Linx

»

Urto efficace

Vino con l’Idrolitina

16 Giu. 2012 | categoria chimica e arte, chimica in cucina, storia della chimica | 14 commenti

incorporato da Embedded Video

YouTube Direkt

Le Domeniche pomeriggio

d’estate,

zone depresse.

Donne sotto i pergolati a chiacchierare e a ripararsi un po’ dal sole,

uomini seduti fuori dai caffè.

I primi versi di questo breve e intenso testo musicale di Franco Battiato mi riportano istantaneamente alle scene del mio sud, soprattutto di quello che era il mio sud nel 1983, anno in cui il pezzo è stato pubblicato nell’album “Orizzonti perduti”. Il titolo della canzone è “Zone depresse”. Nel 1983 avevo otto anni. Per motivi anagrafici i miei orizzonti perduti non coincidono del tutto con quelli dell’autore; probabilmente quest’ultimo si riferisce ad un’epoca anteriore ai primi anni ‘80, ma le scene descritte con poetica sintesi sono quelle che ricordo anch’io, e che in parte esistono ancor oggi nei paesi del meridione. I miei orizzonti perduti sono i passatempi estivi di quell’età in una strada oggi senza vita, ma allora pullulante di bambini fino a tardissima ora, anche per il rientro delle famiglie dei numerosi emigrati che ivi passavano le ferie. Ero all’oscuro del concetto di vacanza intesa come spostamento dal luogo in cui si vive; l’ho appreso molto più tardi. Per me la vacanza era semplicemente libertà dalla scuola, dai compiti, scorrazzate in bicicletta, letture e giochi al suono insistente delle pietre che rompevano i gusci di mandorla all’aperto, sulla via, guidate dalle instancabili mani delle nostre nonne. Non mi mancava nulla e non mi sentivo in una “zona depressa”. L’insoddisfazione sarebbe arrivata anni dopo, alimentata non solo dalla mancanza di prospettive, ma anche dalla nostalgia di quel senso della comunità che d’un tratto, nello stesso sud, nella stessa strada, si è tristemente dileguato. Forse Battiato si riferiva a questo nell’evocare una fine simbolica, che cercava di esorcizzare versando nel vino l’Idrolitina secondo un’usanza in auge in un’Italia tramontata da molto tempo:

Poi la fine un giorno arrivò per noi;

dammi un po’ di vino con l’Idrolitina.

L’Idrolitina è usata ancora oggi, altrimenti non l’avrei trovata, con mia grossa sorpresa, sugli scaffali di un supermercato. Vi leggo “preparato per acqua da tavola”, ma sulla confezione i versi del poeta Carlo Zangarini fanno ancora riferimento al vino:

- Diceva l’oste al vino

tu mi diventi vecchio

ti voglio maritare

all’acqua del mio secchio.

Risposte il vino all’oste

fai le pubblicazioni

sposo l’Idrolitina

del cavalier Gazzoni -

Chi era il Cavalier Gazzoni? Possiamo annoverare Giuseppe Gazzoni Frascara tra gli imprenditori colti che hanno animato l’Italia del boom economico. Conseguito il Master of Arts in Politics, Philosophy and Economics presso l’Università di Oxford nel 1957, cinque anni dopo prese una seconda laurea in Farmacia all’Università di Bologna. Quindi si mise alla guida dell’azienda alimentare di famiglia lanciando il marchio Idrolitina. Altre polveri da addizionare all’acqua erano le concorrenti Cristallina, Idriz e Frizzina. Numerose le varianti, ad esempio per dare un retrogusto di limone. Oggi questo tipo di prodotto è ad uso casalingo di qualche nostalgico o si trova in alcuni ristoranti che vogliono creare un’atmosfera retrò. All’epoca le polverine ebbero fortuna principalmente perché era molto comune bere acqua di rubinetto, il cui sgradevole sapore di cloro era mascherato dal sapore e dall’effetto frizzante del preparato, come spiegato in questo simpatico Carosello sull’idrolitina “anti-cloro”. Carosello che io, sempre per motivi anagrafici, non posso ricordare:

incorporato da Embedded Video

YouTube Direkt

Ovviamente l’azione anti-cloro è chimicamente inesistente; è solo una questione di percezione gustativa. Quali sono i componenti dell’Idrolitina? Idrogenocarbonato di sodio (il comune “bicarbonato”, NaHCO3), acido malico (di formula C4H6O5, a lato, è detto anche acido di mela in quanto si ritrova nelle mele e in altri frutti), acido tartarico (C4H6O6, presente soprattutto nell’uva e nel tamarindo). Mentre lo ione sodio proveniente dall’NaHCO3 conferisce un tipico gusto salino all’acqua, la reazione dello ione idrogenocarbonato genera l’effervescenza grazie alla produzione di anidride carbonica gassosa:

Gli ioni idronio necessari per la reazione sono forniti dagli acidi malico e tartarico presenti. Non ci si lasci ingannare dal nome Idrolitina ipotizzando una reazione di idrolisi; è vero che l’idrogenocarbonato di sodio contenuto nella miscela di polveri è un sale che dà idrolisi basica:

