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Articoli in ‘ambiente’

Le sentinelle olfattive (e non) del micio

7 Nov. 2011 | categoria ambiente, biochimica, chimica e salute | Leggi tutto | 5 commenti

Da qualche mese un maschietto Egyptian Mau rende le mie giornate ancora più movimentate. Ci mancava pure l’impegno del micio. Ma come si fa a resistere al fascino del gatto dei Faraoni? Si chiama Isidoro, che significa “dono di Iside”, dea della mitologia egizia. Vorrei solo rimanesse cucciolo il più a lungo possibile per non incappare nella sindrome da nido vuoto, quando ai primi richiami se ne andrà a zonzo per accoppiarsi. E che dire degli spruzzetti pestilenziali con i quali cercherà di marcare il suo territorio? Pare che qualche gatto continui a produrli (in casa …) anche dopo la sterilizzazione, pratica consigliata dai più e ritenuta da altri un sopruso nei confronti dell’animale; questo ne uscirebbe meno litigioso con i suoi simili, ma anche con qualche problema di sovrappeso e alle vie urinarie, oltre che depauperato nella sua capacità di difesa.  Lo so, mi sto fasciando la testa prima di romperla, ma una soluzione bisognerà pur trovarla. Intanto mi dedico a tamponare altri problemi come …. gli odori della lettiera. Eh, già, fuori il mondo è pieno di pericoli, e un gattone nero semiselvatico non sopporta la presenza del cucciolo. Aspetto che cresca un pò perchè sappia difendersi, visto che è già stato attaccato; se non fossi intervenuta in tempo sarebbe già ritornato tra le braccia della dea Iside. E così, almeno per un pò, Isidoro dorme in casa nella sua cesta, rigorosamente lontana dai “servizi”. I gatti sono schizzinosi: non riposano vicino alla loro lettiera, tantomeno consumano i pasti in prossimità di questa. D’altra parte, noi forse al ristorante non cerchiamo di sederci sempre lontano dalla toilette? Costruiamo forse le case con bagno e cucina comunicanti? Certo che no! A dirla tutta, il gatto è costretto ad essere più esigente di noi; il motivo è semplice: sente troppi odori, di conseguenza quelli sgraditi gli danno più fastidio di quanto ne diano agli umani. Basti pensare che il gatto possiede circa 200 milioni di terminazioni olfattive, un numero molto maggiore di quelle del cane (che ne possiede dagli 80 ai 100 milioni a seconda della specie) e dei nostri miseri 5 milioni. Come mai madre natura ha dotato il Felis silvestris catus di tanto olfatto? Semplice: i segnali odorosi servono ai nostri amici per procacciarsi il cibo, fiutare la presenza di un rivale e in generale per comunicare. I segnali olfattivi sono fondamentali in tutto il mondo dei viventi, come illustrato nel post Un mondo di odori dell’autore di Continuo proceso de cambio.

