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Il makeup nell’antico Egitto

Il makeup nell’antico Egitto

3 Apr. 2010 | categoria chimica e arte, chimica e letteratura, chimica e salute, elementi, storia della chimica | 2 commenti

Quando insegnavo al liceo artistico mi ritrovai alle prese con una classe tutta femminile; le donzelle erano un pò svogliate (è un eufemismo), per cui cercai di destare in qualche modo l’interesse per le scienze leggermente sopito (ancora un eufemismo). Come? Dandomi all’estetica non certo intesa come disciplina filosofica, ma come  artigianato nel quale le mie alunne avevano tanto da insegnare: credo che impiegassero almeno un’ora al giorno per truccarsi a dovere. Devo dire che i risultati erano apprezzabili, nonostante lo stile un pò troppo eccentrico per i miei gusti. Quell’anno il mio rapporto conflittuale con il makeup si accentuò notevolmente a causa del confronto impari con le mie studentesse: dovetti ammettere a me stessa che probabilmente la mia scarsa perizia con rossetto ed eyeliner non era dovuta solo a a mancanza di esercizio costante, ma anche a un difetto di attitudine. Il mio stesso passato scolastico lo confermava: da piccola brillavo nel disegno a matita, ma ricordo con molta nitidezza la delusione del mio insegnante d’arte quando constatò che coi pennelli proprio non ci sapevo fare. Nonostante questo la chimica dei colori mi ha sempre affascinata. E perchè non partire, in un liceo artistico, dai colori che la stragrande maggioranza delle studentesse usa quotidianamente sul proprio viso? A ben vedere, parlando dei trucchi si può trattare la chimica in modo davvero interessante. Perciò proposi alle ragazze di analizzare nel dettaglio un particolare tipo di pittura su tela: quella che utilizza come supporto la pelle umana. Non è mica facile analizzare le proprietà della pelle; tanto per cominciare non è una tela ideale: i colori non vi resistono a lungo a meno che non si opti per il tatuaggio (che però presenta l’inconveniente opposto). Le mie ragazze lo sapevano così bene al punto di attrezzare il ripiano sotto il banco con un armamentario da fare invidia a Nefertiti; i libri si possono dimenticare, ma come rinunciare a rinfrescare il trucco tra una lezione e l’altra? Evidentemente la permanenza di certe sostanze estranee non è particolarmente gradita alla pelle. E’ da quest’ultima che si deve partire se si vogliono comprendere le qualità che deve possedere un buon prodotto cosmetico. Ricordo che per introdurne le proprietà rispolverai la lettura di uno dei più bei libri di Primo Levi, La chiave a stella. Levi tirò in ballo la pelle umana parlando delle vernici, il campo di cui si occupava come chimico: 

Mi sono accorto, abbastanza presto, che fare vernici è un mestiere strano: in sostanza, vuol dire fabbricare delle pellicole, cioè delle pelli artificiali, che però devono avere molte delle qualità delle nostra pelle naturale, e guardi che non è poco, perché la pelle è un prodotto pregiato. Anche le nostre pelli chimiche devono avere delle qualità che fanno contrasto: devono essere flessibili e insieme resistere alle ferite; devono aderire alla carne, cioè al fondo, ma la sporcizia non deve aderirci su; devono avere dei bei colori delicati e insieme resistere alla luce; devono essere allo stesso tempo permeabili all’acque ed impermeabili, e questo appunto è talmente contraddittorio che neanche la nostra pelle è soddisfacente, nel senso che resiste abbastanza bene alla pioggia ed all’acqua del mare, cioè non si restringe, non gonfia e non ci si scioglie dentro, però se uno insiste gli vengono i reumatismi: è segno che un po’ d’acqua passa pure attraverso, e del resto almeno il sudore deve passare per forza, ma solo da dentro verso fuori.