Gli ossidrili prodotti, però, sono completamente neutralizzati dagli ioni idronio provenienti dai due acidi. La reazione su cui si basa l’idrolitina non è dunque una reazione di idrolisi: quest’ultima consiste infatti nella rottura della molecola d’acqua (idro-lisi), reagente; invece, come potete vedere nella reazione sopra riportata, l’acqua rientra tra i prodotti assieme all’anidride carbonica. I componenti dell’idrolitina sono indicati anche con sigle alfanumeriche: l’idrogenocarbonato di sodio è E500, l’acido malico E296, l’acido tartarico E334. Si tratta delle sigle con le quali le sostanze corrispondenti sono catalogate come additivi alimentari (ad esempio con la funzione di conservanti, coloranti, esaltatori di sapidità, regolatori di acidità ecc ..). Entrambi gli acidi presenti nell’Idrolitina sono tra i principali responsabili dell’acidità fissa del vino. Forse anche per questo l’Idrolitina era addizionata al vino con una certa disinvoltura (al vino scadente o non molto pregiato, s’intende!). L’acido malico prodotto in natura è una molecola chirale levogira, mentre per l’acido tartarico lo stereoisomero prevalente in natura è quello destrogiro.

L’acido tartarico ha avuto una certa importanza nella scienza: l’osservazione della geometria dei cristalli di tartrato effettuata da Pasteur con una semplice lente di ingrandimento diede il via alle ricerche che culminarono con la scoperta delle molecole chirali da parte dei chimici Le Bel e van’t Hoff. L’acido tartarico destrogiro (con i due carboni chirali di configurazione R) è quello presente nell’idrolitina, motivo per cui sulla confezione, vicino al nome dell’acido, è riportato il segno (+)  preceduto dalla lettera L (che indica la configurazione geometrica secondo il sistema riferito alla gliceraldeide).

Vi lascio sulle note di Battiato augurandovi buone vacanze – magari in una località meridionale dai ritmi lenti, dove il tempo sembra essersi fermato almeno per qualche aspetto di cui, chi come me è cresciuto in un certo sud, ha facilmente nostalgia.

Commenta l'articolo »

Appelli

15 Giu. 2012 | categoria elementi, eventi, storia della chimica | Nessun commento

Scusate la distrazione e la pigrizia, ma solo ora mi rendo conto di aver fotografato l’immagine speculare della tazza nella quale stamane ho versato la mia consueta razione di latte … Non poteva essere altrimenti, dato che ho usato il Face time del mio Mac! E se le molecole enantiomere dell’acido lattico non sono visibili nella foto, lo sono sicuramente le scritte a rovescio. Vabbè, nella prima foto si riesce a leggere: sono gli auguri del mio secondo anniversario, sullo sfondo palloncini che si presume gonfiati con elio. L’autrice degli auguri è l’ACS, American Chemical Society, come si legge sul retro della tazza, dove si descrivono le caratteristiche dell’elio con qualche ripetizione di troppo:

Helium is one of the so-called noble gases. Helium gas is unreactive, colorless and odorless. Helium is available in pressurized tanks. Elemental helium is a colorless, odorless monoatomic gas. It is the second most abundant element in the universe after hydrogen. Alpha particles are doubly ionized helium atoms, He2+.

Davvero abili nella campagna acquisti, questi dell’ACS: un bel giorno di due anni fa mi sono vista recapitare una lettera nella quale mi offrivano l’opportunità di iscrivermi senza alcuno che mi presentasse (di norma occorrono i nomi di due membri per accedere), semplicemente perché secondo loro ne avevo i requisiti. Uno capisce che giocano astutamente sull’amor proprio, però alla fine capitola, esattamente come ho fatto io. Dopotutto, il Journal of Chemical Education che mi inviano per posta è la più ricca e avanzata rivista di didattica della chimica esistente. Eppure, nonostante l’ACS sia la più numerosa associazione scientifica a livello mondiale, si trova a corto di insegnanti che svolgano parte attiva nella rivista di didattica, come si può desumere da questo recente appello:

Seeking your involvement: getting your colleagues to read,  write, and review for the Journal

