria così come al lavoro nell’industria, ma permette di ottenere anche l’abilitazione alla professione di chimico oltre a quella di farmacista (che io, laureata in chimica pura, non ho potuto conseguire). Tempo fa uno studente mi disse che quella del dipendente di una farmacia è una professione da “sfigati”, perché si sta dietro un banco a vendere farmaci. Non ci cascate, in questi luoghi comuni. Fare il farmacista non è un lavoro sfigato così come non lo è insegnare, anche se certa stampa e certi film continuano a rappresentare questa professione come tale. Il vero sfigato è chi lavora con la morte nel cuore, anche quando guadagna un sacco di soldi.

Durante l’incontro per l’orientamento un ragazzo mi ha chiesto se rifarei il liceo scientifico sapendo di dover studiare chimica all’università. Ho detto quello che penso: che il liceo scientifico non è così …. scientifico (basti pensare che la chimica non esiste come disciplina autonoma!); che i miei compagni di corso provenienti dall’ITIS a indirizzo chimico erano bra-vi-ssi-mi, e non solo in chimica (hanno impiegato poco a far abbassare la cresta a qualche liceale spocchioso). Ma la domanda è posta male, perché ognuno è condizionato dai propri ricordi: se avessi frequentato l’ITIS molto probabilmente avrei i miei buoni motivi per dire: si, lo rifarei; ma, essendo stata una liceale, proprio non riesco a immaginare la mia adolescenza senza una versione latina di Seneca, una spiegazione della filosofia kantiana o delle cattedrali tardo-romaniche, o senza Gargantua e Pantagruel declamati dalla mia prof di francese, Giovanna Magazzino, l’insegnante che ho avuto per il numero maggiore di anni.

Un tuffo nel passato

Ed ecco, nel pomeriggio si materializzano alcuni dei volti associati alle materie del liceo: vedo il prof di letteratura italiana e latina; quello di disegno e storia dell’arte; quello di matematica e fisica; quello di lettere del biennio; c’è anche la prof di francese, che ha rinunciato a fare la nonna per ascoltarmi, e persino il mio maestro di inglese della quinta elementare, ora alle prese con la lingua araba. Ma non sono più al liceo, bensì nella sede dell’UNITRE, una università popolare dove molti insegnanti in pensione continuano a studiare o a tenere corsi aperti alla cittadinanza. Ho riflettuto sul fatto che i miei insegnanti sono stati per la maggior parte uomini, tutti con molti anni di esperienza alle spalle, eredi di una certa idea di scuola che quasi non esiste più. Che strano ritornare a conferire davanti a loro per celebrare l’Anno Internazionale della Chimica. È stato il prof. Luigi Agrimi, insegnante di storia e filosofia, ad organizzare sia l’incontro pomeridiano all’Unitre sia quello mattutino con i ragazzi del liceo. Il prof. Agrimi insegnava nella mia scuola, ma non nella mia sezione. Le sue lezioni – mi dicevano – erano sempre molto vivaci, anche perché è uno di quegli insegnanti a cui non sfugge davvero nulla. Non poteva che essere lui a ricordarsi dell’Anno della Chimica, ricorrenza che – non riscuotendo molto successo a livello mediatico – rimane per lo più confinata tra gli addetti ai lavori, nonostante gli sforzi di comunicazione della comunità scientifica mondiale. Chissà quante università popolari hanno dedicato un pomeriggio alla chimica; non mi stupirebbe sapere che solo l’UNITRE di San Vito dei Normanni lo ha fatto! Nel presentarmi, il prof. Agrimi ha detto che parlo come scrivo …il più bel complimento che potevo ricevere, e non perché pensi di saper scrivere particolarmente bene: semplicemente, è il segno tangibile dell’aver finalmente superato lo scollamento tra ciò che sento (che ho sempre preferito scrivere) e ciò che conosco (che ho sempre preferito esporre oralmente). È possibile travasare del sentimento in un discorso o in uno scritto di chimica senza perdere in rigore? Forse si.

