Al rendimento scolastico dei nostri figli siamo soliti dare un’importanza che è del tutto infondata … E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni. In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe essere chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e irrisorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c’è nulla di strano, perchè nella vita dobbiamo aspettarci di essere continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d’ingiustizie: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia con noi stessi.
da Le piccole virtù, di Natalia Ginzburg
L’autrice ha scritto queste parole nel 1962. Dunque l’intervento invasivo dei genitori nelle faccende scolastiche dei figli non è cosa recente. Tuttavia, anche se negli anni ‘60 dovevo ancora nascere, credo di poter affermare che in quel periodo storico ben pochi genitori si sarebbero azzardati a indurre esplicitamente maestri e professori ad assegnare meno compiti ai propri pargoletti. Esisteva generalmente un autentico patto educativo tra scuola e famiglia, che restavano due mondi separati benchè comunicanti. L’intrusione nella versione di latino o nell’esercizio di matematica dei propri figli era piuttosto tesa a prepararli maggiormente in vista di una interrogazione o di una verifica scritta, magari nella materia di un insegnante che si supponeva particolarmente accanito contro lo studente. Oggi questa situazione è più che mai inattuale: piuttosto è l’accanimento al non-studio dei ragazzi a predominare, accompagnato da quello dei genitori che assecondano tale tendenza. Basti pensare che una associazione dei genitori francesi ha proposto uno sciopero di due settimane dai compiti!!!! Il motivo? Turbano l’equilibrio famigliare, costringono il genitore a concentrarsi sui compiti del figlio nei fine settimana, quando finalmente si potrebbe andare fuori città, magari in montagna a sciare, dopo una stressante settimana in cui mamma e papà hanno trottato ininterrottamente alle prese con attività lavorative e incombenze varie. L’eco della protesta - che ha coinvolto per lo più genitori di bambini inseriti in un sistema scolastico a tempo pieno per certi versi totalmente differente dal nostro - è arrivato in Italia; dove il problema è stato automaticamente trasferito al livello delle superiori, ordine di scuola dove, ahimè, molto raramente mi è capitato di incontrare studenti stressati per le molte ore impegnate nello svolgimento dei compiti pomeridiani. Esistono sondaggi, test che mostrano il livello degli apprendimenti dei nostri studenti; non credo valga la pena di citarne le fonti in questa sede: credo sia sufficiente l’esperienza di un’insegnante che ha lavorato in tanti indirizzi di scuola superiore, in un continuo scambio di pareri con altri colleghi. I quali affermano tutti la stessa cosa: svolgere i compiti a casa è démodé. Gli studenti sono presi da altro genere di attività: socializzare (magari tramite facebook, soli nella propria cameretta), andarsene a zonzo in motorino, fare sport. La maggior parte dei miei allievi svolge attività sportiva, che ho sempre ritenuto utile anche ai fini del rendimento scolastico; tuttavia non mi spiego come mai lo sport sia ormai comunemente ritenuto una attività alternativa allo studio, quando è noto che i maggiori campioni sportivi, nonostante i trofei e la visibilità conquistata, hanno fatto i salti mortali (è il caso di dire) per conseguire un diploma a costo di enormi sacrifici: magari alzandosi alle cinque di mattina per ritagliare qualche ora sottratta allo studio dagli allenamenti intensivi. Preciso che non sto parlando del calcio, in Italia sport estremamente sopravvalutato in termini economici se svolto ad alti livelli, cosa che autorizza coloro che lo praticano ad esibire talvolta sfrontatamente la propria ignoranza (illudendo al contempo qualche nostro studente che spera di diventare ricco rincorrendo una palla e trascurando i libri). Mi riferisco a sport come il canottaggio, la ginnastica artistica, il tennis … attività che molti ragazzi e ragazze praticano con profitto. Lo sport insegna la pazienza, il rigore, il ruolo fondamentale dello sforzo e della resistenza; si considera del tutto normale che un atleta trascorra molte ore per rinforzare i muscoli addominali