Un altro periodico dell’ACS che leggo volentieri è il Bulletin for the History of Chemistry (questi i contenuti dell’ultimo numero), la rivista della History of Chemistry Division, l’analogo del nostro Gruppo Nazionale di Fondamenti e Storia della Chimica; sebbene quest’ultimo sia per ovvie ragioni meno numeroso, la qualità degli interventi riportati negli Atti dei Convegni che il gruppo ha organizzato sinora non ha nulla da invidiare. Eppure gli iscritti sono pochi, pochissimi, nonostante l’esiguità della quota di adesione. L’attuale presidente del Gruppo è il prof. Luigi Cerruti, tra i massimi esperti italiani di storia della chimica. Il professore è preoccupato per la carenza di risorse e la conseguente difficoltà nella crescita di una nuova generazione di storici ed epistemologi della chimica. Ci fa notare che in Italia la Storia della scienza di impianto disciplinare sta passando un brutto momento. Per motivi accademici, personali e generazionali sono in gravi difficoltà gli storici della fisica, che finora avevano costituito l’ala più avanzata della storia della scienza di provenienza ’scientifica’. Gli storici della matematica e della medicina fanno da sempre parte a sé, e gli storici della biologia sono pochi e dispersi. Segnali non buoni sono venuti anche da colleghi di grande rilievo che hanno cambiato il nome delle loro cattedre disciplinari in cattedre ‘generali’ di Storia della scienza. Secondo il professore il gruppo che gode di maggiore salute è quello della chimica, ma c’è poco da essere ottimisti vista la situazione generale. Nonostante le difficoltà occorre fare di tutto perché l’anno prossimo sia organizzato un convegno di alta qualità, data l’importanza della ricorrenza: i 50 anni del premio Nobel a Giulio Natta. L’evento celebrativo si svolgerà probabilmente in Liguria, terra natìa di Natta. Intanto si spera in un aumento degli iscritti (qui la procedura), soprattutto fra i docenti di scuola secondaria, quelli a mio parere maggiormente interessati alla coltivare la storia e i fondamenti della chimica.

Commenta l'articolo »

Storicizzare la scienza per aprire le menti

9 Giu. 2012 | categoria ambiente, didattica della chimica, filosofia della chimica, istruzione scientifica, storia della chimica | 6 commenti

Gli insegnanti non sono mai stati ricchi, ma fino a qualche decennio fa godevano di un certo prestigio. Era il prestigio della cultura. L’insegnante non era colui che aveva scelto la scuola come ripiego, ma una persona profondamente colta e versata per la trasmissione del sapere; per questo i docenti – soprattutto alcuni docenti – erano ammirati e rispettati. Fino agli anni ’60 e ’70 era opinione comune che i migliori latinisti e grecisti occupassero le cattedre dei licei classici più che quelle universitarie. E gli insegnanti di scienze? Come erano considerati? Chi insegna fisica o chimica in una scuola superiore non ha certo i mezzi per fare ricerca; quindi il paragone con i fisici o i chimici dell’università è, oggi come ieri, assolutamente improponibile. Questi insegnanti non possono diventare ricercatori né tecnici altamente specializzati. Non solo i mezzi materiali, ma la natura stessa e le finalità del laboratorio didattico sono molto distanti da quelli di un laboratorio del settore industriale o universitario. Dunque dove risiede la specificità di un insegnante di scienze sperimentali delle scuole superiori? In che modo essi possono dimostrare di essere uomini e donne di cultura alla pari di chi ha scelto la vita accademica? Sicuramente nella ricerca didattica, che deve essere condotta con i mezzi propri di ogni disciplina. Nel caso delle scienze questo tipo di ricerca non può prescindere dalla storia e dalla struttura conoscitiva della particolare materia in esame. In breve, occorre conoscere e studiare continuamente i fondamenti storico-epistemologici della disciplina che si vuole insegnare. Un insegnante di chimica possiede conoscenze più ampie, generali e di conseguenza meno specifiche rispetto a quelle necessarie alla ricerca da banco; l’insegnante di scuola deve mostrare maggiore attitudine nel riflettere sulla conoscenza che nel produrne di nuova, compito che è di pertinenza del ricercatore di laboratorio. La didattica esige infatti una continua scelta e selezione dei contenuti a seconda della tipologia di studenti e dell’istituto in cui si opera. Questa continua riflessione sui nuclei fondanti di una determinata branca del sapere e sui nessi all’interno e fuori di essa, con le altre discipline, acquista senso e significato alla luce di contenuti di tipo epistemologico; i quali sono a loro volta intimamente e indissolubilmente legati con l’evolversi storico. Dunque i migliori storici della scienza dovrebbero occupare le cattedre delle scuole superiori più che quelle universitarie, così come accadeva per i latinisti e i grecisti dei licei classici di un tempo. La conoscenza della storia e della struttura della propria disciplina distingue il chimico insegnante dal chimico ricercatore, e rende evidente il perché di una scelta, quella dell’insegnamento, ove non costituisca una scelta di ripiego. Dico “dovrebbero”, perché tutti sappiamo che non è così. E non starò qui a spiegare perché le cose stanno in tutt’altro modo: sicuramente la maggioranza di chi sta leggendo in questo momento ne conosce i motivi meglio della sottoscritta. Ci sono fondate ragioni per credere che questo stato di cose non cambierà in futuro: occorrerebbe ripensare la formazione universitaria, soprattutto quella dei futuri insegnanti; di tutti gli insegnanti, anche di quelli in servizio. Occorrerebbe riformulare le indicazioni nazionali e scrivere i libri di testo con un approccio nuovo. Un compito impegnativo, quello di avviare una serie di sforzi che presuppone l’interesse a investire sulla qualità della scuola e degli insegnanti in particolare, favorendo l’emergere di una autentica classe di intellettuali nel senso proprio del termine: gente che studia e riflette, con il principale scopo di abituare allo studio e alla riflessione i propri allievi, dando forma a una coscienza critica e vigile. Ora, chiunque lavori in una scuola sa che questo non avverrà mai, se non per una qualche strana e improbabile congiuntura astrale. Però chi ha avuto la fortuna di essere allievo di qualche insegnante che rispecchia questo modello sa di cosa sto parlando; perché insegnanti siffatti esistono, e forse non sono neanche così pochi come si è portati a credere. E sono tali non perché qualcuno li abbia formati allo scopo di farli divenire come sono: lo sono diventati a forza di studiare. Studiare, studiare e ancora studiare. L’essenza dell’insegnamento non è la compilazione di griglie e descrittori, ma: studio continuo, che può diventare sfiancante; elaborazione di cultura; trasmissione di cultura; creazione di contesti di apprendimento; formazione di menti pensanti. È importante precisare che lo studiare dell’insegnante non è lo studiare di chi deve affrontare un esame o di chi deve parlare a una conferenza per fare bella figura; esso risponde piuttosto a un bisogno che viene dall’interno, poiché l’insegnamento, prima di essere un mestiere che si impara e si affina è una disposizione dello spirito. La burocrazia, la psicologia possono fungere da contorno, ma non dovrebbero costituire l’essenza di una professione esercitata da coloro che, in ultima analisi, studiano continuamente e comunicano nella forma più opportuna i risultati del loro studio. Potranno mai, questi insegnanti-studiosi, costituire il modello ideale per la politica scolastica? Potranno mai sostituire almeno in parte il modello dell’insegnante-psicologo, dell’insegnante-burocrate o dell’insegnante-facilitatore? Un giorno, chissà … Intanto concediamoci di sognare.

