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Riannodare i fili celebrando la chimica

Riannodare i fili celebrando la chimica

14 Dic. 2011 | categoria chimica e letteratura, filosofia della chimica, istruzione scientifica | 1 commento

Ho sempre avuto un attaccamento viscerale ai miei ricordi di scuola. Forse perché – in un periodo della vita in cui i movimenti erano sin troppo limitati – lo studio mi offriva le tariffe più competitive per qualunque viaggio, nello spazio e nel tempo; inoltre era (è) il rimedio più efficace per placare l’inquietudine, per poi farla ritornare più forte di prima: una forma di dipendenza, una droga. L’assuefazione si è fatta potente durante gli anni del liceo soprattutto a causa di nuovi pusher: alcuni insegnanti eccezionali. Il loro ricordo è poi diventato un cimelio che ho sempre contemplato senza mai sottoporlo alla prova del tempo: per quei motivi impalpabili mal descritti dalle parole, da quando ho lasciato la mia città natale non sono mai andata a trovarli; eppure ho pensato moltissimo a loro, ad uno in particolare. Dopo 17 anni, sabato scorso sono tornata nella mia scuola per un incontro di orientamento alla scelta universitaria. Avevo addosso una sensazione a metà strada tra il surreale e il nostalgico; visitando il mio liceo, ho subito realizzato che … non era più il mio liceo: la sede è cambiata (finalmente!), il nome pure, e non vi ho trovato uno solo dei miei insegnanti, tutti in pensione.

Una scelta difficile

Orientamento alla scelta … Che dirvi, ragazzi? Dovete solo mettervi in ascolto di voi stessi, molto prima di iscrivervi all’università. Alla vostra età avevo le idee chiare già da tempo: volevo studiare chimica, in parte stimolata dal mio insegnante di latino Francesco Siciliano, la cui figlia aveva intrapreso quel percorso a Pisa. Non voglio dirvi, come troverete in alcune guide, che i chimici ricevono offerte di lavoro prima di laurearsi, o che “le attuali competenze chimiche non sono in grado di soddisfare le necessità del territorio”….  Al di là di alcuni casi eccezionali, non è vero. Ormai non lo è per qualunque corso di laurea. Molto probabilmente nessuno verrà a cercarvi, sarete voi che dovrete inseguire la professione a cui volete dedicarvi. Non mi piace sciorinare dati e tabelle per dimostrare che tutto sommato chimica è una buona scelta; vi racconto invece la mia storia personale, per certi versi simile a quella di tanti miei compagni di corso, nessuno dei quali, ve lo assicuro, è rimasto a spasso pur tra mille fatiche e incidenti di percorso.

E così ho tracciato i miei dieci anni di storia lavorativa davanti ad alcune quarte e quinte del Liceo Scientifico “Leonardo Leo” di San Vito dei Normanni. Pur con vent’anni di differenza, io e il mio uditorio – ho pensato – abbiamo una caratteristica in comune: per loro la laurea sarà solo un punto di partenza come è stato per me, non un tranquillo viatico per approdare in tempi brevi a quella che si chiama “sistemazione”. Ad ogni modo ho tenuto a sottolineare che è valsa la pena di studiare chimica: prima di tutto perché è stata una bella avventura dell’intelletto. Bella perché difficile. Poi perché noi corsisti eravamo pochi, e questo ci ha consentito di fare gruppo e di instaurare rapporti profondi e duraturi. I nostri professori, inoltre, erano sempre presenti e disponibili. Ho aggiunto che, pur tra le inevitabili difficoltà e vicissitudini professionali, ho potuto permettermi il lusso della scelta tra più possibilità di lavoro. E il lavoro, così come la persona da sposare e la città in cui vivere, si deve poter scegliere. Certo, con un po’ di sano realismo e senso pratico: meglio un percorso di solida tradizione aperto alle declinazioni più disparate piuttosto che uno dall’impianto formativo nuovo e affascinante ma poco convincente dal punto di vista didattico e delle opportunità professionali. In questo senso chimica è una garanzia, perché consente di innestare su una vasta preparazione di base conoscenze appartenenti ai più svariati ambiti disciplinari. Attratti dall’area biologica? Chimica e Tecnologia Farmaceutica è un buon compromesso; non solo prepara alla ricerca universitaria così come al lavoro nell’industria, ma permette di ottenere anche l’abilitazione alla professione di chimico oltre a quella di farmacista (che io, laureata in chimica pura, non ho potuto conseguire). Tempo fa uno studente mi disse che quella del dipendente di una farmacia è una professione da “sfigati”, perché si sta dietro un banco a vendere farmaci. Non ci cascate, in questi luoghi comuni. Fare il farmacista non è un lavoro sfigato così come non lo è insegnare, anche se certa stampa e certi film continuano a rappresentare questa professione come tale. Il vero sfigato è chi lavora con la morte nel cuore, anche quando guadagna un sacco di soldi.