con esercizi ripetitivi, faticosi e noiosi. Mentre si trova innaturale allenarsi con l’algebra, passare ore e ore tra equazioni e prodotti notevoli prima della gara, la verifica scritta. Davanti all’evidenza degli scarsi risultati dei nostri allievi si fa presto ad addossare tutta la responsabilità agli insegnanti, ai loro metodi obsoleti, alla loro mancanza d’entusiasmo; le accuse sono talmente tante e varie che la critica all’insegnante è diventata uno sport nazionale. Così come il calcio questo sport assicura visibilità, per lo più a qualche opinionista spesso condizionato da un passato scolastico non proprio brillante e da rapporti problematici con i suoi vecchi docenti. Il livore contro gli insegnanti è sempre ben accolto da larghi strati della società, assicura qualche lettore o qualche punto di audience in più. Perchè tanta acredine contro questa categoria? La collega Barbara Scapellato ci fa notare che gli insegnanti fanno resistenza al cambiamento: vero, verissimo. Le responsabilità del corpo docente sono innegabili. Ma affrontiamo un problema per volta, trascuriamo per ora quanti di noi insegnano in modo arido, sempre alla stessa maniera, senza entusiasmo, senza passione; essi sono certamente una parte importante del problema, ma non tutto il problema. E gli insegnanti preparati ed entusiasti, per fortuna, sono ancora molti. Perchè allora il degrado della nostra scuola sembra inarrestabile? La scuola è un organismo complesso, è un microcosmo della società nella quale è inserita; perciò non esiste una ricetta prestabilita che assicuri il successo scolastico, che dipende da una grande varietà di fattori. Può capitare che un insegnante preparato e aggiornato sui metodi e sui contenuti, che usa tutte le diavolerie informatiche dell’ultim’ora per motivare i suoi allievi non ottenga risultati rilevanti; perché fa parte di un consiglio di classe disomogeneo nell’approccio allo studente, che rema proprio contro l’insegnante preparato e innovativo per becera invidia; o perché gli allievi provengono da famiglie sprovvedute culturalmente ed hanno lacune pregresse molto gravi; perché sono stati male indirizzati nelle scelte scolastiche o perché …. perchè non studiano???? Sembra strano, ma raramente si chiama in causa la volontà del singolo studente, la sua responsabilità, la sua scelta di non studiare. Eppure nella scuola superiore dovrebbe essere normale considerare gli studenti esseri pensanti e liberi di scegliere. I quali sanno benissimo che lo studio, come lo sport, necessita di buoni allenatori così come di lunghi, faticosi e noiosi esercizi. Non c’è scampo: lo studente che studia da solo nella propria cameretta deve far ginnastica col cervello, esattamente come l’atleta ha bisogno di allenarsi in solitudine, anche quando svolge uno sport di squadra. Nell’ultimo numero di Linx Magazine si può leggere in una bellissima intervista di Valentina Murelli al matematico Cédric Villani:
Molti studenti detestano la matematica, che trovano troppo noiosa e difficile. Nel libro “Contro l’ora di matematica”, il docente americano Paul Lockhart sostiene un po’ provocatoriamente che bisognerebbe abbandonare l’insegnamento tradizionale fatto di formule da imparare a memoria e serie infinite di esercizi per fare in classe del vero ragionamento matematico. Lei che cosa ne pensa?
Ho due opinioni riguardo all’insegnamento della matematica. Da una parte è un dato di fatto che nelle scuole superiori non si impara nessun concetto che sia stato formulato dopo il diciottesimo secolo: pensate che cosa accadrebbe se lo si facesse con la biologia! Questo approccio dà l’idea che la matematica sia qualcosa di arido, rigido, morto, già tutto compreso e dunque inutile. Invece è proprio il contrario: la matematica è viva e piena di problemi aperti e bisognerebbe trovare il modo di far capire che è così. Dall’altra parte, però, è anche vero che lo scopo principale dei corsi di matematica nelle scuole non è dare agli studenti strumenti per lavorare da soli a problemi attuali, ma fornire basi solide di ragionamento, strutturare il loro cervello e la loro capacità di capire, e di sforzarsi a capire. In questo percorso formule ed esercizi sono molto importanti. Io credo fermamente nel valore degli esercizi: allenarsi è fondamentale!
