Paolo Rossi e la storia delle idee
L’intervista al filosofo Paolo Rossi è musica per le orecchie di chi nutre la passione per la storia delle idee. Ascoltatela: si tratta di circa due ore suddivise in quattro puntate, durante le quali il prof. Paolo Rossi – purtroppo venuto a mancare di recente – ci parla della sua vita e del percorso di ricerca che lo ha portato a studiare per molti anni le vie spesso tortuose attraverso le quali le teorie scientifiche nascono, muoiono, sono dimenticate, riemergono … Celebre è il suo libro “I filosofi e le macchine”, nel quale lo studioso prende in esame la rivoluzione scientifica del Seicento esplorando come questa si esplicita attraverso l’ingegneria, le macchine appunto. Sino al Sercento/Settecento si parlava di “arti liberali” e “arti meccaniche”: le prime, come la dialettica, la geometria e la musica, sono quelle degli uomini liberi; le seconde servivano, come diceva Aristotele, per apprestare le cose necessarie alla vita: un uomo può forse filosofare senza chi sbriga le faccende pratiche al suo posto? Non a caso la civiltà greca, così come tante altre, si reggeva sul lavoro degli schiavi. Eredità di questa concezione manichea della conoscenza (quella che realmente eleva l’uomo e quella che serve a fini pratici) fu il termine “meccanico”, utilizzato in senso spregiativo, come un insulto; è nota l’espressione “vile meccanico”, con la quale si designava chi si occupava di questioni spesso fondamentali ed estremamente difficili, pur senza godere del prestigio dei veri intellettuali. Ma nel Seicento, più che in altre epoche anteriori, la figura del “meccanico” prende il posto che le spetta: le arti meccaniche cominciano a conquistare il mondo. La Tecnica esce dallo spazio angusto in cui era stata relegata dai greci e diviene la regina del mondo. Più tardi, Diderot e D’Alembert, inclusero nelle voci della loro celebre “Enciclopedia” le questioni metafisiche così come la procedura per fabbricare un mulino. Una novità sconcertante in un tempo in cui la conoscenza era vista a compartimenti stagni: quella “elevata” al piano superiore, la “vile” a piano terra. Incredibile, ma da noi, ahimè, c’è ancora qualcuno rimasto un pò indietro nella sua concezione del “vero” sapere.
Si dice che gli scienziati sono proiettati nel futuro, gli umanisti nel passato. In realtà questa suddivisione è artificiosa quanto inutile: uno scienziato ha bisogno di conoscere le sue radici quanto un umanista ne ha di sperare nel futuro. Paolo Rossi studiava il passato come un ricercatore esamina un campione di materia sconosciuto o quasi: cercando di conoscerne composizione, le proprietà, la provenienza; egli ha sempre mostrato una straordinaria capacità di esplorare il passato come un “paese straniero”, per usare una sua metafora, pieno di voci in una lingua oscura. Riuscire a districarsi in questo vocio non è cosa da poco, soprattutto quando si cerca di costruire un’immagine di cosa è la scienza e di come è nata. Rossi ha scritto un celebre libro su Bacone che scardinò parte degli aspetti che erano stati cuciti addosso alla personalità di questo illustre pensatore, evidenziandone l’adesione e la contemporanea contrapposizione al mondo magico. Il libro è “Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza”. La scienza, dice Rossi, ha un debito verso la magia, anche se avversarla è stato necessario per l’emancipazione del pensiero. Un pò come un bambino diventa adolescente e poi adulto anche grazie alla contrapposizione alle figure adulte che cercano in qualche modo di frenarne lo sviluppo. Quando Bacone dice che la scienza è potenza, prende letteralmente in prestito dai testi di magia la considerazione dell’uomo come ministro e interprete della natura. L’uomo deve conoscere il mondo naturale al fine di dominarlo: questa è l’idea del mago, non del filosofo aristotelico. Piuttosto, nella sua tensione al dominio della natura, il pensiero di Bacone ha molto punti in comune con quello del medico, filosofo e iatrochimico Paracelso: perennemente in bilico tra le vecchie idee e le nuove, tra magia e scienza. La stessa carenza degli aspetti quantitativi nel pensiero baconiano richiamano quelle pratiche magiche che egli avversava, specialmente nella concezione del mago solitario che parla solo a chi lo può capire; al contrario secondo Bacone la conoscenza deve essere nutrita da un continuo scambio comunicativo. Come non pensare al rapporto tra alchimia e chimica? Tra le pratiche magiche e misteriose degli alchimisti e l’universalità della conoscenza chimica? In effetti le scienze naturali si svilupparono per lungo tempo nella direzione adottata da Bacone. In particolare la chimica è profondamente debitrice del metodo induttivo di cui Bacone ha fornito le coordinate; inoltre essa non potè non essere baconiana per lunghissimo tempo, producendo conoscenze di tipo qualitativo e sostanziale: gli alchimisti non avevano certo l’abitudine di soffermarsi sugli aspetti quantitativi … dobbiamo attendere la fine del diciottesimo secolo perché si abbia, con Lavoisier, un radicale cambiamento del ruolo della misura. Tuttavia già gli alchimisti, al tempo di Bacone, cominciavano a controllare il dato empirico in quanto tale, vedendo i fatti nella loro specificità e concretezza, comparando e classificando i fenomeni; in breve, prefigurando quella transizione a vera scienza di cui Bacone è stato in grossa parte responsabile. Possiamo dire che, al contrario di quanto comunemente si asserisce, la scienza moderna non ha un solo padre, Galilei. Alcune branche della scienza per le quali l’aspetto qualitativo è stato (ed è in parte tuttora) fondamentale sono scienze baconiane prima ancora che galileiane: la chimica, la biologia, la medicina.