Durante l’incontro per l’orientamento un ragazzo mi ha chiesto se rifarei il liceo scientifico sapendo di dover studiare chimica all’università. Ho detto quello che penso: che il liceo scientifico non è così …. scientifico (basti pensare che la chimica non esiste come disciplina autonoma!); che i miei compagni di corso provenienti dall’ITIS a indirizzo chimico erano bra-vi-ssi-mi, e non solo in chimica (hanno impiegato poco a far abbassare la cresta a qualche liceale spocchioso). Ma la domanda è posta male, perché ognuno è condizionato dai propri ricordi: se avessi frequentato l’ITIS molto probabilmente avrei i miei buoni motivi per dire: si, lo rifarei; ma, essendo stata una liceale, proprio non riesco a immaginare la mia adolescenza senza una versione latina di Seneca, una spiegazione della filosofia kantiana o delle cattedrali tardo-romaniche, o senza Gargantua e Pantagruel declamati dalla mia prof di francese, Giovanna Magazzino, l’insegnante che ho avuto per il numero maggiore di anni.

Un tuffo nel passato

Ed ecco, nel pomeriggio si materializzano alcuni dei volti associati alle materie del liceo: vedo il prof di letteratura italiana e latina; quello di disegno e storia dell’arte; quello di matematica e fisica; quello di lettere del biennio; c’è anche la prof di francese, che ha rinunciato a fare la nonna per ascoltarmi, e persino il mio maestro di inglese della quinta elementare, ora alle prese con la lingua araba. Ma non sono più al liceo, bensì nella sede dell’UNITRE, una università popolare dove molti insegnanti in pensione continuano a studiare o a tenere corsi aperti alla cittadinanza. Ho riflettuto sul fatto che i miei insegnanti sono stati per la maggior parte uomini, tutti con molti anni di esperienza alle spalle, eredi di una certa idea di scuola che quasi non esiste più. Che strano ritornare a conferire davanti a loro per celebrare l’Anno Internazionale della Chimica. È stato il prof. Luigi Agrimi, insegnante di storia e filosofia, ad organizzare sia l’incontro pomeridiano all’Unitre sia quello mattutino con i ragazzi del liceo. Il prof. Agrimi insegnava nella mia scuola, ma non nella mia sezione. Le sue lezioni – mi dicevano – erano sempre molto vivaci, anche perché è uno di quegli insegnanti a cui non sfugge davvero nulla. Non poteva che essere lui a ricordarsi dell’Anno della Chimica, ricorrenza che – non riscuotendo molto successo a livello mediatico – rimane per lo più confinata tra gli addetti ai lavori, nonostante gli sforzi di comunicazione della comunità scientifica mondiale. Chissà quante università popolari hanno dedicato un pomeriggio alla chimica; non mi stupirebbe sapere che solo l’UNITRE di San Vito dei Normanni lo ha fatto! Nel presentarmi, il prof. Agrimi ha detto che parlo come scrivo …il più bel complimento che potevo ricevere, e non perché pensi di saper scrivere particolarmente bene: semplicemente, è il segno tangibile dell’aver finalmente superato lo scollamento tra ciò che sento (che ho sempre preferito scrivere) e ciò che conosco (che ho sempre preferito esporre oralmente). È possibile travasare del sentimento in un discorso o in uno scritto di chimica senza perdere in rigore? Forse si.

