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Alunni troppo indisciplinati per i laboratori

Alunni troppo indisciplinati per i laboratori

26 Mar. 2010 | categoria istruzione scientifica, laboratorio | 10 commenti

Recentemente ho avuto dei contatti con una scuola internazionale accreditata come parte del circuito dell’IB Diploma, un prestigioso curriculum di studi relativo all’ultimo biennio degli studi pre-universitari. Nel segmento corrispondente ai primi due anni delle nostre superiori, la stessa scuola ha invece adottato l’impostazione del GSCE inglese; analizzandola, ho notato che lo stampo britannico è evidente dal valore attribuito alla parte sperimentale nello studio di biologia, chimica e fisica. Del resto nella perfida Albione esiste una grande tradizione di laboratori didattici. Non dimentichiamo che l’Inghilterra è la patria della divulgazione scientifica, la nazione dove già nell’Ottocento si eseguivano gli “spettacoli di chimica” aperti al pubblico. Lo stesso empirismo è nato nel Seicento in Inghilterra. Inevitabile che il gusto della sperimentazione permeasse l’insegnamento scientifico nelle scuole del Regno Unito.

Eppure…. da qualche tempo la didattica laboratoriale nelle scuole inglesi comincia a scricchiolare. Lo dice quest’articolo del Guardian, nel quale si può leggere un’analisi dei motivi che spingono gli insegnanti a dedicare sempre minor tempo alle attività pratiche: principalmente la mancanza di tempo e l’indisciplina degli studenti. Un vero peccato; come dice lo stesso Professor Sir John Holman, direttore del National Science Learning Centre, learning science without practicals is the equivalent of studying literature without books.

Alla luce della situazione nostrana, purtroppo la notizia del Guardian non mi meraviglia. Sebbene l’indagine condotta mostri come il tempo dedicato alla trattazione dei contenuti e alle verifiche sia il principale imputato di questa progressiva diminuzione dell’attività sperimentale, non è da trascurare il fattore comportamento: ben un terzo degli insegnanti lo addita come un grave ostacolo. Noi docenti italiani lo sappiamo bene: quanto tempo si perde per ripristinare la disciplina in classe al cambio dell’ora? Quanti occhi bisogna avere in un laboratorio per tenere a bada classi di 30 studenti? I miei colleghi con una maggiore anzianità di servizio mi confermano che la situazione va peggiorando: se fino ai primi anni ’90 gli episodi di cattiva condotta erano più rari, ora la situazione sembra sfuggire di mano.

Nella maggior parte dei casi l’indisciplina non si identifica con la plateale trasgressione delle regole, piuttosto con una serie di azioni e atteggiamenti che presi singolarmente possono sembrare al più fastidiosi, ma se riprodotti su larga scala e per lungo tempo diventano a dir poco snervanti (oltre a comportare notevoli perdite di tempo). Alcuni esempi? La capacità attentiva dello studente medio è sempre più breve, di conseguenza la tendenza al chiacchiericcio continuo si è accentuata; senza contare le insistenti richieste di uscite spesso non motivate da reali bisogni fisiologici, ma da una pausa caffè al distributore nel bel mezzo della lezione. E poi gli immancabili telefonini; diciamolo chiaramente, quasi tutti gli studenti hanno il cellulare nonostante una norma che ne vieta esplicitamente l’uso nei locali scolastici. Vogliamo parlare della maleducazione? Qui gli esempi si sprecano: bevande e cibarie di ogni tipo consumate di nascosto, palloni da chewing-gum allegramente esibiti, alunni in pose da bar con occhiali da sole e berretto trendy, studenti di altre classi che entrano senza bussare per accordarsi con l’amico sull’orario della partita di calcio, ecc… ecc… Non è un caso se molti insegnanti lamentano un’attività che troppo spesso si riconduce a quella del poliziotto o della baby sitter.

Qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che tali degenerazioni siano dovute ad una sorta di lassismo di docenti e dirigenti. Non credo che il motivo sia questo; certamente la scuola ha le sue responsabilità, ma il discorso è molto più complesso di quello che sembra. Ho insegnato in parecchie scuole: in alcune (poche) bastano semplici richiami, in altre imporre il rispetto delle regole anche -se necessario- tramite le sanzioni  è relativamente semplice, in altre ancora questo è praticamente impossibile se non controproducente; la maleducazione nasce in seno alla famiglia e diventa un male della società: magari si potesse tenerla a bada a colpi di note e sospensioni. Né basta il carisma dei docenti e l’amore per la professione, mi spiace dirlo. Solo un’azione concertata potrebbe dare risultati duraturi.

