La scelta universitaria nella letteratura
Mi ricordo quella sera come se fosse ieri: novembre 1994, libreria Einaudi in via del Coroneo 1, Trieste. Mi ero recata lì per il mio primo testo di chimica universitario, un libro scritto male (e tradotto peggio) che avrei detestato sin dalla lettura della prima pagina. In compenso una particolare promozione permetteva alle matricole al loro primo acquisto di scegliere un ulteriore libro di narrativa in omaggio tra i titoli disponibili. Il commesso mi offrì la scelta fra due: Una giovinezza inventata di Lalla Romano e un secondo di cui ricordo con certezza solo l’autore, Italo Svevo. Non mi sovviene il perchè, ma non ebbi dubbi nello scegliere il romanzo della Romano sebbene non sapessi nulla di lei. Fu una scelta felice. Uscita dalla libreria aprii a caso una pagina e vi lessi della compagna di stanza dell’autrice ai tempi dell’università , una pugliese dai capelli rossi iscritta a chimica. Curiosa coincidenza, dal momento che io, pugliese, mi ero appena iscritta a chimica e la mia compagna di appartamento, pugliese anch’ella, aveva i capelli rossi (ma era iscritta a farmacia; tra l’altro di
lei avrei serbato quasi lo stesso ricordo del mio primo testo di chimica…). Una giovinezza inventata può essere considerato un romanzo di formazione: narra della maturazione dell’autrice durante gli anni universitari, della lenta presa di coscienza dei suoi desideri, aspirazioni, sogni, delle sue esperienze culturali e sentimentali. Lalla Romano si era iscritta alla facoltà di lettere e filosofia dell’università di Torino, ma il suo spirito inquieto era incuriosito dalle materie scientifiche; a un certo punto decise di seguire una lezione di chimica ma non ne fu entusiasta, riferendo di un professore borioso che riempiva la lavagna di formule. Non ricordo bene l’espressione usata dall’autrice (nè il teletrasporto mi consente di prelevare il romanzo dalla casa dei miei in Puglia…), ma mi colpì il modo in cui tratteggiò in poche parole l’atteggiamento del docente. L’attrazione della Romano per la scienza non meraviglia: il suo prozio era il grande matematico Giuseppe Peano. Nonostante la sua curiosità intellettuale la scrittrice rimase estranea al mondo scientifico, che nel romanzo fa solo un timido capolino. Ad ogni modo consiglio il libro alle matricole, soprattutto alle studentesse, che potranno ritrovare nei pensieri della scrittrice molte delle indimenticabili emozioni – alcune piacevoli, altre meno – che si provano frequentando l’università in una città nuova, lontano dal rassicurante ambiente nel quale si è cresciuti. Lalla Romano, nata nel 1906, studiò lettere in un contesto radicalmente differente da quello degli studenti di oggi (a cominciare dal fatto che solo pochi privilegiati potevano continuare la propria formazione). Tuttavia, leggendo questo capolavoro ci si accorge che l’iniziazione alla vita universitaria è spesso caratterizzata dalle medesime, inalterate sensazioni.
Probabilmente il romanzo di Italo Svevo era proprio La coscienza di Zeno, che ho letto due volte: prima di trasferirmi a Trieste e dopo, ripercorrendo assieme a Hector Schimtz i luoghi della città che ormai conoscevo come le mie tasche: i caffè storici, il giardino pubblico, le piazze… Anche in questa celebre opera la chimica fa qualche breve comparsa. Il protagonista Zeno Cosini è uno studente universitario trentenne perennemente indeciso fra gli studi di chimica e quelli di legge. Zeno mette in relazione i repentini passaggi da una facoltà all’altra con l’inestirpabile vizio del fumo:
Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato:
“Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!”.
Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.
Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge.
Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?
In queste poche righe Svevo coglie un aspetto peculiare della chimica: l’attività manuale guidata da un “pensiero sobrio e sodo”, espressione che ho sempre trovato particolarmente felice. La chimica avrebbe portato Zeno a studiare “la vita stessa benché ridotta in un matraccio”. Si poteva dir meglio?
Tuttora continuo, nei miei percorsi di lettura, ad analizzare i contesti in cui la chimica è citata. In alcune opere la sua presenza è a dir poco scontata. Ad esempio, poteva Sherlock Holmes farne a meno? Assolutamente no! Ritrovarla nelle prime pagine del celebre personaggio di Conan Doyle non è stata una sorpresa. Quando il giovane Stamford parla a Watson del famoso investigatore lo indica come “un tale che lavora al laboratorio di chimica dell’ospedale”; sollecitato dalle domande del suo interlocutore, che immagina uno studente di medicina, risponde:
No… Non ho idea di quale facoltà voglia seguire. Credo che abbia buone cognizioni di anatomia, ed è un chimico di prim’ordine; ma, a quanto mi risulta, non ha mai seguito sistematicamente dei corsi di medicina. I suoi studi sono privi di un qualsiasi metodo e piuttosto eccentrici, ma ha accumulato una massa enorme di cognizioni insolite che lascerebbero a bocca aperta i suoi professori.