Il Presidente dell’Unitre è il prof. Angelo Chionna. Ricordo chiaramente – e gliel’ho riferito – l’unica ora in cui è stato nella mia classe per sostituire un collega assente. A un certo punto disse che da studente non riusciva a capire il concetto di valenza, ma una volta afferrato percepì quanto la chimica potesse essere affascinante. Mi fece un certo effetto sentire queste parole da un prof che aveva frequentato il liceo classico e poi la facoltà di lettere, e che per giunta aveva il pregio di essere il marito della mia bravissima insegnante di italiano della scuola media, la prof.ssa Lina Leo, anche lei presente alla conferenza. Essere sua alunna nell’età ingrata della preadolescenza è stata una delle più grandi fortune che mi potessero capitare nel mio percorso formativo, perché la mia prof ha davvero la stoffa dell’educatrice, e ha sempre svolto il suo lavoro con una passione non comune. E non si limitava a insegnare – bene – la sua materia; uno dei numerosissimi flash di quei tre anni la vedono intenta a spiegarci puntigliosamente come si lavano i denti e perché: un argomento nel quale la stessa prof di scienze non si era mai cimentata … Ma il suo merito più grande è senza dubbio quello di essere stata decisiva nel liberarmi di una timidezza patologica che rischiava di diventare invalidante. Fino all’autostima e alla fiducia nei propri mezzi il passo è stato breve. Il rapporto insegnante – allievo è per sua natura asimmetrico: nessun insegnante ha la reale percezione di come influirà sulla vita di uno studente, che tenderà a ricordare parole, azioni o atteggiamenti a cui talvolta il docente non fa neanche caso. Un insegnante non può prevedere gli esiti. Questo per dirti, carissima professoressa: grazie infinite per quello che mi hai dato, anche se probabilmente ti è sembrato di far solo il tuo lavoro.

Stranamente sono stati i docenti della materie umanistiche quelli che più o meno consapevolmente mi hanno indotto a buttarmi sulle scienze. Inserire nella mia personale celebrazione della chimica alcuni riferimenti filosofici e letterari è un modo per omaggiarli. Alla fine della presentazione mi viene incontro il mio prof. di lettere Pino Cecere; memoria di ferro, grande conoscitore degli autori del ‘900, mi ha insegnato uno stile di scrittura più conciso di quello cui tendo naturalmente, cosa che mi è stata di grande utilità nello scrivere di scienza. Lo ricordo come un generoso dispensatore di libri, e infatti mi si avvicina per dirmi che vuole regalarmene uno, ma non prima di chiedermi se lo possiedo già. Si tratta di uno dei capolavori di Marguerite Yourcenar, la mia autrice preferita (di cui ho già parlato in questo blog): L’Opera al Nero; poteva forse sfuggirgli che non ho citato l’alchimista Zenone? Certo che no! Gli rispondo che ho già letto il romanzo, ben sapendo che ha il titolo di riserva: Il giro della prigione, della stessa autrice. No, questo mi manca.

La conferenza si conclude, e mentre mi rilasso penso che la tensione è stata minore di quella che accumulavo prima delle interrogazioni di filosofia; quelle del mio carissimo prof. Onofrio Rizzo, purtroppo assente per un impegno, duravano molto. Rispondere ad ogni sua domanda era una sfida contro me stessa, perché ho amato la filosofia più di ogni altra disciplina; da qui quelle infinite e talvolta estenuanti ripetizioni ad alta voce, nel tentativo maniacale di esprimermi senza esitazioni, cercando di non tradire quanto avevo appreso. Allora non parlavo come scrivevo, i miei discorsi erano più libreschi e meno naturali. Tuttavia resto del parere che si impara a parlare anche e soprattutto appropriandosi delle parole degli altri – in questo caso quelle dei buoni testi scolastici, o quelle che il prof usava a lezione e trascrivevo avidamente sul quaderno. Secondo Primo Levi il vantaggio del chimico che scrive è quello di usare con particolare cognizione alcune espressioni che dalla chimica hanno origine, ad esempio distillare, o bilanciare. Ebbene, le lezioni del mio prof di storia e filosofia erano di una chiarezza cristallina. A pensarci bene, è stato l’abito mentale che esse mi hanno cucito addosso a condurmi verso la chimica. E questa è un’altra delle conseguenze che anche un insegnante straordinario come lui non avrebbe mai potuto prevedere.

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Un commento a “Riannodare i fili celebrando la chimica”

  1. Paolo Rossi e la storia delle idee - Urto efficace - di Teresa Celestino - Chimica ha scritto:

    [...] parole il prof. Cappuccio. Ho anche riflettuto su questa asimmetria del rapporto docente-discente di cui ho già parlato: asimmetria che rappresenta un limite (è impossibile rendersi conto dell’influenza positiva [...]

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