Il sognatore-realista (lo so, può sembrare un ossimoro) trae nuova linfa quando viene a sapere di qualcuno che ha sognato le stesse cose prima di lui in modo infinitamente più compiuto, per una dinamica tanto affascinante quanto inspiegabile: invece di scoraggiarsi per il fatto di nutrire un sogno irrealizzato nonostante il suo perdurare nelle menti altrui già da molto tempo, stranamente spera ancora di più e con più foga. Il grande studioso Massimo Bontempelli era un sognatore lucido: non ho mai letto una analisi del ruolo che la cultura riveste nella attuale scuola italiana così sintetica, esaustiva e chiara al tempo stesso come quella scritta da lui e altri autori in un dossier che ho recentemente scovato in qualche meandro della rete. E non ho mai letto un progetto di scuola come quello da lui sognato, riuscendo a fornire le coordinate di una impostazione generale senza che una minima fumosità ne adombri la descrizione. Dopo aver presentato i problemi più rilevanti che stanno minando le fondamenta dell’istruzione pubblica, Bontempelli traccia una breve descrizione di quelli che secondo la sua opinione dovrebbero essere gli “assi culturali” propri di ciascun ordine di scuola, motivandoli con argomentazioni derivanti dalla sua esperienza, dalla sua sensibilità e dai suoi studi: per la scuola primaria l’asse culturale deve essere di tipo linguistico; per la scuola secondaria di primo grado di tipo logico-matematico; per la scuola secondaria di secondo grado (che mi ostino a chiamare “scuola superiore”) di tipo storico. Storico. Si badi bene, quando l’autore parla di asse culturale non si riferisce propriamente a una materia prevalente, bensì ad un approccio che dovrebbe permeare, ove possibile, la didattica delle singole materie, anche delle scienze sperimentali. Vediamo cosa scrive a proposito della scuola superiore:

[…] C’è poi un’altra area di scuole, prevalentemente insediate in zone socialmente più fortunate e costituite per lo più, ma non solo, da licei classici e scientifici, in cui gli allievi sono sufficientemente scolarizzati. In quest’area l’asse culturale dell’insegnamento dovrebbe essere di tipo storico, per almeno tre motivi. In primo luogo la formazione di una consapevolezza storica è oggi indispensabile per il semplice fatto che le menti sono state totalmente destoricizzate. Famiglie, partiti, sindacati, parrocchie, associazioni cittadine, non sono più come fino a trent’anni fa, luoghi in cui i giovani si sentano raccontare e investire di significati il passato e possano quindi, riallacciandovisi, acquisire una memoria storica, ma sono soltanto, per così dire, bolle senza densità galleggianti sulle onde del mercato integrale. Non esistono più, cioè, filiere di trasmissione da una generazione all’altra della memoria storica, e la società integralmente mercantile mette l’individuo in rapporto immediato, senza cioè alcun tramite riflessivo con il passato storico, con gli oggetti del suo consumo. […] In secondo luogo, in un frangente di tragico trapasso epocale come quello che stiamo vivendo, in cui se non cambiamo il nostro modo di produrre, di consumare, di spostarci e di stare insieme saremo prima o poi sfigurati e devastati da montagne di rifiuti non smaltibili, da veleni depositati ovunque, da collassi finanziari, da guerre rovinose, da catastrofici mutamenti climatici, e da carenza di acqua potabile, abbiamo bisogno della consapevolezza storica, perché essa costituisce la condizione mentale indispensabile per progettare un cambiamento, appunto, del nostro modo di produrre, di consumare, di spostarci e di stare insieme. […] In terzo luogo la storicizzazione di tutte le discipline insegnate nella scuola, di cui consiste un suo asse culturale di tipo storico, è oggi l’unico modo di sottrarle all’inutilità o al dogmatismo. Non è possibile in questa sede affrontare una questione di tale rilevanza epistemologica. Si pensi però, intanto, all’insegnamento delle scienze sperimentali. Esse hanno rappresentato, al momento del loro sorgere, una forma di cultura e di pensiero critico che apriva le menti contro il dogmatismo della tradizione religiosa e aristotelica di quel tempo. Nel nostro tempo, invece, il loro insegnamento, scolastico e non solo, trasmette un dogmatismo che chiude le menti. Consiste infatti nell’addestramento a operazioni matematiche e strumentali di cui è dato per valido, e mai messo in discussione, il paradigma teorico che ne costituisce la premessa a differenza di quanto avevano fatto, per esempio, Galilei e Keplero, che avevano difeso i loro paradigmi affrontando con discussioni teoriche i sostenitori di prospettive avverse. […] Viene così naturalizzato un metodo di conoscenza, senza tener conto degli scopi a cui è funzionale e a quelli a cui non lo è, e degli assiomi che presuppone. Di qui il dogmatismo, che consiste sempre in una naturalizzazione di ciò che è storico. Di qui la necessità di storicizzare anche la scienza, e quindi di rendere il pensiero storico asse culturale di riferimento, per restituite al pensiero la sua criticità. Le scoperte scientifiche avvenute nella storia vengono oggi trasmesse, in una sequenza linearmente cumulativa di acquisizioni, isolate dal contesto in cui sono nate, come se fossero frutto dell’applicazione rigorosa del metodo scientifico attualmente riconosciuto come l’unico concepibile. La storicizzazione dell’insegnamento delle scienze restituirebbe invece la verità di ciò che sono e sono state le scienze stesse. Si saprebbe che, per esempio, Keplero ha scoperto le sue leggi sulla base degli assunti di una metafisica platonico-pitagorica, Boyle le sue sulla base di una concezione finalistica della natura, e Newton ha elaborato la sua teoria intrecciando calcoli matematici con nozioni tratte dai saperi magici, e via dicendo.

Abbiamo bisogno, insomma, in questo frangente storico, di una scuola che educhi il pensiero ad affrontarlo attraverso la comprensione di ciò che è stata la storia che lo ha prodotto.

Nessuno, oggi, ci darà questa scuola.

Ma essa va proposta nel quadro di una battaglia culturale contro il vuoto «pensiero zero» (per dirla con il grande sociologo francese Todd) funzionale a una logica distruttiva di sviluppo sociale.

Fonti:

Il coraggio di andare controcorrente – Dossier di “Alternativa”, Gruppo Scuola e Università.

Un bellissimo ricordo del prof. Bontempelli.

Commenta l'articolo »

Mistero svelato? Tocchiamo ferro.

4 Giu. 2012 | categoria elementi, laboratorio, tecniche di indagine | 3 commenti

Sarà che al mio micio non importa niente del mistero della silice blu, come ha scritto l’amico di blog PaoloAlberto. Lui mangia, beve, dorme, gioca, all’occorrenza fa i bisognini nella sua lettiera di bentonite, e forse manco s’accorge che non uso più quella di silice. Ma a me, invece, interessa e come! Vi ricordate? Pietruzze blu il cui colorante è incapsulato nella silice usata per la lettiera del gatto, che ora comprerò solo allo scopo di procurarmi i campioni per le prossime analisi. Il mistero non era stato svelato.

Ricapitolo brevisssimamente: all’inizio mi è venuto naturale supporre che si trattasse di blu dovuto a un composto del cobalto, ma il saggio alla perla di borace non ha permesso di rilevare alcun metallo (ovviamente il saggio alla fiamma è stato escluso a causa della presenza della struttura vetrosa, motivo dell’assenza di solubilità del materiale, che non si scioglie neanche in acido cloridrico concentrato a caldo). La casa produttrice mi aveva scritto che si trattava di “succo di cavolo rosso”, nello specifico di antocianine. Riesce difficile credere alla spremitura di cavoli cinesi, dato che la lettiera è made in China ….; ve le immaginate le piantagioni di cavolo cappuccio per ricavare il colorante necessario alla produzione di lettiere eco in Cina? Un paese il cui vertiginoso sviluppo mal si accorda con una certa idea di sensibilità ambientale. Colorante estratto in Europa e poi inviato in Cina? Mah….