Il discorso sulla cattiva condotta mi porterebbe molto lontano, ma ora voglio concentrare l’attenzione sui suoi effetti nello svolgimento dei laboratori. Consideriamo pure il male dell’indisciplina un dato endemico; il che non significa rassegnarsi, ma credere che esso necessiti di strategie condivise a lungo termine per essere ridimensionato. Chiediamoci piuttosto: oggi è possibile condurre laboratori in condizioni di sicurezza con l’utenza e le strutture che ci ritroviamo? Certamente molti insegnanti risponderebbero di no, e molti dati lo dimostrano: i nostri alunni non sono abituati a ragionare tramite osservazioni e formulazioni di ipotesi; spesso non hanno neanche i rudimenti di quello che viene indicato come il “metodo sperimentale”.

Ho già parlato della mia visione della didattica laboratoriale: il laboratorio necessita di studio teorico. Se viene a mancare un minimo di impegno in questo senso gli esperimenti si riducono a un gioco (un gioco spesso pericoloso anche per i docenti, che sono penalmente responsabili di eventuali danni all’incolumità degli studenti). Paradossalmente le scuole che solitamente dispongono di alunni più motivati e disciplinati (tipicamente licei classici e scientifici) sono proprio quelle in cui il laboratorio quasi non esiste: si dice per carenza di strutture, ma spesso questo è un alibi per molti insegnanti che difettano di creatività. Molti esperimenti possono essere condotti con pochissimi mezzi, non dimentichiamolo.

Allora, a chi va la responsabilità di questa atavica carenza della scuola italiana nell’approccio sperimentale?

Mentre cerco di formulare una risposta non posso evitare di pensare ad una appagante esperienza come insegnante in un triennio di un ITIS di lungo corso. Un istituto tecnico che come tutte le scuole italiane (licei compresi) ha certamente risentito di un progressivo decadimento della qualità dell’istruzione, ma ha saputo contenerlo. In quella scuola ho potuto dedicarmi pienamente all’attività sperimentale grazie a spazi attrezzatissimi e alla compresenza con gli insegnanti di laboratorio, che ovviamente contribuivano alla sorveglianza. Anche il personale tecnico era molto scrupoloso e attento. Gli alunni erano mediamente disciplinati, e i rari episodi di cattiva condotta erano immediatamente sanzionati (ricordo un allievo indispettito che con una semplice deformazione del piatto di una bilancia rallentò per molto tempo il laboratorio di analisi chimica; un altro che tramite una penna rese illeggibile lo schermo di un costoso conduttimetro… Ecco perché senza buoni studenti non possono esistere buoni laboratori!)

Azzardo quindi una mia personale classifica delle conditio sine qua non che rendono possibile l’esistenza delle attività di laboratorio in una scuola: al primo posto la buona condotta degli allievi sia in termini di educazione che di studio; in mancanza di questa premessa anche le esperienze più semplici e veloci si riducono a una perdita di tempo, mentre i laboratori attrezzati possono essere distrutti con notevole spreco di risorse. Per affrontare questo problema ogni scuola deve trovare la sua ricetta a seconda dell’utenza e del contesto in cui è inserita. Al secondo posto metto la presenza di spazi idonei e sicuri per l’attività di laboratorio; ovviamente un istituto tecnico o professionale avrà bisogno di maggiori risorse rispetto a un liceo, ma un minimo deve comunque essere garantito. Al terzo posto la capacità dell’insegnante; perché non al primo? Ogni professione ha bisogno di strumenti idonei. Il falegname più brillante non può lavorare il legno con le mani! Infine vi sono tutta una serie di variabili più o meno importanti a seconda del tipo di istituto: consistenza del personale tecnico, uso delle risorse interne, ecc…

Ditemi voi.