La chimica delle comunicazioni feline

Mentre il cane azzanna istintivamente il boccone, di solito il gatto lo annusa per un tempo più o meno lungo persino quando è affamato. Questo comportamento così prudente è dovuto al fatto che le specie feline hanno una eccezionale sensibilità olfattiva per i composti azotati, cosa che consente loro di stabilire “a naso” – è il caso di dire! – se il cibo è andato a male o è ancora commestibile. Un altro comportamento peculiare del gatto – di cui i cani sono privi – è l’istinto di coprire l’urina e le feci. Non si tratta certo di una accortezza nei confronti del padrone che lo ospita: è appunto un comportamento istintivo, motivato dalla necessità di nascondere a eventuali predatori le proprie tracce “odorose” (le virgolette sono d’obbligo …). Non a caso il gatto che invece vuole manifestare la sua supremazia nei confronti di altri gatti lascia le feci scoperte per marcare il territorio. Tuttavia non è sufficiente un pò di terra per minimizzare il problema dei cattivi odori. Esistono in commercio vari tipi di lettiere studiate apposta. Di cosa sono composte? Ne esistono di vari tipi: ci sono lettiere a base di bentonite, un minerale argilloso di formula Al2O3 − 4SiO2 − 4H2O con alto potere assorbente; usata nelle lettiere agglomera (fa la “palla”) consentendo l’asportazione del rifiuto con la paletta. La bentonite è utilizzata anche nel compost organico. Più costosa è la lettiera di gel di silice, polimero del diossido di silicio SiO2. Il gel di silice è un ottimo disidratante (lo si trova anche nelle bustine deumidificatrici dei capi di abbigliamento appena acquistati), la cui azione si esplica tramite l’adsorbimento delle molecole d’acqua sulla sua superficie molto porosa. Il gel di silice si presenta in forma di perline semitrasparenti, ma nelle lettiere sono presenti anche dei granuli blu: si tratta del cloruro di cobalto che agisce come indicatore (è blu se anidro, rosa se idrato). Il gel di silice trattiene meglio gli odori e dura più a lungo; purtroppo Isidoro, attratto dal particolare aspetto delle perline e dal blu del cobalto …ci gioca; con quali risultati vi lascio immaginare. Mentre questi materiali assorbenti sono utili per mascherare gli odori, ne esistono altri che favoriscono la decomposizione dei rifiuti del gatto. Le soluzioni dei sali quaternari d’ammonio, ad esempio, sono spruzzate sulla lettiera dove, oltre ad esplicare azione antibatterica, favoriscono la decomposizione delle sostanze organiche presenti limitando a monte la formazione di cattivi e persistenti odori. Non a caso questo tipo di sali, di formula generale R4N+ X- (R è un radicale alchilico) sono usati per produrre detergenti ad azione disinfettante, possibile grazie alle loro peculiari proprietà battericide.

Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma corro il rischio di dedicare l’intero articolo ai bisogni corporali dei mici quando l’ambito dei segnali olfattivi è molto, molto più esteso. I nostri piccoli amici lasciano impronte odorose anche quando noi non le percepiamo, ad esempio graffiando gli arredi o strofinandosi contro i muri. I gatti comunicano tra di loro principalmente per mezzo dei feromoni e delle posizioni del corpo. Le ghiandole contenenti i feromoni si trovano in numerosi punti sul corpo: tra i cuscinetti sulle zampe, sulla coda, tra le mammelle, attorno alla bocca e sulle guance (gli strusciamenti che a noi sembrano dei gesti d’affetto sono in realtà uno dei tanti modi per marcare il territorio, stesso motivo all’origine delle graffiature - che non servono solo per affilarsi le unghie e non sono dei dispetti!). Alcuni feromoni servono come allarme, inducendo l’animale alla fuga o a stare lontano da zone pericolose. I feromoni si depositano anche sulla saliva, nel materiale fecale e nell’urina; sono chimicamente persistenti, cioè durano a lungo anche in assenza del gatto. In generale l’effetto chimico dei feromoni agisce principalmente sullo stesso gatto che li ha emessi (ad esempio per auto-tranquillizzarsi in situazione di malattia o di stress psicologico), ad eccezione dei feromoni deputati all’allarme e ai messaggi di natura sessuale.

Attualmente sono stati evidenziati almeno cinque messaggi chimici mediati dai feromoni (F1-F5), di tre dei quali è nota la funzione. I feromoni sono costituiti per la maggior parte da composti organici semplici come acidi organici, aldeidi, chetoni, ammine, steroidi e terpeni. Sono secreti sotto forma di precursori – i proferomoni – spesso inattivi; questi, grazie a reazioni chimiche ad opera della flora batterica (ad esempio reazioni di esterificazione o di idrolisi),  vengono attivati e trasformati in feromoni, i quali possono esistere in forma libera o legati ad una proteina carrier che funge da “adesivo” fissandoli su un grande numero di supporti.