Però il killer capace di far fuori la silice derubandola del suo metallo segreto esiste. Semplicemente è uno che non lavora per le scuole. Lui è uno che sta alla larga dai minori. L’acido fluoridrico: il terribile acido fluoridrico che solo certa plastica può fronteggiare. Il prof. White l’aveva detto al suo ex scolaro perennemente impreparato: se vuoi liberarti del cadavere dello spacciatore devi comprare quella vasca di plastica; quando sei al supermercato chiamami e dimmi cosa è scritto sull’etichetta. L’incosciente non l’ha ascoltato, e ha messo il cadavere in una vasca da bagno generosamente irrorata di HF. Risultato: grosso buco e caduta di vasca e contenuto al piano di sotto. Scena macabra che più macabra non si può, ma ve lo assicuro: dopo averla vista vi ricorderete per sempre di arginare la furia corrosiva dell’acido con il buon teflon. Esattamente quello che ha fatto PaoloAlberto nell’analizzare il blu della lettiera. PaoloAlberto è l’intermediario che ho contattato per arrivare all’HF-killer. Senza dubbio è stata una buona mossa, perché mi ha riferito nei minimi particolari come sono andate le cose: l’attacco dell’acido killer a Mr. SiO2 e la ricerca del metallo nelle sue tasche una volta che la vittima ha abbandonato le sue spoglie terrene per diffondersi nell’aere.

Non occorre che vi descriva le reazioni: nel suo blog PaoloAlberto la fa con molta chiarezza. In un secondo post il bravo chimico documenta con tanto di foto l’esecuzione dell’analisi vera e propria. Un paio di test gli confermano che il metallo è il ferro. Delusione: non è un metallo prezioso! Un killer assoldato per del vile ferro tanto abbondante in natura!!! In compenso, si tratta di metallo dal potenziale inquinante molto basso (ne occorrono quantità molto elevate perché sia considerato nocivo), ma … come è legato per dare luogo al composto colorato? PaoloAlberto ha subito pensato al blu di Prussia, colorante da cui si svolge acido cianidrico (HCN) se decomposto. Per avere un primo indizio della presenza di HCN basterebbe verificare con una semplice cartina al tornasole l’acidità dei vapori, ma la cosa è impossibile a causa della massiccia presenza dell’ingombrante HF, che una volta fatto il suo dovere mica esce di scena così facilmente …. Si potrebbe intercettare la probabile presenza dello ione cianuro, ma come? E, ad ogni modo, la presenza del blu di Prussia KFe(III)[Fe(II)(CN)6] è solo una supposizione. Ho cercato improbabili accostamenti tra il ferro e gli antociani (potrebbero legarsi in qualche modo?), ma non ho trovato niente, come del resto era prevedibile. Però, dopo le mie inconcludenti ricerche, ho letto una interessante supposizione di Marco Capponi (questo il suo blog), che ricorda l’esistenza, per l’ossido di ferro Fe2O3 di più forme polimorfe di cui: alfa (di colore rosso, con cella elementare romboedrica) e gamma, la cui cella elementare è cubica; la forma gamma, dice Marco, è commerciata dai cinesi come ossido di ferro blu (date un’occhiata qui). La forma gamma – scrive ancora Marco – è un composto metastabile che ad elevate temperature dà origine alla forma alfa. Era prodotta un tempo per i nastri magnetici, dato il suo ferromagnetismo.

(Ho trovato anche un interessante abstract di un articolo, guarda caso scritto da chimici cinesi, in cui si mostrano gli effetti dell’ossido di ferro gamma se aggiunto come nanoparticelle al blu di Prussia, dotandolo di proprietà magnetiche. Inoltre, se a un sottilissimo strato di quest’ultimo – ottenuto tramite coating su disco ad alta velocità – si aggiungono le nanoparticelle di ossido, si ottiene un materiale che imita il comportamento dell’enzima perossidasi, e che presenta applicazioni in test immunochimici interessanti principalmente per l’efficienza e il basso costo. Potenza della rete! In pochi minuti sono passata dalla ruggine alla sua forma blu, per poi finire a leggere un articolo di scienza dei materiali che mi parla di enzimi e immunoglobuline.)

Ma ritorniamo a noi: il ferro dovrebbe dare colorazione della perla di borace, ma noi in laboratorio non abbiamo osservato niente. Forse il materiale non era suddiviso abbastanza finemente? Forse questo tipo di saggio non è particolarmente sensibile per metalli intrappolati nella struttura vetrosa? Resta il fatto che la supposizione di Marco è fondata, anche alla luce del fatto che ci sono lettiere per gatti con granelli di colore rosa, arancio e giallo oltre che blu: il colore giallo, ad esempio, potrebbe derivare da un ulteriore composto del ferro usato come pigmento, di formula FeO(OH) · xH2O (ossido di ferro giallo). Per il resto, leggete in questa presentazione la varietà di pigmenti degli ossidi di ferro! A seconda della struttura cristallina e del grado di idratazione, questi composti possono esibire una ampia gamma di colorazioni (qui una sintetica scheda della FAO). Per concludere, grazie a Marco per questo ulteriore passo avanti, ma soprattutto grazie a PaoloAlberto per aver eseguito e documentato in modo così chiaro la sua caccia al metallo!