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10 commenti a “Alunni troppo indisciplinati per i laboratori”

  1. Sergio Palazzi ha scritto:

    Cara Teresa, il tuo intervento mi mette in difficoltà perchè temo di non averne una visione completa.
    Io ho insegnato quasi sempre in istituti tecnici che, da queste parti, sono scuole piuttosto “su”, per dirla con il “bisnonno” sul Guardian che parlava di scuole “posh”. Non ho dubbi che in questi istituti tecnici esiste un livello di disciplina formale che non ha niente da invidiare (anzi!) a certi licei che mi è capitato di vedere. Non entro sulle motivazioni sociologiche sul tipo di “fauna” in ingresso, anche se – a prescindere dall’estrazione sociale, familiare e quant’altro – se un/a ragazzo/a si iscrive ad un istituto tecnico ad indirizzo chimico deve, in qualche modo, essersi già “autoselezionato” all’origine. Non che poi non capitati di trovare alcuni elementi poco gestibili, ma sono appunto eccezioni.

    Dato che però vorrei evitare di spostare sui sociologismi o sui toni da predica, brutto vizio della ns. categoria, penso che l’importante sia dare agli studenti l’impressione di serietà e di chiarezza su quel che si è lì a fare.

    Di mostrare che si crede nel valore dei gesti che si compiono in laboratorio.

    Cominciando dal primo e più importante, visto che anche tu hai segnalato il concorso sul Reach: la sicurezza. Nel momento in cui io calzo SEMPRE gli occhiali di protezione sul naso, ed esigo che se uno studente PRIMA di prelevare un contenitore abbia perlomeno annotato sul proprio quaderno operativo le frasi R/S relative al contenuto, a quel punto sono credibile quando insegno che il laboratorio è un posto dove esistono dei PERICOLI e che mantenere basso il RISCHIO dipende da ciascuno. E a nessuno può essere permesso di mettere in pericolo gli altri.

    Per cui, metto in chiaro che chiunque non abbia un integrale rispetto delle norme di sicurezza non può restare in laboratorio, non perchè è un discolo ma perchè è un incompetente. Esempio banale: un chimico dovrà un domani essere colui che ha un ruolo di responsabilità in un laboratorio; se anche solo non indossa gli occhiali (e non parliamo di altre e peggiori idiozie!) dimostra una grave impreparazione non dal punto di vista della condotta (capitolo note e sospensioni) ma semplicemente nelle conoscenze e competenze di chimico, per cui si becca istantaneamente un 2 che fa media.

    In UK una volta dicevano che sopra alla Regina c’è solo il capo dei pompieri: sarebbe finalmente ora che anche da noi passasse il messaggio per cui la sicurezza viene prima, durante e dopo qualunque altra esigenza/istanza/regola (ovviamente, ripeto, solo se le parole sono accompagnate dall’esempio e da una seria formazione).
    Sembra una banalità, ma un atteggiamento molto chiaro e preciso di questo genere secondo me è un ottimo punto di partenza per dare un “tono” di rispetto delle regole non solo formale ma sostanziale, che poi si ripercuote su tutto il resto. Banale? forse, ma anche Al Capone era stato stroncato per evasione fiscale, se è chiara la metafora.

    Potremmo poi discutere sul fatto che anche nella nuova riforma spazi e significati della didattica di laboratorio vengono ulteriormente sviliti e privati del loro valore educativo e culturale, al di là delle dichiarazioni in senso contrario, ma questo è un altro discorso.

    Ciao e grazie per aver sollevato un argomento cosi “troppo banale”, da sembrare stonato rispetto alle trombonate dei non addetti ai lavori che pontificano e legiferano sulla scuola, ma che è fondamentale proprio per l’educazione e la crescita culturale e sociale degli allievi.

  2. Laboratorio sì, laboratorio no - Linee di scienza | di Francesca Magni – MATEMATICA E FISICA ha scritto:

    [...] post di Teresa Celestino sui laboratori nelle scuole superiori mi ha fatto pensare e così qui parlerò iniziando dalla mia [...]