Ci sono scienze da sempre, dice Rossi riferendosi ad esempio alla matematica o alla geometria, e scienze recenti. La chimica è una scienza recente: c’erano tintori, farmacisti, alchimisti, c’era gente che a vario titolo manipolava i materiali, ma … non c’era alcun trattato, alcun manuale che assomigliasse a un manuale di chimica. Era un mondo frantumato che non era ancora chimica ma conteneva in sè le premesse per diventarlo. Come fa qualcosa che non è scienza a diventarlo? Alla chimica è accaduto, con processi complicati e difficili da decifrare e spiegare. Alla fine viene fuori un manuale e, cosa stupefacente, quel manuale vale in ogni parte del mondo. La gente, rimarca il filosofo, non pensa mai a questo: se oggi uno prende un manuale scritto in una lingua accessibile può studiare a Tokio come a Melbourneb e a Roma: ve bene dappertutto! Nè le religioni nè la politica nè l’arte sono riuscite in questa impresa.
Altro genitore a cui è possibile far risalire parte della paternità delle scienze naturali è Giambattista Vico. Paolo Rossi ha elaborato una magistrale sintesi tra la geologia e il pensiero vichiano sulla nascita delle nazioni. E lo ha fatto partendo dalla “scoperta del tempo”. La storia della natura riguarda miliardi di anni; al confronto quella dell’uomo è recente. Il prof. Rossi ha analizzato come, nel Seicento, si è fatta strada l’idea del Tempo profondo: sino ad una certa epoca si è creduto ad una interpretazione letterale della Bibbia, secondo la quale il mondo aveva poche migliaia di anni. La scoperta del tempo resa possibile grazie all’analisi delle rocce e alla scoperta dei fossili è stata sconvolgente; Kant è stato uno dei primi importanti filosofi ad avere la consapevolezza di questo immenso lasso temporale dinanzi al quale l’uomo ha ulteriormente ridimensionato la sua importanza nel regno naturale. Dato che recentemente ho avuto in dono una vecchia edizione de “La scienza nuova seconda” di Vico, mi affretterò a leggere l’opera di Rossi “I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico”, una originale chiave di interpretazione – nella cornice delle scienze naturali – del pensiero vichiano, spesso ostico da comprendere tramite la sola lettura diretta a causa della prosa particolarmente elaborata.
Rossi aveva un’alta considerazione del lavoro, cosa che talvolta lo portava a criticare – sempre con grande stile e discrezione – quei professori che hanno scritto giusto un libro per vincere la cattedra e poi qualche articolo. E poi, dice nell’intervista, se non si fa bene il proprio lavoro viene a mancare la possibilità di qualche soddisfazione. E tra le soddisfazioni possiamo sicuramente annoverare quelle didattiche. Rossi teneva moltissimo al rapporto con gli studenti: a me è piaciuto fare il professore, – ha affermato – l’idea che uno lasci qualcosa a un altro è importante. Importanti sono anche gli stimoli che vengono “dal basso”, cioè dagli allievi. Tanti anni fa un ragazzo gli chiese la disponibilità nel seguirlo in una tesi su Lavoisier; all’inizio Rossi rifiutò, ritenendo di non averne una conoscenza sufficiente. A un certo punto consigliò al laureando in filosofia di sostenere un esame di chimica generale. Il ragazzo, Ferdinando Abbri, lo fece, ed è diventato un docente universitario che ha pubblicato importanti lavori sulla storia della chimica. A un ragazzo, dice Rossi, basta incontrare un solo professore nella vita: uno di quelli che ti apre la mente su nuove prospettive e con il quale esiste una impalpabile affinità di pensiero. Rossi ammette, forse troppo modestamente, di non essere stato un alunno modello al liceo; però ebbe la fortuna di incontrare un professore di nome Carmelo Cappuccio, che nel dopoguerra era molto popolare per aver scritto un testo di letteratura italiana molto diffuso nelle scuole superiori. Questo insegnante fu il primo che permise al futuro storico delle idee di affacciarsi al mondo della cultura. Conclude Rossi: avere un incontro così, che può anche avvenire per la matematica o per qualunque altra materia, è decisivo. Se questo incontro non avviene non è possibile uscire da quella che definisce infanzia culturale. Mi è piaciuta molto questa espressione: penso che Paolo Rossi volesse indicare quel particolare salto grazie al quale una persona istruita diventa colta. Non c’è niente di male, aggiunge, se questo passaggio non avviene. Ma se avviene ti si apre un mondo. Mi è venuto spontaneo immaginare come avrebbe reagito a queste parole il prof. Cappuccio se vivesse ancora. Ho anche riflettuto su questa asimmetria del rapporto docente-discente di cui ho già parlato: asimmetria che rappresenta un limite (è impossibile rendersi conto dell’influenza positiva o negativa su un allievo) e insieme una risorsa (un potente stimolo per impegnarsi al massimo).



