AGGIORNAMENTO AL 15/07/2012

In questa calda domenica di metà luglio mi decido ad aggiornare lo stato dell’arte sull’analisi del misterioso colorante blu per merito del chimico Paoloalberto, il quale ha scoperto che:

- il ferro non può essere il responsabile della colorazione, in quanto esso si ritrova anche nell’analisi condotta sul “bianco”, ovvero sul campione di granelli incolori, quindi non contenenti la sostanza in esame (potete seguire l’esecuzione dell’analisi in questo post illustrato);

- effettuando un’estrazione con esano ed eseguendo alcuni saggi sul colorante finalmente isolato, risulta che questo NON contiene metalli (in questo ulteriore post l’abile chimico riassume le sue prove).

Si tratta dunque di sostanza organica. Quindi la casa produttrice ha ragione nel sostenere che si tratti di antocianine estratte dal cavolo rosso? E allora perché non si osserva viraggio al rosso durante il trattamento con acidi? E ancora: cosa ci sta a fare il ferro nel gel di silice colorato e non?

Sebbene possano essere effettuati molti altri saggi di riconoscimento di elementi non metallici o di intercettazione di particolari gruppi funzionali, l’unica via che permetterebbe di svelare il mistero nel modo più sicuro è veloce è quella di ricorrere all’analisi strumentale sul campione isolato: spettrometria di massa, spettroscopia IR ed NMR. L’amico di blog Paoloalberto non dispone delle macchine opportune, avendo effettuato gli esperimenti in situazione di home-lab; ma proprio per questo è stato abilissimo, proprio come lo erano i chimici prima dell’avvento delle tecniche strumentali che tanto hanno facilitato il lavoro di analisi qualitativa e quantizzava. Il suo è stato un lavoro preparatorio di indubbia importanza. Un grazie anche al Chimico impertinente Paolo Gifh per i suoi preziosi suggerimenti.

Al prossimo aggiornamento!

P.S.: ne approfitto per riportare in ordine cronologico gli articoli sul mistero “silice blu”

1. Le sentinelle olfattive (e non) del micio – In questo post davo per scontato che i granelli blu delle lettiere per gatti in gel di silice fossero costituiti di cloruro di cobalto usato come indicatore di umidità

2. Dal blu cobalto … – Il campione non scioglie neanche in acido concentrato a caldo, quindi deduco che non si tratta di cloruro di cobalto; se quest’ultimo è presente è intrappolato nella struttura vetrosa del gel di silice. Ma potrebbe trattarsi di una qualsiasi sostanza di colore blu.

3.  … al blu delle antocianine – Telefono e scrivo alla casa produttrice, la quale mi assicura che si tratta di antocianine estratte dal cavolo rosso. Ho qualche perplessità: accolgo i consigli degli amici blogger ed esprimo le mie considerazioni sulla mancata trasparenza sulla composizione chimica del prodotto e sulle informazioni inesatte fornite nei messaggi pubblicitari.

4. Mistero svelato? Tocchiamo ferro – Eseguo il saggio alla perla di borace senza rilevare la presenza di alcun metallo, stranamente neanche del ferro, che invece Paoloalberto ha intercettato sia nel gel incolore che in quello colorato (dunque il colorante non contiene ferro come inizialmente si pensava). Ingegnandosi con la costruzione di un evaporatore in teflon (resistente all’acido fluoridrico, l’unico in grado di sciogliere la silice) Paoloalberto ha eseguito dei test che a scuola non potevo effettuare data la mancanza di HF. Alla fine Paoloalberto è riuscito a estrarre il colorante tramite l’esano. I metalli risultano assenti dalla composizione del colorante, ma ci sono ancora interrogativi aperti a cui solo le indagini spettroscopiche possono rispondere compiutamente.

Il mistero continua ma siamo vicini alla soluzione!

Commenta l'articolo »