  3. Francesca Magni ha scritto:

    ciao Teresa, ho scritto anch’io un post sull’argomento… c’è proprio tanto da dire, anche a proposito della nuova riforma, purtroppo… sono d’accordo con Sergio Palazzi…

  4. Teresa Celestino ha scritto:

    Cari colleghi,
    vi ringrazio, seppure tardivamente, per essere intervenuti.
    Francesca, anch’io sono tristemente d’accordo con il collega Palazzi: si fa un gran parlare di didattica laboratoriale, a cominciare dai corsi per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti. Nei fatti purtroppo la valorizzazione del laboratorio non esiste.
    Come afferma Sergio, la sicurezza prima di tutto. Ma come si fa ad acquisire un certo tipo di abito mentale quando la scuola stessa non fornisce dei semplici camici in cotone? Figuriamoci i camici ignifughi, che per un laboratorio chimico sono previsti dalla normativa sulla sicurezza, ma che ovviamente hanno un costo maggiore. In una scuola in cui ho lavorato proposi che l’istituto stesso si occupasse dell’acquisto pagando metà della cifra dovuta (l’altra metà a carico dello studente, la cui famiglia, oltretutto, paga una somma all’atto dell’iscrizione…); niente, non c’è stato nulla da fare. E gli occhiali protettivi? Le mascherine? Molte scuole ne sono sprovviste. Gli istituti tecnici (o almeno la maggior parte di essi) sono un’isola felice in tal senso, ma per quanto tempo? La decurtazione delle ore sacrificherà anche le discipline scientifiche, in barba agli obiettivi di Lisbona. Nel futuro liceo “Scienze applicate” la chimica come insegnamento a sè stante dell’attuale liceo tecnologico scomparirà, sostituita dall’insegnamento generico chiamato “scienze”; in tutta probabilità ciò comporterà l’eliminazione delle preziose compresenze con gli insegnanti di laboratorio. Alla luce di ciò un mio collega insegnante di scienze ha affermato senza problemi che in una situazione simile non porterà gli studenti in laboratorio, o lo farà il meno possibile: come si fa a consentire un serio laboratorio sorvegliando da solo le sue prime di 30 alunni? Semplicemente impossibile.
    Personalmente non avrei alcun problema a organizzare da sola i laboratori (ho classi poco numerose quest’anno), ma la scuola mi dovrebbe consentire di stare in laboratorio il pomeriggio per provare le esperienze, controllare che tutto sia presente, ordinare eventuale materiale ….tutte cose che non si possono fare la mattina tra una lezione e l’altra. Purtroppo le scuole chiudono quasi tutti i pomeriggi, altrimenti si devono pagare i bidelli per la sorveglianza……E con quali soldi? E questi sono solo alcuni tra i tanti esempi che fanno capire quanto sia difficle ottenere qualità semplicemente tagliando fondi. Se infatti è vero che maggiori risorse non corrispondono necessariamente a maggiore qualità (mi riferisco a sprechi o a cattiva gestione del denaro pubblico) è ancora più vero che minori risorse non risolvono niente, anzi aggravano la situazione. Se qualcuno pensa che un’amministrazione con meno soldi sia indotta a gestire meglio quelli che possiede si sbaglia di grosso, in quanto i fondi, oltre ad essere pochi, sono soggetti a tutta una serie di vincoli che rendono vana quella che viene definita “autonomia scolastica”. Una autonomia alquanto singolare, dati tutti i condizionamenti ai quali è soggetta! Insomma, come se ne esce? Io credo che occorrerebbe un profondo ripensamento del nostro sistema scolastico, ma non nella direzione che mi sembra di intravedere.

  5. Lab or not to lab, this is the question - Prevedere il passato | di Roberto Greco – SCIENZE DELLA TERRA ha scritto:

    [...] per me la risposta è lab, sempre e comunque e a prescindere.  In questi giorni sui blog di Teresa Celestino e Francesca Magni sono usciti dei post si è parlato dell’uso del laboratorio di [...]

  6. Lab is lab - Continuo proceso de cambio | di Maurizio Casiraghi – BIOLOGIA EVOLUZIONISTICA ha scritto:

    [...] un piccolo commento in coda alla questione di grosso rilievo sollevata dai post dei miei colleghi Teresa Celestino, Francesca Magni e Roberto [...]

  7. milvia ha scritto:

    mi aggiungo alla coda degli avviliti per quanto ci attende almeno di sicuro nei tecnici…dall’anno prossimo 9 classi invece di 6, che già sono un’enormità, se moltiplichiamo almeno per 27…aggiungiamo poi che con la distribuzioena pioggia delle ore delle classi di concorso nessuno di noi potrà avere più di due ore in una stessa classe, io le chiamo Scienze Disintegrate…tutto questo alla faccia della didattica laboratoriale e del piano nazionale ISS (insegnare scienze sperimentali) proposto e caldeggiato dallo stesso ministero! Certo il problema della sicurezza esiste ed è a mio avviso troppo sottovalutato, ma se a questo si può ovviare (ovviamente non certo negli indirizzi specifici es. chimici) con un laboratorio “povero” cioè senza sostenze pericolose etc.. al problema numeri e ore non vedo soluzione..