In seguito Stamford aggiunge:
Holmes è un pò troppo scientifico per i miei gusti – lo definirei
quasi un animale a sangue freddo. Posso immaginarmelo mentre dà a un amico un pizzico dell’ultimo alcaloide vegetale scoperto, non per cattiveria, badi bene, ma per avere un’idea precisa degli effetti. Però, devo dire onestamente che non ci penserebbe due volte a ingerirlo lui stesso. Sembra nutrire una insaziabile passione per le cognizioni esatte e definite
Raggiunto il laboratorio, i due trovano Holmes raggiante con una provetta in mano; aveva appena provato l’efficacia di un test infallibile per le macchie di sangue, che si affretta a spiegare a Watson:
“Prendiamo del sangue fresco”, disse infilandosi un lungo spillone nel dito e aspirando qualche goccia di sangue con una pipetta. “Ora, aggiungo questo poco sangue a un litro d’acqua. Come vede, il liquido che ne risulta conserva l’aspetto di acqua pura. La percentuale del sangue non è certo maggiore di uno a un milione. Eppure, sono sicurissimo che otterremo la reazione caratteristica”. Mentre parlava, aveva gettato nel recipiente pochi cristalli bianchi, aggiungendo poi qualche goccia di un liquido trasparente. In un attimo, il contenuto del recipiente assunse un color mogano opaco e un sedimento brunastro precipitò sul fondo del boccale di vetro. [...] “Stupendo! Stupendo! Il vecchio test del guaiaco era molto rudimentale e approssimativo. Come lo è l’esame microscopico che, del resto, è totalmente inutile se le macchie di sangue risalgono a qualche ora prima. Se questo esperimento fosse stato inventato prima, centinaia di persone che oggi se ne vanno tranquillamente in giro sulla faccia della terra avrebbero già da un pezzo pagato per i loro crimini. [...] Ora, abbiamo il test di Sherlock Holmes e non ci saranno più difficoltà ”
Facile immaginare quanto frequentemente ricorrano i test chimici nei casi del più famoso investigatore della letteratura!
Finora abbiamo citato il romanzo di formazione di Lalla Romano, il romanzo “psicoanalitico” per eccellenza di Italo Svevo, i gialli di Conan Doyle. Concludiamo con la saga familiare. Qualche tempo fa ho parlato del libro di Carlo Sgorlon, Il patriarcato della luna. L’autore descrive in poche intense parole la decisione del giovane protagonista, Morvà n, sul corso di laurea da intraprendere. Alla domanda del padre il ragazzo risponde in modo fermo e deciso: chimica. In un passo decisamente suggestivo Sgorlon scrive che la voce di Morvà n nel pronunciare la sua scelta era quella degli antichi alchimisti, giunta fino a lui dagli abissi del tempo. Il romanzo descriverà poi le scoperte rivoluzionarie del Morvà n adulto, che diventerà uno scienziato e imprenditore di successo: escogiterà un metodo di riciclaggio della carta rispettoso dell’ambiente e costruirà su questa invenzione una prospera industria verde.
Ed ora mi rivolgo a tutti gli studenti che fra poco saranno alle prese con una delle scelte più importanti della loro vita. Come Lalla Romano, conservate sempre la curiosità  per le scienze, anche se intraprenderete percorsi differenti; non consideratele un campo riservato a pochi. Il mondo è cambiato dai tempi della giovane scrittrice: l’informazione scientifica non è più un vezzo, ma quasi un dovere. Anche se non avete la vocazione di Morvà n, non indugiate troppo nelle vostre decisioni e cercate di capire cosa davvero vi appassiona: dedicarsi a una materia che ritenete facile ma non interessante è un grosso errore, oltre a non garantirvi la riuscita negli studi. A meno che non siate geniali come Sherlock Holmes, cercate di conquistarvi il classico “pezzo di carta”; quando vi dicono che non serve a niente non ci credete: se accompagnato da una reale preparazione e dall’entusiasmo serve, eccome se serve! E infine… mi raccomando: non seguite assolutamente l’esempio di Zeno Cosini!




21 Febbraio 2012
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13 Maggio 2012
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