I feromoni e gli umani

E noi? Quanto siamo influenzati dalle molecole? Possiamo illuderci di poter decidere i nostri comportamenti al di là della biochimica, nella scelta del partner come nelle risposte emotive a situazioni di disagio o euforia; in realtà, sebbene non ce ne accorgiamo, comunichiamo anche noi con segnali di natura chimica, proprio come gli altri animali e gli insetti. Un promettente candidato al titolo di feromone umano è l’androstadienone, un composto appartenente alla famiglia degli steroidi: è stato dimostrato  che influenza l’emotività, le capacità cognitive e gli ormoni dello stress (variando ad esempio la concentrazione di cortisolo). Questo composto potrebbe ricoprire un ruolo non secondario nei cambiamenti dell’umore. Dei ricercatori hanno mescolato tracce di androstadienone con propilenglicole (lo stesso usato come antigelo nei motori delle macchine), ammantando ogni eventuale odore con olio essenzaile di chiodi di garofano; hanno poi esposto un primo gruppo di volontari alla miscela (annusando dei tamponi di garza impregnati), un secondo gruppo al solo solvente. I soggetti di entrambi i gruppi hanno poi compilato un lungo questionario; quelli esposti all’androstadienone erano percettibilmente molto più allegri durante i 15-20 minuti del test, stato d’animo confermato dall’impiego di tecniche di imaging cerebrale. Certo, attribuire l’umore a delle molecole suona come un insulto alla nostra complessità. Tuttavia la messaggeria chimica umana si sta dimostrando intricata tanto quanto i nostri codici comportamentali, e le prove a supporto dell’importanza della ”comunicazione molecolare ” tra umani sono in numero sempre maggiore. Lo studio dei possibili feromoni umani può essere molto fecondo oltre che appassionante; pensiamo alla psichiatria: non sono i farmaci con effetto psicotico delle molecole in grado di modificare la nostra neurochimica? Le loro controindicazioni derivano dalle carenze di queste molecole nel mimare gli effetti naturali di una situazione chimica  ”equilibrata” a livello cerebrale. Chissà che questo steroide non possa un domani rivelarsi un efficace antidepressivo.

Livelli di PBDE nei gatti domestici: sentinelle per gli umani?

Dai mici siamo partiti, ai mici ritorniamo. Girovagando qua e là ho letto i risultati di una ricerca che riporta anche la firma di Marta Venier, mia compagna di corso e ora ricercatrice all’Università dell’Indiana. Lo studio riguarda i nostri amici a quattro zampe: oltre che agli odori, i gatti domestici sono sensibilissimi ad una particolare classe di composti chimici, i cosiddetti difenileteri polibromurati (PBDE). I PBDE sono stati utilizzati per lungo tempo come ritardanti di fiamma, in quanto aumentano notevolmente la sicurezza anti-incendio di svariati tipi di arredo. Recentemente alcune ricerche hanno dimostrato che le concentrazioni di PBDE stanno crescendo rapidamente soprattutto nelle abitazioni statunitensi, ritrovandosi nei tessuti umani e nei fluidi corporei. I dati tossicologici sui PBDE sono stati associati ad effetti sulla tiroide, lo sviluppo, la riproduzione e la neurotossicità nei ratti, nei topi e nei pesci. Inoltre potrebbero essere cancerogeni. Alcuni ricercatori, tra cui la dottoressa Venier, hanno scoperto che le concentrazioni di PBDE presenti nei gatti domestici americani sono sostanzialmente più elevate di quelle negli umani, causando forme di ipertiroidismo felino. Sopra potete osservare la copertina del giornale Environmental Science & Technology nel quale è stato pubblicato lo studio, condotto in collaborazione con ricercatori veterinari del National Health and Environmental Effects Research Laboratory dell’EPA, l’Agenzia di Protezione Ambientale americana. In copertina è visibile il titolo: Elevated PBDE levels in pet cats: sentinels for humans? Nell’articolo è riportato, tra gli altri, il seguente grafico, nel quale si confronta la quantità di vari  difenileteri bromurati (BDE, è omesso il prefisso ”poli”) nei diversi tipi di cibo per gatti:

Dunque i gatti assumono questi composti bromurati non solo tramite il cibo, ma anche tramite l’inquinamento indoor delle abitazioni. La normale polvere in casa può essere infatti un’importante fonte di difenileteri bromurati dannosi per noi e ancora di più per i nostri piccoli amici. Negli USA il problema è particolarmente sentito, dato che questi composti sono stati rinvenuti nel latte materno in quantità 75 volte superiore a quella misurata nel latte proveniente da donne europee.

Suggerimenti per la didattica

I segnali odorosi del mondo animale inducono tutta una serie di considerazioni che possono rendere più piacevole e interessante lo studio della chimica, in particolare della chimica organica. Svariate molecole odorose (naturali e artificiali) possono essere utilizzate per un primo approccio con i gruppi funzionali, come mostrerò in un successivo articolo. Inoltre questo tipo di trattazione si presta particolarmente bene ad un approccio interdisciplinare. L’articolo sui livelli dei composti aromatici bromurati nei gatti può essere elaborato dall’insegnante che vuole tentare un primo approccio con la tossicologia, sfruttando l’interesse dei molti studenti che convivono con animali domestici. L’inquinamento da PBDE è inoltre un classico caso di inquinamento indoor, aspetto non sufficientemente trattato dentro e fuori le aule scolastiche; è infatti abbastanza diffusa la convinzione che l’ambiente domestico sia relativamente protetto dall’inquinamento al di fuori dell’abitazione. In realtà le nostre case possono presentare livelli di determinati inquinanti più alti di quelli rilevati esternamente.

Per approfondire i contenuti di questo articolo:

Articolo sull’ uso dei feromoni nella terapia comportamentale del gatto

Comunicato relativo allo studio dei livelli di PBDE nei gatti domestici (Università dell’Indiana) e relativo articolo.

Il profumo dei pensieri, articolo di Deborah Blum pubblicato su Le Scienze (ottobre 2011)

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Pesticidi: una questione di compromessi

3 Ott. 2011 | categoria ambiente | Leggi tutto | Nessun commento

Sarà che l’estate si sta prolungando oltre misura, sarà che abito in quella che per secoli è stata un’immensa palude, sarà che attiro particolarmente certi insetti … il fatto è che sono continuamente alle prese con fastidiosissime zanzare, api e vespe. Ne parlavo l’altro ieri con un collega, che prontamente  mi ha detto: “ma non si era lanciato l’allarme di un pericolo di estinzione api a causa dei pesticidi? Evidentemente non se ne usano così tanti!” Eh, già … ho riflettuto, tanto rumore per nulla! In realtà i pesticidi hanno provocato una vera e propria ecatombe di questi preziosi insetti, destando preoccupazione non solo fra gli ambientalisti, ma anche fra i produttori di miele; fortunatamente c’è chi con la tenuta dell’equilibrio ecologico ci campa, di conseguenza il rispetto per la natura sposa l’interesse più prosaico a far girare l’economia per assicurarsi la sopravvivenza sul mercato.

Sostanze pericolose: perchè produrle?