  8. Teresa Celestino ha scritto:

    Gentile Milvia,
    sono d’accordo su tutto quello che scrive. Piano nazionale ISS, PLS (Progetto Lauree Scientifiche), convegni e seminari sulla didattica laboratoriale pubblicizzati dal Ministero….E intanto nessuno parla di quella che è la situazione REALE. Grazie per il suo intervento.

  9. teresa ha scritto:

    non sono d’accordo.Nei laboratori del mio istituto esiste un regolamento e sono previste sanzioni disciplinari in caso di violazione. Comunque gli allievi , e non son perle rare i miei, se giustamente motivati e stimolati lavorano con cura e ottengono risultati apprezzabili. Certo per i docenti è faticoso programmare e realizzare attività pratiche che non siano palestra di gioco ma di apprendimento. Sono tutor del piano nazionale ISS . Quando abbiamo fatto le esperienze pratiche per i docenti il loro comportamento a livello di sicurezza non è stato migliore di quello dei ragazzi . Dall’attenzione a quanto si consigliava al pretendere di operare con capelli fluenti sui bunsen e con zainetti o borse a tracolla . e mi fermo !La mia domanda è : quanta voglia hanno i docenti di mettersi veramente in gioco ??
    Teresa

  10. Teresa Celestino ha scritto:

    Gentile Teresa,

    la sua opinione mi riempie di speranza circa la possibilità di poter cambiare l’attuale stato della didattica laboratoriale nella scuola italiana. E’ estremamente incoraggiante l’esistenza di docenti come lei che ottengono riscontri apprezzabili con i propri studenti e si impegnano attivamente nel piano ISS che ritengo validissimo; credo tuttavia che tale piano dovrebbe essere esteso alla miriade di scuole che non dispongono neanche dell’ombra di un laboratorio, e come tale essere implementato in un secondo momento, cioè dopo aver assicurato a TUTTE le scuole le condizioni minime per poter affermare di possedere quantomeno uno spazio attrezzato in grado di consentire ai docenti in loco di operare in condizioni di sicurezza. Inoltre lo stesso piano ISS dovrebbe entrare in azione dopo che si sia assicurato con opportuni provvedimenti un funzionamento dei dipartimenti scientifici differente da quello attuale, in modo da valorizzare le risorse umane già esistenti nella scuola: che senso ha inviare un chimico in funzione di tutor ISS per il laboratorio di astronomia in un istituto dove esiste già un laureato in astrofisica, magari in gamba, che insegna nella stessa scuola? Mi è toccato di vedere anche questo….

    Come lei anche il prof. Palazzi che ha commentato questo post ne fa ragionevolmente una questione di esempio da parte dei docenti, anche se ammette di avere una visione limitata della situazione avendo quasi sempre insegnato in ITIS di ottimo livello, sebbene per molti anni. Quanto a me, avendo ormai collezionato una esperienza di 7 anni in 7 diverse scuole, ho percepito una enorme quantità di variabili che influenzano il comportamento degli studenti . Questo NON vuole certo essere una resa alla complessità e un modo per deresponsabilizzare i singoli operatori della scuola , poiché la soluzione a questo stato di cose c’è ed è la più difficile: è il lavoro di squadra. Quando un docente insegna in una scuola dove il lavoro di squadra non è prassi consolidata, dove rischia di passare per incapace ogni qualvolta si lamenta del pessimo livello degli allievi a fronte di dichiarati quanto ipocriti successi di colleghi che nessuno obiettivamente controlla una volta chiusa la porta dell’aula…beh, si creano le condizioni affinchè i problemi si ingigantiscano anziché ridimensionarsi.
    Ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che a formare una classe non è il singolo docente, per quanto competente, ma il preside, i colleghi, i genitori.

    Mi unisco a lei nello sconforto che deriva dal constatare quanto alcuni insegnanti risultino impreparati, ma rifiuto categoricamente la visione manichea secondo la quale la responsabilità dell’avvilente livello di certe classi e sotto il profilo della condotta e sotto quello del rendimento è sempre e solo del singolo docente.
    TC

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