Come ti annullo il Chakra

1 Giu. 2012 | categoria ambiente, chimica in cucina | 11 commenti

Oggi mi sono imbattuta in una promoter esperta di Chakra in un piccolo market di prodotti “bio” aperto da un mese circa. Ero curiosa di visitarlo, in questo tipo di negozi si trovano alimenti che difficilmente sono presenti nei soliti supermercati. La promoter mi invita ad assaggiare alcuni biscotti “biologici” mostrandomi anche le marmellate: tutte rigorosamente bio! Lo sa, vero, che noi mangiamo un sacco di spazzatura? La frutta e la verdura hanno bisogno di tempo per maturare! Mia figlia ha giusto un piccolo orticello, eppure deve averne cura e aspettare un sacco di tempo per raccogliere una carota. Ora lei mi chiederà: come fanno a far maturare la frutta fuori stagione per riempire i reparti dei supermercati? Con un sacco di schifezze chimiche! E invece i prodotti bio rispettano i cicli naturali, non inquinano e fanno bene alla salute. A questo punto, non ricordo bene come, è partito l’elenco dei Chakra. La promoter mi indica una marmellata di frutti di bosco e mi dice che il colore viola è associato al Chakra della corona (mente, intelligenza); quindi gli alimenti viola (melanzane, prugne, radicchio, ecc…) stimolerebbero le “facoltà intellettive superiori”. Segue il Chakra del cuore (amore, compassione), i cui alimenti sono verdi come gli asparagi, il basilico, gli spinaci, il prezzemolo, le zucchine, i carciofi ecc.. ecc…; si tratta di alimenti utili al drenaggio del sistema linfatico e al sistema cardiocircolatorio. Chakra solare (emozioni, sentimenti), giallo: banane, pere, funghi, patate, cipolle ecc…; depurano l’organismo e aiutano il sistema digerente. Chakra sacrale (creatività, intimità), arancio: albicocche, carote, zucca, pesche, melone ecc…; si ritiene che questo gruppo di alimenti rafforzi il sistema immunitario. La signora mi dice che lei sta sempre attenta a bilanciare bene gli alimenti a seconda dei Chakra: il nostro organismo funziona in un continuo bilanciamento di equilibri, per il quale è fondamentale quello che mangiamo. Ognuno di noi tende ad essere carente in un certo Chakra, ad esempio – e qui il tono si fa inquisitorio – quali sono le sue carenze? Lei si sente più intellettiva o creativa? Beh, rispondo, le due cose non sono mica in antitesi … La signora mostra cenni di impazienza e rilancia: tutti hanno bisogno di riequilibrare un Chakra, anche lei ne ha uno, ci pensi bene. Rifletto sul fatto che è venerdì, il mio giorno libero, e che sono riuscita a non pensare alla scuola finché la promoter non mi ha indotta a riflettere su quelle che sarebbero le mie carenze. Non posso fare a meno di pensare alle dinamiche di questo fine anno scolastico uguale a tanti altri che lo hanno preceduto, ai rospi che dovrò ingoiare in sede di scrutini, al voto di consiglio, a questo teatrino dell’assurdo di nome “scuola” a cui non riesco a fare l’abitudine se non a costo di perdere una parte di me. Nella mia situazione tanti altri colleghi. Posso ben dire che ho qualche carenza; esiste il Chakra del quieto vivere? Quello che ti fa sembrare normale ciò che normale non è, consentendoti di vivere tranquillamente, senza troppo riflettere, senza discutere, senza contraddire nessuno? Mi dica se esiste un cibo che ha queste proprietà che ne faccio incetta, anche a costo di spendere un patrimonio in prodotti “bio”. Ovviamente questi pensieri rimangono nella mia testa: non voglio allungare la conversazione, e per giunta essere considerata un po’ aliena da una che si alimenta secondo la bibbia dei Chakra. Dopo aver ascoltato la lezioncina voglio assolutamente evitare l’interrogazione, per cui mi affretto verso la cassa appena posso, constatando (ma già lo sapevo) quanto siano esosi i prezzi “bio”; è un peccato che certi prodotti costino tanto, anche perché finché saranno di nicchia i prezzi si manterranno alti. Infatti alla cassa non ho trovato coda. Siamo in tre: io, la promoter e la cassiera. Con questi chiari di luna la gente va più volentieri a fare la spesa al discount … E pazienza se ingurgita qualche “schifezza chimica” in più. Non vorrei essere fraintesa: io sono favorevole al cibo cosiddetto “biologico” (seppure con qualche riserva), ma è una grossa ingenuità credere che per produrlo si faccia a meno di prodotti chimici. Semplicemente, se la catena di supermercati “bio” si chiamasse “Green Chemistry market” venderebbe ancora di meno. Eppure di chimica verde si tratta; non credo che le piantagioni da cui proviene il cibo “bio” usino la lotta biologica per debellare i parassiti. Forse qualcuno la usa pure, ma nessun agronomo crederebbe possibile che una azienda agricola possa sopravvivere utilizzandola in modo esclusivo. Esco dal mini market pensando a tutta la storia dei Chakra; ricordo di averne sentito parlare a proposito di cristalloterapia, che ho sempre considerato una sorta di residuato alchimistico giunto fino ai giorni nostri. Ad ogni modo so molto poco di medicine alternative. Chissà che questa storia dei Chakra … e intanto, mentre mi avvio verso l’auto con le buste della spesa cariche di “bio” ripenso alla convinzione con cui la signora mi ha esposto tutte quelle teorie salutiste. Esco dal parcheggio e la vedo sul marciapiede mentre attendo il verde del semaforo; sarà uscita a prendere un po’ d’aria, dopotutto non ci sono clienti. Ma …sbaglio o sta fumando una sigaretta????

Commenta l'articolo »

torna su

Ultimi articoli

Post più letti