Il Presidente dell’Unitre è il prof. Angelo Chionna. Ricordo chiaramente – e gliel’ho riferito – l’unica ora in cui è stato nella mia classe per sostituire un collega assente. A un certo punto disse che da studente non riusciva a capire il concetto di valenza, ma una volta afferrato percepì quanto la chimica potesse essere affascinante. Mi fece un certo effetto sentire queste parole da un prof che aveva frequentato il liceo classico e poi la facoltà di lettere, e che per giunta aveva il pregio di essere il marito della mia bravissima insegnante di italiano della scuola media, la prof.ssa Lina Leo, anche lei presente alla conferenza. Essere sua alunna nell’età ingrata della preadolescenza è stata una delle più grandi fortune che mi potessero capitare nel mio percorso formativo, perché la mia prof ha davvero la stoffa dell’educatrice, e ha sempre svolto il suo lavoro con una passione non comune. E non si limitava a insegnare – bene – la sua materia; uno dei numerosissimi flash di quei tre anni la vedono intenta a spiegarci puntigliosamente come si lavano i denti e perché: un argomento nel quale la stessa prof di scienze non si era mai cimentata … Ma il suo merito più grande è senza dubbio quello di essere stata decisiva nel liberarmi di una timidezza patologica che rischiava di diventare invalidante. Fino all’autostima e alla fiducia nei propri mezzi il passo è stato breve. Il rapporto insegnante – allievo è per sua natura asimmetrico: nessun insegnante ha la reale percezione di come influirà sulla vita di uno studente, che tenderà a ricordare parole, azioni o atteggiamenti a cui talvolta il docente non fa neanche caso. Un insegnante non può prevedere gli esiti. Questo per dirti, carissima professoressa: grazie infinite per quello che mi hai dato, anche se probabilmente ti è sembrato di far solo il tuo lavoro.

Stranamente sono stati i docenti della materie umanistiche quelli che più o meno consapevolmente mi hanno indotto a buttarmi sulle scienze. Inserire nella mia personale celebrazione della chimica alcuni riferimenti filosofici e letterari è un modo per omaggiarli. Alla fine della presentazione mi viene incontro il mio prof. di lettere Pino Cecere; memoria di ferro, grande conoscitore degli autori del ‘900, mi ha insegnato uno stile di scrittura più conciso di quello cui tendo naturalmente, cosa che mi è stata di grande utilità nello scrivere di scienza. Lo ricordo come un generoso dispensatore di libri, e infatti mi si avvicina per dirmi che vuole regalarmene uno, ma non prima di chiedermi se lo possiedo già. Si tratta di uno dei capolavori di Marguerite Yourcenar, la mia autrice preferita (di cui ho già parlato in questo blog): L’Opera al Nero; poteva forse sfuggirgli che non ho citato l’alchimista Zenone? Certo che no! Gli rispondo che ho già letto il romanzo, ben sapendo che ha il titolo di riserva: Il giro della prigione, della stessa autrice. No, questo mi manca.

La conferenza si conclude, e mentre mi rilasso penso che la tensione è stata minore di quella che accumulavo prima delle interrogazioni di filosofia; quelle del mio carissimo prof. Onofrio Rizzo, purtroppo assente per un impegno, duravano molto. Rispondere ad ogni sua domanda era una sfida contro me stessa, perché ho amato la filosofia più di ogni altra disciplina; da qui quelle infinite e talvolta estenuanti ripetizioni ad alta voce, nel tentativo maniacale di esprimermi senza esitazioni, cercando di non tradire quanto avevo appreso. Allora non parlavo come scrivevo, i miei discorsi erano più libreschi e meno naturali. Tuttavia resto del parere che si impara a parlare anche e soprattutto appropriandosi delle parole degli altri – in questo caso quelle dei buoni testi scolastici, o quelle che il prof usava a lezione e trascrivevo avidamente sul quaderno. Secondo Primo Levi il vantaggio del chimico che scrive è quello di usare con particolare cognizione alcune espressioni che dalla chimica hanno origine, ad esempio distillare, o bilanciare. Ebbene, le lezioni del mio prof di storia e filosofia erano di una chiarezza cristallina. A pensarci bene, è stato l’abito mentale che esse mi hanno cucito addosso a condurmi verso la chimica. E questa è un’altra delle conseguenze che anche un insegnante straordinario come lui non avrebbe mai potuto prevedere.