D’altra parte la tossicità dei prodotti disinfestanti non può ovviamente essere nulla, altrimenti questi non potrebbero assolvere alle funzioni per le quali sono stati sintetizzati. Piuttosto occorre considerare le differenze biologiche in una logica di prevenzione e precauzione, che purtroppo non può garantire al 100% selettività e specificità degli interventi. L’applicazione della chimica vive di continui compromessi. Questo è il motivo per cui anche le “sostanze altamente problematiche” (SVHC, Substances of Very High Concern) possono essere commercializzate nonostante i potenziali gravi danni alla salute umana e all’ambiente. In Europa l’organo che valuta l’opportunità di immettere in circolazione determinati tipi di prodotti è l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA, European Chemical Agency). Gli esperti dell’ECHA permettono la commercializzazione delle sostanze pericolose solo se il produttore può dimostrare che il rischio derivante dal loro utilizzo è adeguatamente controllato. In caso contrario l’autorizzazione sarà concessa solo se il rapporto rischio/beneficio socio-economico penderà a favore di quest’ultimo e se si dimostra che non esistono sostanze alternative. Ad esempio, un particolare pesticida potrà essere utilizzato se si rivela il solo a controllare la tenuta di una specifica e importante coltivazione, e la sua concentrazione nei raccolti non supera determinati limiti. Naturalmente l’ECHA aggiorna periodicamente i dati sulla base dei quali valutare la pericolosità di una sostanza: se sospetta che questa possa provocare una morìa di api, farà in modo da sottoporla a maggiori controlli, limitandone il più possibile l’uso o impedendolo del tutto.

Come si valuta la tossicità di una sostanza?

La domanda pone un problema complesso: un conto è misurare in laboratorio le proprietà chimico-fisiche di un composto, un conto è prevedere come questo potrebbe comportarsi una volta rilasciato nell’ambiente. Per valutare i possibili effetti di una sostanza sull’ambiente e sulla salute sono stati condotti molti studi e messi a punto vari metodi. Ad esempio si considerano cinque parametri eco-tossicologici:

Velocità di Rilascio (R): misura la quantità di sostanza involontariamente emessa nell’ambiente nell’unità di tempo durante il suo uso.

Intervallo Spazio-temporale (S): è relativo alla tendenza della sostanza a disperdersi nella biosfera e alla sua persistenza.

Bioaccumulo (B): indica quanto una sostanza è in grado di accumularsi all’interno di un organismo, in concentrazioni crescenti man mano che si sale di livello trofico nella catena alimentare.

Attività Biologica (AB): valuta l’influenza di una sostanza sulle funzioni vitali.

Incertezza (I): tiene conto del grado di precisione con il quale sono assegnati i valori dei precedenti quattro parametri.

Ai primi quattro parametri è assegnato un valore da 1 a 4 in ordine di rischio crescente. Questi valori sono accompagnati da lettere a seconda del loro grado di attendibilità: alla lettera “a” corrisponde l’attendibilità più elevata, alla “d” quella più bassa. La difficoltà nello stabilire valori attendibili è legata al quinto parametro (I), la cui scala da 1 a 4 indica l’incertezza crescente nella stima della valutazione del rischio associata ai primi quattro. I cinque valori sono riportati in un diagramma penta-dimensionale, usando ciascun apotema del pentagono come scala per ogni parametro.

Un esempio

Consideriamo quattro sostanze usate come pesticidi, le cui serie di parametri sono:

- R = 2, S = 3, B = 4, AB = 1, I = 2 per la prima sostanza (α)

- R = 1, S = 3, B = 2, AB = 2, I = 4 per la seconda sostanza (β)

- R = 2, S = 3, B = 2, AB = 1, I = 1 per la terza sostanza (γ)

- R = 3, S = 2, B = 3, AB = 3, I = 2 per la quarta sostanza (δ)

Si ottengono i seguenti diagrammi:

Un esercizio

Si potrebbe chiedere agli studenti di indicare i quattro pesticidi in ordine crescente di rischio sulla base della forma e dell’estensione delle superfici associate nei corrispondenti diagrammi. Quale dei quattro presenta il maggior numero di controindicazioni? Qual è il pesticida con il più basso indice di rischio? Gli studenti devono motivare le risposte (attenzione: nelle serie α e β i valori numerici sono i medesimi, ma diversamente distribuiti tra i vari parametri; in ciascuno dei casi occorre soffermarsi sul parametro con il valore massimo nel valutare il diverso grado di rischio associato). Per agevolare lo studente nella risoluzione potrebbe essere posto dapprima il seguente quesito:

Stabilisci se l’entità del rischio è tanto più elevata quanto più la superficie all’interno del pentagono è:

- periferica ed estesa

- centrale e ridotta

- centrale ed estesa

- periferica e ridotta

Soluzione

Il rischio della sostanza è tanto più grande quanto più la superficie del diagramma è periferica ed estesa. Di conseguenza l’ordine crescente di pericolosità dei quattro pesticidi è il seguente:

- γ (tutti gli indici sono più o meno bassi)

- δ (nessun indice è massimo)

- α (è presente un indice massimo)

- β (come nel caso precedente è presente un solo indice massimo, ma è associato all’incertezza, per cui esiste una certa probabilità che anche gli altri indici siano più alti)

Riflettere sui parametri ecotossicologici e sulla loro applicazione giova allo spirito critico dello studente, che in questo modo acquisisce una visione più completa delle problematiche ambientali lontana da schemi precostituiti, ingiustificati allarmismi e facili giudizi.

Per approfondire:

Descrizione di alcune prove tossicologiche sulle api

Consultazione delle SVHC

Alcune informazioni sui pesticidi sul sito di Minerva

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Un esperimento per l’estate: il compost

19 Giu. 2011 | categoria ambiente, laboratorio | Leggi tutto | 2 commenti

Questo che sto per proporre è un compito per le vacanze un pò particolare: la preparazione di un compost. Il compost, detto anche terricciato o composta, ha origine da reazioni chimiche di decomposizione che avvengono in presenza di ossigeno ad opera di microrganismi. Sostanze complesse sono scisse in sostanze più semplici che i microrganismi utilizzano per il proprio metabolismo. Il compost può essere realizzato con i rifiuti domestici, ad esempio gli scarti del giardino o gli avanzi di cucina. Durante il compostaggio è necessario mantenere le condizioni ambientali in grado di favorire l’attività microbica.

Tra i fattori più importanti da controllare durante l’intero processo possiamo annoverare l’ossigeno, l’umidità, la temperatura e il pH. Per garantire un adeguato apporto di ossigeno è necessario rimescolare il compost con una certa frequenza. Il tenore di ossigeno nell’atmosfera delle masse deve essere compreso tra il 5 ed il 15% in volume. Al di sotto del 5% prevalgono batteri che promuovono processi putrefattivi, con produzione di sostanze maleodoranti come l’acido solfidrico e l’ammoniaca. La temperatura deve oscillare dalla temperatura ambiente a circa 75 °C. A queste temperature è garantito un certo tenore di umidità nei materiali e soprattutto l’abbattimento di germi patogeni e di semi infestanti. II range ottimale di umidità nel compostaggio va dal 50 al 55% di umidità relativa; al di sotto del 40% si blocca l’intero processo. Infine la varietà degli scarti che formano il compost deve essere il più possibile ampia, per garantire un adeguato quantitativo di materiali sia ricchi che poveri di acidi; in questo modo il pH si assesta su valori intermedi, ottimali per la formazione di un buon compost.

I microrganismi che si nutrono dei nostri rifiuti necessitano particolarmente di carbonio e azoto per sintetizzare le loro strutture. Il valore ottimale del rapporto C/N nel compost è di 15:1. Occorre pertanto miscelare scarti vegetali (ricchi di carbonio) ad un adeguato quantitativo di scarti di origine animale (ricchi in azoto).

I rifiuti più facilmente degradabili sono:

  •  scarti alimentari di cucina (frutta e verdura, ossa, gusci di noci e uova, fondi di caffè e tè, ecc..);
  •  scarti del giardino e dell’orto (foglie, erba, rametti ben sminuzzati ecc…).