Anche un po’ faticoso, però…
Certo risolvere problemi su problemi può essere un pochino “doloroso”. Del resto è come nello sport: se si vuole essere bravi e ottenere qualche risultato bisogna fare fatica, sentire i muscoli stanchi. Una piccola sofferenza è inevitabile e penso che sia un errore trasformare la matematica in qualcosa che è solo gioco e divertimento. Bisognerebbe però trovare il giusto equilibrio tra i due aspetti e in questo è centrale il ruolo degli insegnanti, che dovrebbero anche condividere le loro esperienze, le strategie che mettono in atto per far ottenere progressi con esercizi, pratica, rigore, ma senza troppa noia.
Come abbiamo visto lei lavora al confine tra più discipline matematiche. Crede che sarebbe importante promuovere questa interdisciplinarità anche a scuola?
Negli ultimi decenni si è capito che i vari rami della matematica sono ancora più strettamente correlati tra loro di quanto pensato: alcuni tra i più importanti problemi di geometria, per esempio, sono stati risolti da analisti. Apprezzare questa correlazione, però, richiede un livello abbastanza avanzato di conoscenze. Qualcosa si può fare – ricordo un insegnante che ci chiedeva di risolvere gli esercizi in modi differenti (uno analitico, uno geometrico e così via) – ma forse basterebbe cominciare a lavorare sui contatti tra la matematica e le altre discipline scientifiche: la chimica, la fisica, la biologia. È molto importante che gli studenti capiscano che sono tutte collegate.
Dalle risposte di Cédric Villani si deducono le seguenti conclusioni, che naturalmente valgono anche per le discipline diverse dalla matematica:
- gli insegnanti svolgono un ruolo fondamentale nel motivare gli studenti;
- una certa dose di “sofferenza” dello studente deve essere messa in conto se si vuole che impari qualcosa: per quanto l’insegnante sia bravo e cerchi di rendere le lezioni gradevoli e accattivanti, il processo di apprendimento richiede sempre sforzo e fatica;
- dedicarsi a problemi particolarmente interessanti richiede livelli elevati di conoscenza, per acquisire i quali occorre ovviamente uno studio metodico e costante dei principi basilari della particolare disciplina;
- occorre puntare sull’interdisciplinarietà (ma non prima che lo studente abbia acquisito le nozioni fondamentali specifiche di ogni materia … Villani non l’ha specificato ma deduco che la pensi in questo modo);
Non vi sembra strano che si debbano ribadire queste ovvietà? Eppure è necessario, soprattutto alla luce di alcune dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione, secondo le quali è bene assegnare meno compiti a casa a dispetto dell’inesorabile perdita della centralità della scuola nelle vite dei nostri studenti e delle rispettive famiglie. Occorre – dice il Ministro – puntare su attività alternative più stimolanti, possibilmente eseguite in gruppo per evitare problemi di isolamento. Il Ministro avrà pure rilasciato tali dichiarazioni in perfetta buona fede, ma forse al momento non si è reso conto di quanto possano essere fraintese. In fondo non c’è nulla di male nello svolgere attività alternative, ma purtroppo il messaggio è arrivato a studenti che di attività alternative ne svolgono già troppe (e a insegnanti irritati per l’ennesimo consiglio non richiesto). Lo studio, dice la mia collega d’inglese, è diventato la vera attività alternativa nelle vite dei nostri allievi. Nello stesso articolo leggo le parole del presidente dell’associazione nazionale dei dirigenti scolastici Giorgio Rembado, secondo il quale per i più piccoli l’apprendimento si può esaurire in classe (con o senza tempo pieno? In ogni caso, siamo proprio sicuri che anche i piccolini non abbiano bisogno di svolgere da soli alcuni compiti per cementare quanto appreso in classe?). Invece per gli studenti più grandi “ci vuole uno studio che richiede maggiore riflessione” (perchè? Non è forse difficile per un bambino imparare ortografia, grammatica e tabelline, ammesso che ancora siano insegnate?); prosegue: “Per le materie umanistiche la fase di lettura è inevitabile” (per quelle scientifiche no???). Dulcis in fundo: “Per i tecnici, come per l’alberghiero, si lavora in prevalenza nei laboratori”. Lo venga a dire agli studenti che frequentano un serio istituto tecnico! I mei allievi più bravi frequentavano il triennio di un ITIS di indirizzo chimico e, nonostante le tante ore di laboratorio, a casa studiavano forse più dei liceali, altro che scuola alberghiera! (con ciò non voglio svalutare la scuola alberghiera, ma mi duole constatare che si faccia ancora confusione tra l’istruzione tecnica e professionale).