Questa lettura è un buon punto di partenza per riflettere sul comportamento della pelle, cosa di cui ogni cosmetico deve tenere conto. Innanzitutto il buon trucco non suscita reazioni ostili, cioè non provoca allergie; una garanzia in tal senso è offerta dai test dermatologici, che però non garantiscono la sicurezza del cosmetico al 100%: ogni tipo di pelle ha le sue peculiarità, e la variabilità di queste è talmente ampia da lasciare sempre un margine di incertezza sulle possibili reazioni chimiche che possono innescarsi al contatto con agenti estranei. Lo sapevano bene gli antichi egizi, i cui reperti ci indicano non solo una grande cura per il makeup, ma anche l’intuizione di proprietà battericide di alcuni trucchi. Infatti le polveri a base di composti di piombo consentivano di unire l’utile al dilettevole: prevenivano le infiammazioni degli occhi e allo stesso tempo ne esaltavano il fascino.

Lo dice Analytical Chemistry, autorevole rivista dell’American Chemical Society, in un articolo di circa due mesi fa (qui l’abstract). Uno degli autori della ricerca è Christian Amatore, un chimico dell’École Normale Superieure di Parigi; il suo gruppo di ricerca ha usato la microscopia elettronica e la diffrazione dei raggi X per analizzare 52 campioni di polveri da trucco egizie conservate al Louvre. E’ risultato che le polveri sono costituite principalmente da un mix di quattro composti a base di piombo: galena (usata per i toni scuri e l’effetto di lucentezza), cerussite, laurionite e fosgenite (questi ultimi per le tonalità chiare). Sinora nulla faceva sospettare che gli egizi considerassero tali composti dei veri e propri medicinali; piuttosto si ipotizzava l’attribuzione di proprietà sovrannaturali che favorivano la protezione degli dei e allontanavano le malattie tramite un’azione magica. Ma forse le cose stanno diversamente. Nell’antico Egitto l’inondazione del Nilo causò molte infezioni a causa di particelle estranee che causarono varie malattie e infiammazioni al contatto con gli occhi. In qualche modo fu notato che i composti a base di piombo agivano da tossine per i batteri, motivo per cui il piombo è un ingrediente costante nelle polveri usate per il trucco degli occhi presso gli antichi egizi.

E’ stato inoltre dimostrato dai ricercatori che tali sostanze contenenti piombo aumentano la produzione di ossido nitrico del 240% in colture di cellule di pelle umana (l’ossido nitrico, NO, viene prodotto da alcune cellule del sistema immunitario che lo utilizzano per difendersi dalle aggressioni di antigeni). Ora noi sappiamo che la tossicità del piombo è tale da oscurare i suoi benefici, come documentato da molti casi di avvelenamento. Chissà, forse il popolo del Nilo usava il piombo con molta parsimonia; come diceva il grande Paracelso, è la dose che fa il veleno.

Ad avvalorare la tesi secondo la quale il trucco degli egizi era anzitutto un medicamento concorre un dato non poco significativo: alcuni dei composti usati (in particolare la bianca laurionite) furono in tutta probabilità sintetizzati da antichi “chimici” egizi, data la loro assenza in natura in quel particolare sito geografico. Questo fa supporre che la loro introduzione nel makeup era motivata da un’azione antibatterica dedotta empiricamente. Che poi tale azione fosse spiegata dalla protezione degli dei è un altro discorso…E’ però significativo che tale credenza religiosa avesse in realtà delle basi scientifiche. Del resto la parola egizia “Khemi”, usata per indicare la ”terra nera” che costituiva il benefico limo trasportato dalle piene del Nilo, è quella da cui ha origine il termine “alchimia” (con gli arabi “Khemi” passò ad indicare la cultura e la conoscenza; aggiungendo l’articolo arabo “al”, si ottenne ”Al-Khemi”, da cui alchimia). Si può affermare che la sintesi di composti a base di piombo presso gli egizi per scopi medici, estetici e religiosi costituisca il primo esempio conosciuto di processo chimico su larga scala. Questo affascinante e misterioso popolo non finisce mai di stupirci.

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2 commenti a “Il makeup nell’antico Egitto”

  1. Teresa Celestino ha scritto:

    Molto interessante!!! :)

  2. Teresa Celestino ha scritto:

    Per i lettori: non mi faccio i complimenti da sola, è una mia omonima che mi scrive! Teresa C.

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