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Quel pizzico di irrazionalità che rende belle le molecole (e le nostre vite)

19 Mar. 2009 | categoria chimica e arte, eventi, filosofia della chimica, istruzione scientifica, libri | Leggi tutto | 2 commenti

Se l’avessi saputo prima avrei fatto i salti mortali pur di essere all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ormai è troppo tardi: gli impegni di lavoro mi impediranno di assistere alla Lectio Magistralis di Roald Hoffmann. Tutta la mia invidia a chi domani sarà al Festival della Matematica per ascoltare il Premio Nobel per la Chimica, questo simpatico scienziato di 72 anni pieno di entusiasmo come se fosse ancora all’inizio della carriera. Se questo nome non vi dice niente, leggete uno dei suoi libri: La Chimica allo specchio. Sono sicura che chi ha odiato la chimica, dopo la lettura del libro proverà il desiderio di ritornare sui banchi di scuola per recuperare il tempo perduto; e chi ancora studia sarà spinto a guardare con occhi nuovi questa disciplina. Non sto scherzando! Nessuno è più bravo di Roald Hoffmann nel divulgare la chimica al grande pubblico, umanizzandola fino a paragonare le pulsioni della nostra mente a quelle che caratterizzano la scienza delle molecole; le polarità delle sostanze e le loro trasformazioni - dice Hoffmann – sono in risonanza con le forze profonde della nostra psiche.

 Stiamo parlando di un grande chimico e di un grande comunicatore, convinto che la diffusione delle conoscenze scientifiche sia importante tanto quanto il loro ampliamento in termini di nuove scoperte: L’ignoranza della chimica configura una barriera al processo democratico. Io credo che la “gente comune” dev’essere preparata a prendere decisioni: sull’ingegneria genetica come sulle discariche, sulla pericolosità o sicurezza delle varie fabbriche [...]. I cittadini possono ricorrere a esperti per farsi spiegare i vantaggi e gli svantaggi, le scelte, i benefici e i rischi. Ma la responsabilità di prendere decisioni non compete agli esperti, bensì ai cittadini e ai loro rappresentanti. Parole sante.

L’attività divulgativa di questo instancabile studioso ha percorso vie impegnative ed originali, come quella di scrivere a quattro mani con l’inventore della pillola Carl Djerassi una commedia intitolata “Ossigeno”. Il filo conduttore: la responsabilità sociale di chi fa scienza. Inoltre Hoffmann è stato ospite fisso di una serie TV in onda negli USA intitolata “World of Chemistry”, nella quale ha spiegato diversi aspetti della chimica in forma piacevole e appassionante. Non solo: Hoffmann è un grande appassionato di arte, tanto che in un altro show televisivo americano, “Entertaining Science”, ha esplorato i numerosi punti di contatto tra la scienza e l’arte (ah, dimenticavo: scrive anche poesie!).

L’altra passione di questo grande scienziato ebraico-polacco è la matematica, in particolare la geometria (la sua partecipazione al Festival della Matematica non è affatto casuale); basta leggere la motivazione del suo intervento per convincersi che l’incursione della matematica nella chimica guidata da questo grande maestro sarà un bellissimo viaggio ai confini di due discipline …between the simplicity of the human mind (for which mathematics is a good focus), and the complexity of the real world, which chemistry tries to fathom and fashion. E cosa sono le molecole, se non oggetti geometrici continuamente mobili? Basta guardare le vibrazioni di questa molecola di fullerene!


In questa intervista con il matematico Odifreddi, Roald Hoffmann espone i suoi punti di vista sui rapporti della chimica con altri campi del sapere, letteratura compresa; parla della Teoria dei Grafi come la maggiore area di contatto tra chimica e matematica (e come non pensare al grafo guardando la rappresentazione del fullerene a lato?). Dove quest’area si esaurisce ce lo spiega molto bene in uno stupendo articolo apparso due anni fa su Il Sole-24 Ore, quello che mi ha indotto ad approfondire la conoscenza di questo versatile studioso:

Quando ho iniziato a fare chimica, ebbro di logica, di matematica e di simmetria, ero sconvolto dalla mescolanza delle categorie che avveniva intorno a me. Cercavo, come un tempo Primo Levi, i teoremi della chimica. Poi ho fatto pace con la multivalenza dei saperi frammentati che mi circondavano. E mi sono reso conto che il ragionamento in parte irrazionale (poi sistemato in vista della pubblicazione, certo) portava a molecole e reazioni stupende.

Che altro dire? Dopotutto, scrive Hoffmann, senza la violazione delle categorie nè l’arte nè la scienza riuscirebbero a produrre alcunchè di nuovo. E, aggiungo io, anche la nostra stessa vita si ridurrebbe a ben poca cosa, senza quel pizzico di irrazionalità che spesso ci conduce alle scelte più felici.

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