Alla luce di queste ed altre sconfortanti dichiarazioni, bene ha fatto il prof. Giorgio Israel a pubblicare un lucido e chiaro articolo in difesa dello studio. Durante il lavoro a casa, dice Israel, “lo studente si confronta individualmente, faccia a faccia con sé stesso, con i risultati del lavoro fatto. È qualcosa che non soltanto stimola il senso di responsabilità, e addestra allo sforzo inerente a qualsiasi attività lavorativa; ma è la via maestra per realizzare l’obbiettivo tanto proclamato dai pedagogisti “moderni”: la capacità di “saper fare”, di applicare le nozioni apprese, che non si stimola e non si verifica nelle attività collettive che spesso nascondono le magagne in un calderone indistinto. Di qui il ruolo dei “compiti a casa” di cui tanto si discute in questi giorni.”
Altro scritto significativo è quello del prof. Paolo Mazzocchini, pubblicato su Il Sole 24 Ore e poi sul blog del Gruppo di Firenze per la scuola del merito. Nella sua lettera, riportata anche nel suo blog, il professore smonta l’ormai diffusa convinzione che le difficoltà di apprendimento dei “nativi digitali” diminuirebbero magicamente se la scuola fosse al passo coi tempi nell’uso delle tecnologie informatiche; la realtà è ben diversa. Io sono favorevole all’uso consapevole del web, della LIM, del tablet per fini didattici (credo che questo blog lo dimostri ampiamente), ma questi sono solo strumenti che modernizzano il processo di insegnamento-apprendimento senza modificarne la sostanza. Non alleviano la fatica dello studio, possono solo cambiarne alcuni aspetti, un pò come è avvenuto nel passaggio dal calamaio alla biro. Mazzocchini ha scritto in risposta ad un articolo in cui si accusava la scuola di arretratezza nell’uso delle tecnologie; sentite cosa dice a riguardo:
Ora lasciamo stare il fatto che quasi tutti gli insegnanti- al contrario di quanto si pensa e con pochissime eccezioni- sono oggi ferrati come i loro studenti nell’uso del computer e dei suoi linguaggi e, quando davvero servono, li usano anche in sede didattica. [...] Il punto è che Dante o Leopardi, che siano letti su un tablet o su un libro, che siano presentati con PowerPoint o con una lezione tradizionale, per essere assimilati e digeriti (fatti propri) da un ragazzo – di oggi come di ieri – hanno bisogno della sensibilità, del talento e della preparazione dell’insegnante, così come della disponibilità e della fatica dello studente; la fatica di imparare l’italiano letterario, di ragionare sulla forma e sul contenuto di un testo, di confrontarlo con altri testi dello stesso autore, eccetera. Insomma la brillantezza e la potenza tecnologica del mezzo non può eliminare la fatica e il conseguente – possibile- gratificante piacere dell’apprendimento inteso come sistematica, critica e approfondita assimilazione di concetti e di metodi. Un apprendimento che la babele caotica, incontrollabile e puramente informativa del web non può né dare né sopperire. Anzi, per lo più, il web rema in direzione contraria: quella della destrutturazione e della frantumazione del sapere in frammenti dispersi nella rete come i relitti di una nave sulla superficie del mare. Perciò la tecnologia digitale oggi rimane certo un formidabile strumento informativo e comunicativo, ma non può risolvere affatto il problema educativo proponendosi come alternativa epistemologica. Anzi, lo complica e lo ostacola non poco.
Ho molto apprezzato questa lettera: ribadisce l’uso appropriato della tecnologia e la centralità della parola. Delle parole dell’insegnante. Che ancora restano le vere protagoniste del fare scuola. Le parole scelte, selezionate con l’esperienza a seconda di chi le ascolta, progressivamente affinate con l’insegnamento e lo studio continuo, proprio quello che vorremmo dai nostri alunni il pomeriggio, a casa.
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