Con cautela si possono impiegare inoltre:

  •  carne e pesce (possono attirare animali indesiderati come topi e insetti se si opera con poca attenzione);
  •  pane, pasta, dolciumi (vale l’avvertenza precedente);
  •  foglie coriacee a lenta degradazione (come gli aghi di conifere) da aggiungere in quantità limitate in cumuli con prevalenza di scarti umidi di cucina e con materiale ad alto contenuto di azoto, come lettiere usate di cani e gatti;
  •  bucce di agrumi (da aggiungere con parsimonia data la loro lenta degradazione).

E’ inoltre necessario un contenitore idoneo. Come procedere? 

  •  A partire dalla fine dell’anno scolastico prepara un compost con l’aiuto di parenti e/o amici seguendo le istruzioni di guide come questa.
  •  Tieni un diario per annotare dettagliatamente i procedimenti e le osservazioni, inserendo eventualmente anche delle foto.
  •  Prepara una relazione da presentare alla classe all’inizio del nuovo anno scolastico.
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Parole nascoste

29 Mag. 2011 | categoria ambiente, didattica della chimica | Leggi tutto | 1 commento

Leggete la seguente lista di termini più o meno correlati alla chimica ambientale:

ENVIRONMENT – GREENCHEMISTRY – TOPOTECAN – RENEWABLE – PREVENTION – COMPOST – TAXOL – DEGRADABLE – CAFFEINE – CATALYSIS – PHYTOCHEMICAL – ATOMECONOMY – STARCH – NEEM – SUSTAINABLE – SAFER – YEW – FLAVANOID – BENIGN

Sapreste ritrovare le stesse parole qui dentro?

Appena vi arrendete pubblico la soluzione!

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A caccia di informazioni in giro per il mondo

15 Mag. 2011 | categoria CLIL, ambiente, didattica della chimica | Leggi tutto | Nessun commento

Di recente sono stata impegnata nella progettazione di percorsi CLIL con il metodo WebQuest. Con il termine Webquest si indica una attività di ricerca guidata in cui gli studenti reperiscono informazioni in internet utili alla realizzazione di prodotti (ad esempio un ipertesto) applicando una logica indiziaria. Il prodotto finale esprime la capacità degli allievi di elaborare autonomamente le informazioni da essi stessi trovate. Avendo scelto temi correlati all’ambiente e alle risorse, il primo passo è stato quello di reperire siti utili in lingua straniera da indicare agli studenti. Ho subito pensato che i siti web delle organizzazioni internazionali sono spesso scritti in più lingue; dunque essi sono particolarmente versatili e potenzialmente utili per i docenti alle prese con il CLIL, soprattutto in lingua veicolare inglese, francese e spagnola. Ecco qui di seguito i siti di alcune tra le principali organizzazioni internazionali, nei quali si possono trovare informazioni di prima mano e dati “non manipolati”, utilissimi per elaborate ricerche, articoli, testi o semplicemente per documentarsi nei più svariati settori, dalla demografia alla chimica, dall’agricoltura all’alimentazione, dall’energia all’ecologia. Di alcune riporto anche la denominazione in italiano, ormai entrata nell’uso comune.

ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite (UN, United Nation)

UNESCO, United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization

OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, World Healt Organization)

FAO, Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO, Food and Agriculture Organization)

WFP, World Food Programme

IFAD, International Fund for Agricultural Development

UNICEF, United Nations Children’s Emergency Fund

UNEP, United Nations Environmental Programme

IAEA, International Atomic Energy Agency

Banca Mondiale (World Bank)

FMI, Fondo Monetario Internazionale (IMF, International Monetary Fund)

ILO, International Labour Organization

WTO, World Trade Organization

UNIDO, United Nations Industrial Development Organization

OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE, Organisation de Coopération et de Développement Économiques; OECD, Organization for Economic Cooperation and Development)

NATO, North Atlantic Treaty Organization

Buona ricerca!

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